• Spiegare la Guerra o Educare per la Pace?

    Spiegare la Guerra o Educare per la Pace?

    C’è un gran parlare in questi giorni di come spiegare la guerra ai bambini.

    Da ogni dove non mancano i consigli e i suggerimenti di chi, a vario titolo, indica ai genitori quale possa essere il modo più efficace per rassicurare i propri figli, rispetto alla drammatica situazione che si sta consumando in Ucraina.

    Siamo sempre meno consapevoli del senso profondo di cui le parole sono inevitabilmente portatrici. Spiegare, nel suo significato più denso, ha a che fare con l’aprire qualcosa che è piegato su se stesso, col dipanare, rendere chiaro, fruibile…in questo caso la guerra!

     E allora mi chiedo:

    è davvero necessario spiegare la guerra ai nostri figli?

    Non fraintendermi.

    Non sto dicendo che se i bambini, inevitabilmente esposti a immagini e notizie angoscianti, ci rivolgono domande precise sulla guerra dobbiamo ignorarle. È importante prendersi il tempo per ascoltare ciò che hanno da dirci, accogliere le loro preoccupazioni e rassicurarli, facendogli comprendere che come adulti faremo di tutto per proteggerli.

    Il punto è che non si deve spiegare la guerra ai bambini perché la guerra spaventa. E come scrive A. Miller quando si spaventa un bambino, gli si insegna a diffidare.

    In quanto adulti educatori abbiamo, invece, la grande responsabilità, oggi più di ieri, di educare per la pace.

    A partire da casa nostra.

    Eh già, perché è proprio tra quelle pareti che i nostri bambini respirano spesso dosi massicce di ansia, preoccupazione, angoscia, nervosismo, rabbia, violenza, impazienza, durezza. E non solo in occasione di questo conflitto tra Russia e Ucraina perché ascoltano i nostri discorsi carichi di preoccupazione per gli amici o parenti che stanno vivendo di persona questa drammatica situazione o i nostri feroci giudizi sulle presunte colpe di chi la guerra l’ha provocata.

    E’ a partire dall’ambiente familiare che si costruisce la pace.

    “La pace non potrà nascere che grazie ai bambini. Se nei loro confronti pratichiamo una “politica di disarmo” faremo un buon lavoro per l’avvenire”. Maria Montessori

    “Se continui a spingere tuo fratello ti taglio le mani”, dice un papà al suo bambino di 5 anni che litiga con il secondogenito. Non è facendo la guerra che si fa cessare la guerra, non è minacciando e spaventando i nostri figli che cresceranno educati e ubbidienti.

    Anzi!

    Loro ci guardano, ci osservano e si nutrono di quello che vedono, sentono e sperimentano. Quando si umilia un bambino – “Ma smettila di piangere! Sei il solito frignone!” – non si fa altro che insegnarli a umiliare. Lo stesso vale quando lo rimproveriamo “Sei proprio insopportabile! Adesso zitto e Sali in macchina!”, lo ricattiamo “Se smetti di urlare ti farò vedere un altro cartone!”, lo deridiamo “Ma ti sei guardata allo specchio? Sembri una zingara!”, ironizziamo su di lui ”Bravo! Complimenti! Continua così!”, gli urliamo contro “Bastaaaaaaa!”.

    “Con i bambini bisogna essere garbati anche quando si deve dire loro un no fermo. Infierire non serve (…). È questa la prima e più importante scuola di pace”. Grazia Honegger Fresco

    E’ l’educazione, ci ricorda Maria Montessori, che crea il terreno fertile per costruire un mondo di pace. Un’ educazione che comincia dalla nascita ed esige che l’adulto si liberi da una serie di convinzioni “implicite” che influenzano la sua relazione con il bambino. Come quando etichettiamo un neonato cattivo e capriccioso perché piange a lungo e si calma solo se attaccato al seno o messo a dormire nel lettone!

    “L’atto educativo è educativo solo se è un atto di pace, solo se è un rapporto di pace, solo se è una costruzione di pace. Se invece ci avviciniamo al bambino con un altro sentimento o un altro comportamento che non siano un dono di pace, noi neppure possiamo pronunciare la parola «educazione» perché stiamo violando la costituzione naturale del bambino. Solo nella pace noi vediamo fiorire nel bambino una intelligenza disinteressata e piena di attenzione, solo nella pace si forma il suo sentimento di socialità e affratellamento, solo nella pace sorge il suo bisogno di amare e di essere amato. Se invece il bambino si trova nella condizione della lotta, della competizione, dell’invidia, della paura, della difesa – e queste sono tutte forme di una pedagogia nera – allora l’intelligenza, l’amore, la socialità sono ricacciati ad uno stadio inferiore!” A. Scocchera

    Se vogliamo la pace nel mondo non possiamo fare altro che cominciare dalla nostra famiglia, dal nostro cuore, dal diventare noi stessi “segni” di pace. Maria Montessori non lascia spazio a fraintendimenti: “Costruire la pace è opera dell’educazione”.

    Ma non è facile.

    Quando nasce un figlio, il più delle volte, ci si trova impreparati. Per crescerlo si adottano, allora, i modelli genitoriali sperimentati o quello corrente, ricorrendo con facilità alla punizione, ai ricatti, alle minacce, talvolta si alzano le mani. Oppure, consapevoli di voler fare il contrario di quello che hanno fatto i nostri genitori con noi lasciamo correre su tutto o ci  sostituiamo ai nostri figli, pensando di evitargli in questo modo difficoltà e sofferenze. Ma anche questo non è educare per la pace. Anzi, si tratta un’altra faccia della violenza, quella più “dolce”, che impedisce ai nostri figli di crescere equilibrati e sereni.

    Come spezzare questo circolo vizioso per trasformarlo in un circolo virtuoso?

    Cambiare è possibile!

    Ma non accade per effetto di formule magiche. Se vogliamo ottenere risultati che durino nel tempo dobbiamo imparare a conoscerci, riconnetterci con la nostra infanzia e fare pace con noi stessi, con il nostro bambino interiore.

    Diversamente, i conti in sospeso con la nostra storia d’infanzia avranno inevitabili ripercussioni sul nostro modo di essere genitori e provocheranno in noi e nei nostri figli insoddisfazioni e conflitti inutili.

    Non solo.

    Sappi che l’infanzia è il punto di partenza di tutto l’amore o il disprezzo degli anni successivi. Così come la compassione anche la violenza avrà un impatto sulle generazioni future, sul modo in cui i nostri figli cresceranno ed educheranno a loro volta i propri bambini.  

    “L’incomprensione tra adulto e bambino provoca la tragedia dei cuori umani, che poi si manifesta nell’insensibilità, nell’accidia e nella criminalità”. Maria Montessori

    Cara mamma, caro papà, stai spiegando la guerra o stai educando per la pace?

    Se ti preoccupano gli effetti che questa drammatica situazione può avere sulla serenità dei tuoi bambini sappi che, il più delle volte, i nostri figli non cercano risposte o soluzioni, ma solo rassicurazione e comprensione. “Il bambino sente profondamente e teneramente ogni espressione di vita e chiede di essere molto amato e compreso. Il suo primo compito è la formazione della sua vita interiore e a questo scopo usa fin dai primissimi giorni il più meraviglioso strumento: l’intelligenza. Aiutarlo in questo cammino significa costruire la pace.” MARIA MONTESSORI

    E poi, cogli l’opportunità che questo momento ti sta offrendo per diventare un genitore di pace.

    Non è mai troppo tardi per iniziare a migliorare la relazione con i tuoi figli. Sappi che per quanto pensi di averli educati in modo poco costruttivo e pacifico, ogni momento è buono per ricominciare e cambiare le cose.

    Contattami se hai bisogno di aiuto e vuoi parlare con un’esperta che ti aiuti a svolgere nel modo migliore il tuo compito educativo

  • Tuo Figlio è Ansioso? 7 Attenzioni Educative In Chiave Montessoriana

    Tuo Figlio è Ansioso? 7 Attenzioni Educative In Chiave Montessoriana

    L’altro giorno un papà in consulenza mi ha detto: “Mi capita spesso di non capire mia figlia. Improvvisamente si mette a urlare, a piangere e a volte, in situazioni apparentemente banali come quando è necessario mettere un cerotto su un piccolo taglietto, comincia a sudare freddo e a irrigidirsi come fosse una statua. Io provo a tranquillizzarla, ma niente. Non c’è verso. Non ci riesco proprio…”.

    Purtroppo, nonostante in certi periodi della vita l’ansia infantile sia frequentissima perché legata al processo di crescita e pertanto col tempo tende a diminuire, la pandemia ha fatto impennare in maniera impressionante i comportamenti ansiosi nei bambini.

    Di recente l’ospedale Gaslini di Genova ha messo in luce quanto, in questi ultimi due anni, nei bambini al di sotto dei sei anni siano aumentati in maniera considerevole irritabilità, disturbi del sonno e ansia da separazione, mentre nei bambini e ragazzi tra i 6 e 18 anni i malesseri più frequenti hanno riguardato i disturbi d’ansia e alterazione del ritmo del sonno. 

    I dati sono a dir poco sconvolgenti.

    In circa il 60-70% della popolazione pediatrica la pandemia ha impattato rovinosamente.

    Se mi conosci o mi segui da un po’, sai molto bene che tengo in seria considerazione gli studi e le ricerche, come quella appena citata, che provengono da fonti autorevoli.

    Sulla base della mia personale esperienza come pedagogista posso confermare, però, che niente è perduto e anche se ci sentiamo esasperati dall’ansia dei nostri figli che hanno paura di sbagliare, del buio, dell’acqua, degli altri (tanto da evitare di andare a una festa di compleanno!), è possibile scoprire modi diversi di percepire queste situazioni faticose che ci aiutino ad affrontarle con calma e allentare la tensione.

    Devi sapere che l’ansia è un’emozione che ci spinge non solo a evitare il pericolo, ma anche a fare di tutto per dare il massimo di noi stessi per ottenere successo nella vita.

    Immagina che ne sarebbe di un atleta in gara alle Olimpiadi se, dopo essersi allenato con grande impegno, affrontasse la finale, che potrebbe portarlo a tagliare il traguardo per primo, con uno stato di rilassamento totale.

    Tuttavia, se è vero che una certa dose di ansia fa parte del vivere quotidiano, quando ci troviamo di fronte a manifestazioni di eccessiva preoccupazione che rischiano di complicare la vita ai nostri figli, dobbiamo interrogarci sul disagio che questa emozione può causare loro, sul perché il loro mondo interiore risulti così affollato da immagini inquietanti, ma soprattutto su cosa possiamo fare perché crescano più sereni.

    Per Maria Montessori quando ci troviamo di fronte a bambini caratterialmente impegnativi dobbiamo cercare “la ragione del loro carattere nella vita che essi hanno vissuto precedentemente”.

    Anche se tra le cause dell’ansia eccessiva gli studiosi riscontrano una certa predisposizione genetica – circa il 10/20% -, sono soprattutto alcune esperienze dei primi anni di vita che insegnano ai bambini a stare in allerta, a evitare i rischi, a non sperimentare cose nuove.

    Molto dipende dall’ambiente in cui i bambini nascono e crescono.

    “Stai attento!”, “Non stancarti troppo!”, “Sei sicuro di sentirti bene?”, “Attenta che puoi farti male!”, “Non correre!”, “Copriti bene altrimenti ti ammali!”, sono frasi dettate da adulti iperprotettivi che hanno bisogno di tenere ossessivamente tutto sotto controllo. E che indirettamente e inconsapevolmente attivano un enorme quantità di ansia nei propri figli.

    Avere un genitore che vive la vita con eccessiva preoccupazione non fa altro che spingere i bambini a crescere insicuri, impauriti, ansiosi, a credere che il mondo è un luogo pericoloso e di conseguenza a vivere in uno stato perenne di tensione.

    “Noi siamo gli adulti e il bambino dipende da noi; le sue sofferenze, a dispetto delle nostre buone intenzioni, provengono da noi. Se, per un errore da parte nostra, questi mali si producono, allora è necessario che l’atteggiamento dell’adulto sia riformato”. Maria Montessori

    Di seguito alcuni suggerimenti, in chiave montessoriana, utili per aiutare i tuoi figli a superare l’ansia:

    1. Nelle ansie dei nostri figli possiamo ritrovare le nostre. Perciò, prenditi cura del bambino pauroso che vive dentro di te, perché è solo accettando e imparando a conoscere le tue ansie che potrai aiutare i tuoi figli a superare le loro e a crescere. “E’ una maniera nuova di guardare al problema della responsabilità che grava con pesantezza su molti genitori”. Maria Montessori

    2. Cerca di ricordare quello che provavi tu da bambino/a di fronte a persone, ambienti o in situazioni nuove e sconosciute. Se per esempio tua figlia urla terrorizzata perchè non vuole andare dal dottore prova a ricordare che cosa ne pensavi tu delle visite mediche da piccolo/a. Così capirai perché la tua bambina ne ha paura.

    Poi spiegale che cosa l’aspetta, per non compromettere la sua fiducia (per esempio, il dottore guarderà la sua gola per capire come aiutarla a stare meglio). E rassicurala che le starai vicino tutto il tempo. “Bisognerebbe che noi ci rivestissimo di umiltà, ricordando di noi medesimi che da lungo tempo ci siamo allontanati con le nostre azioni da quella espressione di vita umana tanto più pura di noi, che è il bambino”. Maria Montessori

    3. Limita il più possibile i comportamenti iperprotettivi. Spesso i genitori di bambini ansiosi tendono, inconsapevolmente, a limitarne l’autonomia. Sono erroneamente convinti che i loro figli non abbiano la capacità di fronteggiare le situazioni, perciò, intervengono spesso per aiutarli.

    Ricorda che la muta richiesta che ogni bambino rivolge all’adulto è “Aiutami a fare da solo”.

    Aiutami, nel senso di “accompagnami in questo mio percorso di crescita, perché da solo non vado da nessuna parte. Sii presente”. A fare: solo se faccio capisco. Nessuno può imparare al posto mio, lasciami provare, riprovare. Da solo: concedimi la gioia di sperimentare da me, di provare la gratificazione, la soddisfazione di portare a termine quello che comincio. Perciò, per consentire a tuo figlio di scoprire che può farcela da solo lascia che si vesta, si lavi, giochi, faccia i compiti autonomamente e sforzati di aiutarlo solo se è opportuno, cioè, solo laddove non è in grado di fare da solo.

    Riconosci le sue possibili autonomie, mettilo sempre nelle condizioni di fare da sé, di superare quella piccola prova che lo renderà più abile. Perché rimproverarlo tutte le volte che nel versarsi l’acqua dalla brocca al bicchiere la rovescia sulla tavola? Prova a mostrargli come si fa per non rischiare che ogni volta si bagni la tovaglia. 

    “Un’azione pedagogica efficace sui teneri bambini deve essere quella di aiutarli ad avanzare su vie di indipendenza, intesa in maniera da iniziarli a quelle prime forme di attività che consentono loro di bastare a se stessi e di non pesare sugli altri per la propria incapacità. Aiutarli a imparare a camminare senza aiuto, a correre, a salire e scendere le scale, a rialzare oggetti caduti, a vestirsi e a spogliarsi, a lavarsi, a parlare per esprimere chiaramente i propri bisogni, a cercare con tentativi di giungere al soddisfacimento dei loro desideri, ecco l’educazione all’indipendenza”. Maria Montessori

    4. Lascia che tuo figlio sbagli. La relazione con i nostri bambini non può essere vissuta come una continua caccia agli errori: “Sei troppo lento! Guarda Simone, corre più veloce di te, ed è anche più piccolo!”, “Non sai ancora vestirti da sola! Guarda come hai lasciato la canottiera fuori dai pantaloncini!”.

    Un bambino che continua a subire questo atteggiamento di ossessivo controllo da parte dell’adulto crescerà nutrendo un enorme pregiudizio su di sé: quello di non essere mai all’altezza della situazione. Non proverà il piacere di fare e di mettersi alla prova, anzi, si adeguerà all’immagine negativa che gli adulti hanno di lui. È facile, perciò, che diventi una persona insicura e ansiosa.

    “Quanto è più importante invece capire gli sbagli che si fanno e sapersi controllare. Una delle più grandi conquiste della libertà psichica, è il rendersi conto che noi possiamo fare un errore e possiamo riconoscere e controllare l’errore senza aiuto. Se vi è cosa che rende il carattere indeciso, è il non saper controllare qualcosa senza dover ricorrere all’aiuto di altri. Nasce un senso di inferiorità scoraggiante e una mancanza di confidenza in noi stessi. Il controllo dell’errore diventa una guida che dice se siamo sulla giusta via”. Maria Montessori

    5. Incoraggia il tuo bambino a non evitare ciò che gli crea ansia. Devi sapere che a lungo andare “scappare” di fronte alle situazioni che appaiono come minacciose non fa altro che ingigantire l’ansia e renderla sempre più ingestibile. Perciò, se tuo figlio ha paura di andare sullo scivolo, invece di fargli evitare questa attività, aiutalo a esporsi gradualmente a quanto lo mette in ansia. In questo modo sperimenterà che ciò che teme non si verifica nel modo catastrofico in cui lo immagina.

    Per esempio, inizialmente potreste avvicinarvi insieme allo scivolo e osservare i bambini che vi salgono. Poi potresti farlo salire e scivolare tenendolo per mano – magari quando non ancora non è arrivato nessuno. Diversamente, consentendo a tuo figlio di evitare tutto quello che lo preoccupa confermi che ciò di cui ha paura è veramente pericoloso.

    “Diciamo che lo facciamo per il loro bene, e perlopiù ci crediamo sul serio. Ma è strano vedere quanto spesso ciò che consideriamo il loro bene coincida con quello che è più comodo per noi”. Maria Montessori

    6. Non rassicurare tuo figlio. So che ti sembrerà strano, ma le parole, anche se rassicuranti, non possono competere con un pensiero ansioso. Piuttosto aiuta il tuo bambino a cercare altre possibilità, per esempio, chiedendo: “Che altro puoi fare?”, “E se fai questo la tua paura diminuirà?”.

    Tuo figlio deve imparare a fidarsi dei suoi criteri di valutazione, altrimenti dipenderà sempre dagli altri per giudicare se una situazione è sicura o meno. Non dimenticare che le rassicurazioni più efficaci sono quelle che si focalizzano sulla capacità del bambino di affrontare e superare le situazioni temute. “I genitori dovrebbero trattare diversamente i figli. È un modo di trattare i figli meno diretto e più delicato, diverso da quanto siamo solitamente abituati a concepire nei confronti dei bambini”. Maria Montessori

    7. Incoraggialo a “giocare” la sua ansia. Proponi a tuo figlio di pensare a qualcuno – per esempio un supereroe – che non sarebbe ansioso nella sua stessa situazione e poi chiedigli di immaginare di essere proprio quel personaggio. Domandagli se si sente forte e coraggioso e poi aggiungi: “Anche tu puoi sentirti così!”.

    Un altro gioco utile che spesso suggerisco ai genitori che mi contattano è quello dell’inversione dei ruoli. Il tuo bambino fa la parte di un personaggio pauroso – un animale, un dottore con in mano un cerotto -, mentre tu fingi di avere paura.

    Si tratta di un approccio educativo giocoso che ha il potere di diminuire l’ansia provata dai bambini in situazioni per loro minacciose. Giocare permette di ridere e le risate allentano significativamente la paura. Inoltre, aiuta a mettere in pausa la parte del cervello più emotiva, lasciando emergere quella più razionale. “I bisogni del bambino sono semplici, e un’infanzia felice necessita solo di un ambiente semplice”. Maria Montessori

    Contattami per conoscere meglio il mio servizio di consulenza pedagogica e il mio progetto di Scuola Genitori con cui aiuto le mamme e i papà a svolgere nel modo migliore il loro compito educativo

  • Dalla Parte Dei Più Piccoli! Intervista A Grazia Honegger Fresco

    Dalla Parte Dei Più Piccoli! Intervista A Grazia Honegger Fresco

    Nel 2015 ho avuto il privilegio di intervistare Grazia Honegger Fresco, una delle più autorevoli autrici di opere divulgative in campo educativo indirizzate alle famiglie, pedagogista, erede di Maria Montessori, della quale è stata allieva.

    L’ho conosciuto personalmente e, insieme a Costanza Buttafava, è stata colei che mi ha “iniziato” al pensiero di Maria Montessori.

    Con grande emozione pubblico, qui, questo suo prezioso contributo che ho già condiviso sui social alcuni anni fa. Le sono profondamente grata per le sue illuminanti e attualissime riflessioni, utili per chiarire alcuni dei dubbi che sorgono nello svolgere il faticoso “mestiere” di genitori.

     

    Daniela: la velocità e la frenesia dei nostri ritmi di vita ci costringono, molto spesso, a vivere la relazione con i nostri figli in maniera poco naturale, lontani dal rispetto dei loro tempi e dei loro ritmi di sviluppo. Quali sono i bisogni autentici e più profondi dei bambini ai quali prestare ascolto per garantire loro una crescita sana e armoniosa?

    Grazia: Possiamo parlare di cose sagge che si dovrebbero fare, ma dovremmo anzitutto rovesciare l’idea di essere noi adulti i poveri cristi costretti dagli eventi ad essere sempre in velocità, a riempire in modo inverosimile le nostre giornate, tanto da non avere più nemmeno il tempo di ascoltare un piccolino o di guardarlo negli occhi.

    Non siamo vittime, ma piuttosto persone che rinunciano a fare scelte diverse.

    Ci lasciamo andare all’imitazione passiva del mondo che ci circonda e mettiamo a tacere quei residui di sano istinto che ci dicono: “Ma perché viviamo così?” .

    Se abbiamo scelto di avere un figlio o se questi è arrivato inaspettato e perfino indesiderato – e questa è già di per sé tristissima cosa – abbiamo comunque davanti una responsabilità precisa da persone adulte: quella dell’accudimento del figlio, in comune con tante specie animali.

    Ogni specie ha il suo modo: la gatta e l’aquila, il delfino o la giraffa…

    La madre – a volte anche il padre – si ferma, cambia le sue abitudini, prepara il nido, imbocca o dà il latte, e poco dopo insegna i primi rudimenti della specie; poi appena il piccolo è uscito dall’infanzia più o meno lunga e sa trovare da sé il cibo, lo spinge fuori, lo mordicchia perché se ne vada, senza rimpianti.

    La specie umana con il suo prodigioso cervello, il linguaggio, le mani che costruiscono, la posizione eretta che le ha permesso di impadronirsi del mondo intero, ha perso gli antichi istinti, ha fatto diventare il parto/nascita, e prima ancora la gravidanza, un evento medico, allontanando da sé quel mondo di tenerezze e di vicinanza che segna in profondità il legame tra genitori e figli.

    Vivendo nella velocità, nella continua competizione e nel primato dato alla verbalizzazione e alla cosiddetta razionalità (ahimè quanto fallace!), il genitore umano fa molta fatica ad accettare che quel bambolino fragile, inerte, privo di parola, capace soprattutto di piangere a perdifiato, sia UN ESSERE SENSIBILE.

    Da secoli si dice che il bambino è un legno storto da raddrizzare, che è solo un tubo digerente, che prende i vizi, che piangere gli fa bene.

    Appena nato il medico gli dà una buona pagella se funziona a dovere e poi, gli si può fare di tutto: metterlo lontano dalla madre, che deve riposare, si dice. E lui no? Vestirlo e profumarlo, tenerlo a digiuno o dargli acqua e zucchero invece del prezioso colostro – il primo latte – previsto dalla natura per tutti i mammiferi, per abituare lentamente un organismo nuovo ai tanti mutamenti interni ed esterni.

    Un tempo le puerpere si chiudevano in casa con il neonato per 40 giorni e non vedevano nessuno.

    Oggi le donne, in piedi 24 ore dopo il parto (non perché debbano lavorare come le contadine più povere, ma perché devono mostrarsi efficienti) portano subito fuori il bambino per mostrarlo in giro: “No, i suoi occhi non si vedono mai in queste circostanze, anzi sono fortemente strizzati” . Lo farà per far dispetto?



    Che cosa dobbiamo fare?

    Anzitutto prendere una sosta, non far finta che tutto sarà come prima.

    Il neonato vuole i genitori per sé, ma non è egoista.

    Lui o lei non sanno niente del nostro mondo complicato, ora amaro ora gaudente. “Mi avete chiamato, occupatevi di me, perché senza di voi non posso vivere!”.

    Non gli basta il latte, si adatta persino a digerire quel cibo finto che è il latte in scatola; ma di attenzioni, di carezze, della voce umana non può fare a meno.

    Non solo.

    Ha bisogno di abitudini regolari, di continuità: sempre lo stesso luogo, la stessa voce, le stesse mani.

    Per entrare lentamente nel mondo degli umani deve ritrovare per tanti giorni e mesi le stesse impressioni sensoriali.

    Lentissimamente costruirà dentro di sé l’immagine dei genitori attraverso il loro modo di portarlo, di consolarlo, di guardarlo. Li riconoscerà all’odore, al suono delle loro voci su cui costruirà il proprio linguaggio.

    Nasce molto immaturo – il più immaturo di tutti i cuccioli della Terra – e sarà il suo cervello a guidare passo passo ogni progresso, però deve essere immerso in un’atmosfera protettiva, fatta di lentezza, di garbo, di cose che non cambiano e che per questo sono rassicuranti.



    E come facciamo?

    Noi adulti non sopportiamo di mangiare due volte di seguito lo stesso cibo e consideriamo la ripetizione una condanna da inetti. Forse perché a scuola ci obbligavano a ripetere?

    Lui invece ha un bisogno insaziabile di ripetizione: il seno materno che torna circa ogni tre ore, il bagnetto alla stessa ora, le voci sempre uguali.

    Ben presto ci accorgiamo che quando osserva, diventa attento, dirige la sua attenzione e la blocca. In altre parole si concentra: è un fenomeno straordinario in un bambino così piccolo, eppure quanto importante.

    Ha appena un mese e fissa insistentemente il viso di sua madre mentre succhia al seno: lo disturba se qualcuno si mette a parlare con lei tanto che smette di succhiare.

    Ha due mesi e sdraiato nella culla fissa con interesse e a lungo la finestra o le foglie che si muovono.

    Il giorno dopo, posto nella stessa posizione, gira la testa fino a trovare – si direbbe – la stessa inquadratura: la concentrazione ricomincia. “Silenzio! La mente del bambino è al lavoro!” non dobbiamo distrarla.

    Tre mesi: c’è un oggetto bellissimo a disposizione, una piccola mano che si apre e che si chiude. Forse non sa ancora che è cosa sua, ma che fascino quelle piccole dita che si muovono.

    Alta concentrazione: è il suo modo di studiare. La scelta di che cosa studiare è già un suo essenziale atto di indipendenza.



    Gli adulti invece non sopportano che il bambino sia attento a qualcosa che ha trovato per conto suo e subito lo distraggono, lo richiamano, magari per dirgli “Fai ciao ciao con la manina” e lui esegue a mo’ di scimmietta. Valeva la pena di interrompere il suo “studio”? Non potevamo almeno aspettare che lo interrompesse egli stesso?



    Di queste minuzie è fatto il rispetto al bambino del primo anno di vita, un essere sensibile, in grado di comunicare le sue esigenze, i suoi desideri così piccoli e così grandi di cui possiamo accorgerci solo se ci facciamo piccoli e lenti accanto a lui. E’ un tempo molto breve, circa nove mesi, ma prezioso.

     

    Che succede se di colpo lo affidiamo a un Nido o a una badante o se decidiamo, su consiglio del pediatra, che a quattro mesi basta con il latte materno?

    Ci sono bambini meno reattivi, più tranquilli che non sembrano reagire ai cambiamenti, ma altri hanno reazioni devastanti: cominciano i disturbi del sonno, i problemi di reflusso, il rifiuto di nuovi alimenti – diversità di sapore, di rugosità, di odore – si ammalano facilmente, vogliono stare molto in braccio e non giocano più da soli.

    Il bel giocattolo si è rotto e gli adulti non sanno più accomodarlo: a poco a poco lasciano fare al bambino tutto quello che vuole. Rifiuta il riso, gli faccio la pasta, non vuole neanche quella.

    Un passo dopo l’altro a tre anni mangia solo patatine e banane.

    Non vuole più andare a dormire a ore ragionevoli – “Che vuoi? E’ fatto cosi!”. La nonna lo rincorre per tutta casa perché mangi un boccone oppure gli racconta favole con un esercito di peluche. Meglio di tutto però per indurlo a mangiare è Re Leone.

    Così appena uscito dal terzo o quarto anno ne abbiamo fatto un capriccioso tiranno.

    Quando e dove abbiamo sbagliato?

     

    Non ci sono ricette valide per tutti.

    Ogni bambino è diverso ed è questa originalità che dobbiamo scoprire e mettere in valore: dargli tutti noi stessi nei primi mesi di vita per cominciare con alcuni No, pochi, fermi e sapienti come quando, per esempio, intraprende il cammino di scoperta dentro casa, soprattutto sulle due gambe.

    Il bisogno di esplorare si rivela in tutta la sua potenza.

    Non cominciamo a dire scioccamente: “Il terribile secondo anno!”.

    Il bambino è affamato di attività intelligenti che può scoprire da sé.

    Si tratterà di scegliere che cosa mettergli a disposizione: lui stesso vi rivelerà che cosa preferisce fare.

    Togliete di mezzo gli oggetti pericolosi e accettate per alcuni mesi di aver per caso un insaziabile esploratore che forse vi butterà a terra la collezione dei DVD o la pila delle magliette appena stirate.

    Non ditegli che è cattivo.

    Non può stare fermo: se non trova le giuste risposte si arrangia come può.

    Sta a voi prevedere per non entrare in sciocchi conflitti e trattarlo male!

     

     

    Se sei interessata/o a capire come applicare l’approccio montessoriano in famiglia contattami direttamente, scrivendo una mail a info@localhost

     

     

     

  • Prima Di Organizzare Una Casa A Misura Di Bambino Preoccupati Di Essere Un Genitore A Misura Dei Tuoi Figli

    Prima Di Organizzare Una Casa A Misura Di Bambino Preoccupati Di Essere Un Genitore A Misura Dei Tuoi Figli

    Rimango convinta del sincero interesse, da parte dei genitori, nei confronti della pedagogia montessoriana. Tanti di loro intuiscono che Montessori, con la sua scoperta dell’infanzia, può offrire a madri e padri un modello straordinario di relazione con i propri figli.

    Purtroppo, sul versante opposto ciò che spesso viene propinato e offerto, soprattutto per quel che riguarda l’applicazione dei principi montessoriani in famiglia, ha a che fare con una serie infinita di attività, così come avviene nelle aule montessoriane, oppure con tante indicazioni su come arredare una casa a misura di bambino.

    Attenzione. Leggimi attentamente.

    Non sto sottolineando l’inutilità di questi aspetti, di un ambiente preparato, per esempio, perché i nostri figli possano essere incoraggiati nella loro libertà esplorativa. Nel mio primo libro Un’altra educazione è possibile. La risposta montessoriana ai bisogni dei bambini ho scritto un capitolo intitolato Una casa a misura di bambino, nel quale spiego come allestire un ambiente familiare che accompagni lo sviluppo dei propri bambini.

    Ciò su cui voglio spostare la tua attenzione è invece il fatto che possiamo organizzare una casa in perfetto stile montessoriano, ma se non siamo in grado di riorganizzare la nostra disponibilità mentale per metterci in ascolto dei veri bisogni dei nostri bambini, rischiamo di essere di intralcio al loro percorso di crescita e non di aiuto. 

     

    Prima che in una casa di mattoni i nostri bambini devono trovare ospitalità adeguata nella nostra mente, nel nostro spazio interiore. Altrimenti, per quanto mossi dalle migliori intenzioni e dal grande amore che nutriamo nei loro confronti, soprattutto nei momenti più critici e impegnativi della loro crescita, rischieremo di agire d’impulso con quell’incontrollato automatismo che, senza rendercene conto, ci fa ricorrere a modi e metodi punitivi, coercitivi, alle urla, alle prediche, alle minacce e che possono causare tanto dolore e sofferenza.

    Prima di una casa a misura di bambino serve un genitore a misura dei propri figli.

     

    Di seguito 3 caratteristiche che contraddistinguono questa “tipologia” di genitore:

    • vede e accetta i propri figli per quello che sono e non attraverso il filtro delle proprie aspettative. “Mio figlio deve avere le opportunità che non ho avuto io. Per questo lo iscriverò in una scuola d’eccellenza, anche mi costerà parecchi sacrifici!”. Spesso, pensando di agire per il loro bene, offriamo ai nostri figli quanto invece è mancato a noi, senza accorgerci che gli stiamo complicando seriamente la vita. Non mi fraintendere. Quando diventiamo genitori è normale nutrire delle aspettative nei confronti dei nostri figli. Ma perché queste attese non ostacolino la loro crescita, invece di destinarle a compensare i nostri desideri non realizzati e curare le nostre ferite è necessario che vadano a sostenere il loro progetto  autoformativo. Al “bambino della notte”, il bambino immaginato, ideale, ci ricorda Silvia Vegetti Finzi, è necessario sostituire il “bambino del giorno”, il figlio reale e accoglierlo così com’è, con la sua indole, la sua personalità, le sue inclinazioni e tenere conto che anche se lo abbiamo generato noi, quel figlio non è al mondo per dare un senso alla nostra vita, per il nostro piacere o per salvare un rapporto di coppia andato in frantumi. Il bambino è individuo per suo diritto di nascita e pertanto bisogna accettarlo come tale. “Non conviene davvero incasellare il bambino in un proprio schema mentale: «Mio figlio dovrà essere così…fare questo…, diventare quest’altro…». In tal modo si negano a priori le possibilità di ricerca autonoma di una propria strada (…) Non sappiamo oggi chi egli sia, ma rispettiamo fin d’ora il suo nascosto disegno interiore. A poco a poco egli si rivelerà a noi e in modo tanto più autentico, per quanto meno, fin dalla nascita, saremo stati «impresari» del suo vivere, dei suoi gesti, delle sue scelte”. (Grazia Honegger Fresco)      Facciamo attenzione e chiediamoci se le aspettative che nutriamo verso i nostri figli sono rivolte a colmare i nostri vuoti. Se è così, cerchiamo di occuparci noi di queste antiche ferite senza delegarle ai nostri bambini, altrimenti rischiamo di tenerli prigionieri di problemi che non gli appartengono, senza che se ne possano difendere.

     

    • È un genitore causativo. Di fronte alle fatiche che inevitabilmente comporta crescere un figlio, il genitore a misura di bambino si considera causa e non loro effetto. Mi spiego. Quando i nostri figli non si comportano come vorremmo – urlano, ci aggrediscono con morsi e calci, si oppongono di fronte a qualsiasi cosa proponiamo loro, non ci ascoltano –  potremmo  lasciarci andare a pensieri di sconforto: “Me lo fa apposta per provocarmi”, “E’ capricciosa!”, “Ma proprio a me doveva capitare un figlio così difficile?”, “E’ nata con un brutto carattere. Non posso farci niente!”. Oppure, potremmo cercare di sforzarci di vedere le cose dal loro punto di vista, comprendere, perciò, che si comportano in questo modo non perché sono mossi dall’intenzione di metterci in difficoltà, ma perché le zone cerebrali preposte al controllo e alla gestione degli impulsi, delle emozioni, delle frustrazioni non sono ancora mature. E poi chiederci: “Cosa posso fare io per cambiare questa situazione e trasformarla in un’opportunità di crescita mia e dei miei figli?”. Credimi, è molto più efficace considerarsi causa e concentrarsi sulle proprie aree da migliorare che pensare: “E’ colpa sua!”. Il genitore causativo è consapevole che non sono le situazioni in sé a fare la differenza, ma il come ci si rapporta ad esse. Considera i momenti difficili dell’essere genitore come opportunità per comprendere più in profondità se stesso e i propri bambini e dare il meglio di sé. Un genitore a misura di bambino è un genitore che parte sempre dal cercare di modificare se stesso invece che gettare le colpe sui propri figli. Non aspetta che le cose accadano, non spera che le situazioni col tempo miglioreranno automaticamente. Crede, invece, che le cose cambieranno nella misura in cui si impegnerà a lavorare su se stesso. Cambia il suo comportamento perché possano migliorare i risultati nelle relazioni.  Il genitore a misura dei suoi figli è consapevole che i bambini sono frutto del loro contesto di vita, pertanto, invece che sostenere con rassegnazione “E’ il suo carattere!” si chiede a quale ambiente, a quale clima emotivo li sta esponendo. Il carattere si sviluppa in rapporto agli ostacoli incontrati o alla libertà che ne ha favorito lo sviluppo”. (Maria Montessori)   Oggi la ricerca scientifica ci conferma che il modo in cui si sviluppa il cervello del bambino dipende dall’esperienza che vive. Pertanto, è il tipo di relazione che noi costruiamo con i nostri figli che contribuisce a strutturare il loro carattere, la loro personalità. Cara mamma, caro papà, ti consideri causa o effetto di quello che sta accadendo intorno a te, nella relazione con i tuoi figli?

     

    • Educa a lungo termine. “Nella concezione di Maria Montessori, l’educazione non è solo un episodio della vita: essa dovrebbe cominciare con la nascita e durare così a lungo come la vita stessa. L’educazione è concepita da lei non soltanto come una «trasmissione di cultura», ma piuttosto come un aiuto alla vita in tutte le sue espressioni”. (Mario Montessori) Quanto sosteneva Maria Montessori più di cento anni fa viene oggi confermato dalla ricerca nel campo delle neuroscienze. Occorre tempo per lo sviluppo. Se i nostri bambini non hanno ancora imparato a riordinare la stanza dopo aver giocato, a trattenere l’impulso di spingere per salire per primi sul dondolo del parco, a organizzarsi con i compiti a casa, non dobbiamo lasciarci prendere dallo sconforto. Il ritmo dello sviluppo del cervello è lento. Ci vogliono almeno 25 anni perché i nostri figli consolidino quelle abilità che permettono loro di costruire buone relazioni, gestire e controllare i propri impulsi e le proprie emozioni, essere consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni e tanto altro ancora. “Se durante l’infanzia si costruisce la struttura cerebrale, durante l’adolescenza hanno luogo un rimodellamento del cervello e una trasformazione e «ristrutturazione» delle regioni che si erano formate nei primi dodici anni di vita”. (D. J. Siegel – T. P. Bryson)  Quanti bambini di cui si erano perse le speranze nei primi anni di scuola sono diventati delle eccellenze all’Università! E tanti che in tenera età sembravano faticare ad avere amici, diventando grandi sono riusciti a costruire relazioni stabili e felici! Maria Montessori è estremamente chiara. “Per costruire il futuro è necessario vigilare sul presente. Quanto più verranno curati i bisogni di un periodo, tanto maggiore successo avrà il periodo successivo”. Un genitore a misura di bambino è come un giardiniere che lavora pazientemente per creare un suolo fertile, ricco di nutrimento e in grado di far crescere piante vigorose. Per portare a termine questo progetto, è consapevole però che occorrono impegno e fatica e soprattutto è necessario trascorrere molto tempo a scavare nella terra e a sporcarsi le mani di letame. Un genitore a misura di bambino non ha, perciò, come unico obiettivo quello di ottenere all’istante comportamenti accettabili. Sa, invece, che a lungo termine, se avrà perseverato pazientemente, consoliderà una relazione intima e soddisfacente con i suoi bambini e soprattutto li avvantaggerà nel corso della vita, quando saranno più grandi, perché avranno sviluppato quelle abilità emotive e sociali che li aiuteranno ad affrontare con resilienza la loro esistenza. Ricordiamoci di essere pazienti con il ritmo lento dello sviluppo del cervello. I nostri “figli piccoli sono donne e uomini in formazione”. (Maria Montessori)

     

    Cara mamma e caro papà che mi leggi, essere genitori è un processo complesso che richiede di impegnarsi in un lavoro di ricerca su se stessi per diventare genitori “a misura di bambino”, capaci, cioè, di nutrire e alimentare in modo adeguato la crescita e lo sviluppo dei propri figli.

     

    Montessori parlava di uno “studio” di se stessi che va oltre l’impegno intellettuale: si tratta di una preparazione del carattere, una preparazione spirituale!

     

    Sarò sincera con te.

    Purtroppo le mamme e i papà diventano genitori senza nessuna preparazione. Spesso, svolgono questo compito importante facendo ciò che hanno fatto i loro genitori perché “ha funzionato bene”, ma non è detto che ciò che ha funzionato ieri, funzioni bene oggi. Per capire le necessità dei nostri figli ed essere a “loro misura”, dobbiamo liberarci dalle credenze limitanti che nutriamo sull’educazione, dalle prigioni mentali in cui siamo stati “rinchiusi” o che ci siamo creati noi stessi. Dobbiamo fare pratica di consapevolezza.  

     

    Sappi, però, che non sei sola, solo.

    Se lo desideri posso guidarti in questo processo. Maria Montessori, grande scienziata dell’educazione sosteneva che invece di preoccuparci eccessivamente di “correggere le scorrettezze del bambino” dovremmo cominciare a studiare noi stessi, a lavorare su di noi per scoprire i “difetti nascosti nella coscienza” e per questo abbiamo “bisogno di un aiuto esterno, di una certa istruzione; è indispensabile cioè che qualcuno ci indichi quello che dobbiamo vedere in noi. (…) E’ necessario che qualcuno ci insegni e che noi ci lasciamo guidare. Dobbiamo essere educati, se desideriamo educare”.

    Come mamma di una bambina conosco molto bene le fatiche del mestiere.

    La mia pazienza non è illimitata e anche a me è capitato e capita ancora, a volte, di non riuscire nel mio intento, pur mettendo in campo le migliori strategie.

    Ma ci sono delle consapevolezze che ho guadagnato con tanto studio e con tanto entusiasmo, che io applico su me stessa, nella mia relazione con mia figlia. Grazie a Maria Montessori ho compreso determinate cose, mi ci sono anche scontrata con esse e nel tempo ho imparato a gestirle con maggiore serenità. Ho fatto dell’errore il mio migliore amico e questo ha modificato positivamente la percezione dei miei sbagli, ma anche di quelli della mia bambina.

    Maria Montessori mi ha reso una madre e una persona migliore.

     

    Nel 2016 ho ideato e fondato la SCUOLA GENITORI SECONDO L’APPROCCIO MONTESSORIANO una vera palestra in cui le mamme e i papà si allenano per essere più empatici con i loro figli, per imparare a guardare le situazioni da un altro punto di vista a far chiarezza su come il bambino si sviluppa. Alla mia SCUOLA GENITORI le mamme e i papà scoprono che un altro modo di educare è possibile!

    A breve riparte il progetto.

    Sappi che ce n’è per tutti! I percorsi sono tarati sulle età dei bambini – 0-3/3-6/6-11.

    Non perdere questa preziosa opportunità di crescita per te e per i tuoi figli!

    Clicca sul link per avere maggiori informazioni: https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/scuola-genitori-secondo-approccio-montessoriano/

     

  • Montessori. Un Approccio Scientifico Alla Genitorialità

    Montessori. Un Approccio Scientifico Alla Genitorialità

    Se mi segui da un po’ saprai sicuramente che il mio principale obiettivo, come pedagogista montessoriana, è fare in modo che Montessori arrivi al maggior numero possibile di genitori.

    Devi sapere che la proposta pedagogica di Maria Montessori è in grado di fronteggiare le sfide che la società moderna pone all’educazione dei bambini.

    Quella montessoriana è una pedagogia che fa propri diversi temi particolarmente vicini a noi, adulti moderni. Uno fra tanti e di notevole importanza, che vorrei condividere oggi con te, è quello della genitorialità consapevole o riflessiva. Un tema che il pensiero montessoriano pone in una cornice di scientificità.

     

    Ti spiego meglio.

    Negli ultimi trent’anni, la ricerca psicologica – si pensi agli studi dell’infant research e dell’attaccamento – ha confermato quanto sia importante per il bambino, nella costruzione della sua identità, l’importanza della qualità delle relazioni che instaura con l’ambiente in cui vive. Gli affetti hanno un ruolo centrale nella costruzione della psiche del bambino.

    Più di cento anni fa Maria Montessori, anticipando la nuova biologia e le recenti ricerche di epigenetica scopriva, a partire dai suoi studi e dalle sue osservazioni sui bambini, l’importanza di predisporre il giusto contesto ambientale, per permettere loro esprimere e sviluppare al meglio il proprio potenziale.

    “Date al bambino un ambiente adatto e gli effetti sulla sua mente saranno gli stessi di quelli sulla sua salute mentale quando lo nutrite con una dieta equilibrata”.

    Maria Montessori

     

    Quello di cui parla Montessori è un ambiente in cui vengono create condizioni di vita, rispettose del naturale sviluppo del bambino e, soprattutto, nel quale gli adulti sono consapevoli di esserne parte significativa, attraverso il loro modo di relazionarsi con i propri figli.

    “Il bambino è sensibile a un punto estremo, impressionante in modo tale che l’adulto dovrebbe sorvegliare tutti gli atti e le parole, perché esse gli rimangono scolpite nella mente”.

    Maria Montessori

     

    Un invito, quello di Maria Montessori, che trova conferma oggi nella ricerca di quanti si occupano di modelli interpretativi dello sviluppo e di clinica: i genitori devono essere consapevoli che la relazione con i loro figli non si basa solo su un piano di comunicazione verbale. Bisogna chiedersi del continuo cosa i figli assorbono da noi adulti sul piano implicito, da come ci comportiamo con loro, da come gli parliamo, da come esprimiamo le emozioni rispetto ai loro bisogni. E come tutto questo ha influenza sul loro sviluppo.

    La crescita e la maturazione psichica si realizzano grazie a un dialogo continuo tra le menti, le intenzioni, i sentimenti e i pensieri reciproci di genitori e figli. Non è solo il genitore che nella relazione con il bambino porta un suo stile e una sua modalità di risposta molto personali. Anche il bambino, nell’incontrare la sua mamma e il suo papà manifesta un suo personale livello di affetto e di comportamento. Il tutto all’insegna della reciprocità.

    “La mente dei figli cresce in funzione di come si interagisce con la mente dei genitori e viceversa e questa interazione modella la nostra identità, la nostra capacità di regolare le emozioni, di sentirci parte di un insieme”.

    G. C. Zavattini

     

    Una prospettiva questa, che avvalora due dei grandi temi del pensiero montessoriano:

     

    UNO. Per Maria Montessori, il bambino è un essere pieno di potenzialità, che contiene già in sé le proprie abilità. Il compito dell’adulto è quello di aiutarlo a esprimerle.

    I nostri figli vengono al mondo con una specie di software innato di autoeducazione; sono guidati da speciali forze interiori che rispondono ai loro bisogni di autoformazione. La spinta a crescere, ad apprendere, a entrare in relazione è innata. Per Maria Montessori il bambino, fin dalla nascita, è programmato per entrare in risonanza con l’altro, non dobbiamo creare in lui qualità morali e sociali. Dobbiamo solo sostenere il loro sviluppo, riconoscere queste potenzialità e nutrirle positivamente per fare in modo che il bambino le esprima liberamente. L’invito della Dottoressa è di seguire il bambino, liberi da idee preconcette e concentrando la nostra attenzione su ciò che sa fare, affidandoci alla sua intelligenza, alla sua motivazione spontanea, a quanto propone e mette di suo nella relazione, come a una sua competenza originaria e significativa.

    Non dobbiamo “plasmarlo”.

    Si, è vero, come scrive Maria Montessori, il bambino è come cera molle, ma è a lui stesso che spetta il compito di “plasmarsi”, di formarsi sapientemente uomo.

    “Troppo spesso il bambino viene immaginato come fosse fatto di cera. Crediamo che nelle nostre mani risieda il suo futuro di stimabile cittadino; che si debba lavorare la cera, stringendola e modellandola nella forma che desideriamo, finchè è ancora malleabile e duttile. È vero che la mente del bambino è come cera, proprio come i suoi muscoli potrebbero essere alterati, nel corso dello sviluppo, da esercizi specifici, ma se interferiamo con la normale crescita e con lo sviluppo dei muscoli del bambino, rischiamo con facilità di distruggere la sua crescita fisica. In modo analogo, se interferiamo e cerchiamo con la forza di dirigere la crescita mentale e l’intelligenza del bambino fuori dal normale corso del suo sviluppo, potremmo distorcere il carattere in modi sottili”.

    Maria Montessori

    Non si tratta, perciò, di fare qualcosa di straordinario, ma abbiamo la grande responsabilità di predisporre l’ambiente che alimenta la crescita dei nostri figli, che sia all’altezza delle loro grandi potenzialità. E poi, amarli, essere presenti, rispondere alle loro richieste di interazione, rispettare il loro ritmo di crescita, improntando la nostra modalità di relazione al saper attendere e saper osservare, senza interferire con il “progetto autoformativo” del bambino.

    “Crediamo di doverlo plasmare, che senza di noi non possa crescere. Restiamo convinti di dover dar forma al carattere del bambino. Perciò è necessario che l’adulto sia consapevole del fatto che deve cambiare atteggiamento. Noi, in quanto adulti, dobbiamo giocare un nuovo ruolo – dobbiamo capire che anziché aiutare il bambino non facciamo che intralciarlo se tentiamo di plasmarlo in modo diretto”.

    Maria Montessori

     

    DUE. La scienza, oggi, convalida l’uso di un approccio consapevole alla genitorialità. Soprattutto se si tiene conto, in virtù della reciprocità di cui ho accennato precedentemente, e come ci confermano ricerche scientifiche sempre più raffinate, che

    “i bambini non imparano quello che i genitori dicono loro, ma il modo in cui i genitori si relazionano con loro”.

    R. Pally

     

    Si tratta di una capacità molto importante che, se esercitata, ci aiuta a non fraintendere i comportamenti dei nostri bambini e a gestire adeguatamente, quando si verificano, le incomprensioni nei loro riguardi.

    Essere genitori consapevoli significa riuscire a guardare il mondo non solo dalla nostra prospettiva, ma anche da quella dei nostri figli, metterci nei loro panni e osservare il mondo con i loro occhi.

    Non è sempre facile.

    Le neuroscienze ci spiegano che le percezioni che abbiamo del mondo esterno, se create al di fuori della consapevolezza, possono generare disaccordi, malintesi, incomprensioni con le persone accanto a noi. Da qui la necessità di gettare lo sguardo dentro noi stessi, alle nostre emozioni, alle aspettative che nutriamo verso i nostri figli, verso noi stessi, ai “tasti dolenti” della nostra infanzia. Solo lavorando su di noi matureremo, nel tempo, la capacità di riconoscere quando questi elementi potrebbero modificare la percezione che abbiamo dei nostri bambini.

    A questo proposito, una strategia che gli studiosi del funzionamento del cervello ci suggeriscono, per correggere le percezioni sbagliate, è quella di rallentare, prendersi tempo, mettendo in discussione la percezione originaria.

    Per esempio, un’esperienza dolorosa di esclusione vissuta nella nostra infanzia e rimasta dentro di noi come un nervo scoperto, potrebbe riattivarsi quando ci accorgiamo che uno dei nostri figli viene messo da parte dai fratelli o dagli amici, portandoci a intervenire in modo non corrispondente ai veri bisogni dei nostri bambini e di cui potremmo pentirci, perché ha più a che fare con i ricordi dolorosi della nostra infanzia che con quanto sta effettivamente accadendo ai nostri figli. Provare a distaccarsi emotivamente permetterebbe di analizzare meglio la situazione, lasciando la possibilità ai bambini di consolidare capacità, autonomia e competenza conflittuale per affrontare i disaccordi e le contrarietà reciproche.

    Anticipatrice delle moderne scoperte neuroscientifiche sull’importanza di un approccio consapevole alla genitorialità, Maria Montessori richiama costantemente l’adulto a prestare ascolto alla propria interiorità, a non essere precipitoso nel valutare i comportamenti dei bambini che possono sembrare incomprensibili:

    “La prima cosa da imparare è restare in attesa. Non dovete fare altro che osservare guardandovi attorno, senza desiderare di esprimere un giudizio, di correggere o insegnare. L’adulto non fa che correggere, lo fa sempre di più. Ma non appena l’adulto cessa di opprimere il bambino, lui mostra un carattere diverso, i tratti peculiari di una creatura spirituale. Ci vengono mostrate qualità ben lungi dall’essere conosciute, tanto che vengono definite miracolose”.

    Maria Montessori

     

    La Dottoressa era consapevole che l’adulto deve “prepararsi” molto

    “con metodica costanza per giungere a sopprimere i propri difetti più radicati, quelli che costituiscono un ostacolo alle sue relazioni con i bambini”.

    Insomma, un vero e proprio training!

    Maria Montessori parla esattamente di “autoesame”, di “rinuncia alla tirannia”, riferendosi a quel potere molto sottile che esercitiamo spesso nei confronti dei nostri figli, in virtù del semplice fatto di essere noi gli adulti!

    Un impegno, perciò, di fronte al quale non ne esiste uno più arduo!

    Eppure questa è la base su cui costruire una relazione veramente efficace con i nostri figli.

    Montessori e la scienza oggi, concordano.

    “Avere una solida relazione genitore-figlio significa essere in grado di offrire consolazione, empatia, validazione, comprensione, accettazione e supporto a vostro figlio. Ma significa anche adottare lo stesso approccio nei confronti di voi stessi! In altre parole, per dare a vostro figlio quello di cui ha bisogno, dovete dare quelle stesse cose a voi stessi”.

    R. Pally

     

    Per poter comprendere profondamente i nostri figli, dobbiamo prima aver compreso noi stessi. Per poterci prendere cura dei loro bisogni dobbiamo prima occuparci dei nostri.

    Un approccio educativo che funziona in “automatico”, guidato, cioè, da risposte più impulsive che ragionate, causa tanta sofferenza ai nostri figli, rischia di farci perdere occasioni preziose di crescita e non ci permette di diventare genitori competenti.

    “Se il nostro amore è malaccorto, ci posizioneremo in campo nemico, ma se invece saremo saggi, osserveremo [lo sviluppo de bambino] con discernimento, conquisteremo la sua fiducia e condivideremo appieno la gioia della sua infanzia felice”.

    Maria Montessori

     

    Non basta amare i nostri figli.

    All’amore dobbiamo unire il discernimento, la saggezza, la consapevolezza che essere genitori implica la necessità di intraprendere un percorso di trasformazione che ci liberi da tutto ciò che ci blocca e che ci condiziona nella relazione con i nostri figli.

    Gli insegnamenti di Maria Montessori pongono molta enfasi sull’importanza dell’autoeducazione della vita interiore dell’adulto. Questa è l’unica garanzia per poter rispondere adeguatamente ai bisogni dei bambini, per vederli per chi veramente sono, per non rischiare di confondere le loro esigenze con le nostre. E’ nella misura in cui noi adulti ci prendiamo cura della nostra crescita che saremo in grado di far evolvere il bambino nel suo sviluppo.

    E Maria Montessori non lascia spazio a fraintendimenti:

    “Il primo passo per risolvere in totalità il problema dell’educazione, non deve dunque essere fatto verso il bambino, ma verso l’adulto educatore: occorre chiarire la sua coscienza, spogliarlo di molti preconcetti, renderlo umile e passivo: infine cambiare le sue attitudini morali”.

     

    No, non si tratta di trasformarci in genitori perfetti.

    Essere genitori consapevoli non vuol dire essere incessantemente a disposizione dei nostri figli o riuscire a comprenderli sempre. Significa, invece, essere “sufficientemente buoni”, secondo una felice definizione di D. Winnicott, mediamente affettuosi e sensibili, e comprensivi in modo affidabile. Essere genitori consapevoli significa che se ci si rende conto di essere in difficoltà nel capire i propri figli si riesce a darsi tempo, ad attendere, a fare silenzio dentro di sè e porsi in ascolto non solo delle proprie emozioni, ma anche di quelle dei figli, per cercare di vedere la loro prospettiva oltre che la propria.

     

    Caro genitore, cosa stai facendo per esercitare la tua consapevolezza genitoriale, in modo da alzare l’asticella nella relazione con i tuoi figli?

    Ti stai impegnando per avvicinarti alla versione migliore del tuo essere genitore? Sappi che si tratta di una responsabilità a cui non devi e non puoi sottrarti per nessun motivo!

    Genitore non si nasce, si diventa!

    Il modo in cui svolgiamo il nostro ruolo genitoriale influenza in maniera determinante la mente, il cuore, l’anima e la coscienza dei nostri figli.

    Proprio per questo è fondamentale che viviamo la relazione con loro, ogni giorno, con consapevolezza.

    Essere genitore è soprattutto un’esperienza interiore.

    Il tuo impegno come genitore, perciò, non consiste soltanto nell’accumulare informazioni, ma nel fare continuo esercizio di consapevolezza, rimanendo “immerso” il più possibile all’interno di un ambiente fertile e favorevole all’applicazione concreta di ciò che impari.

    Per questo motivo, nel 2016, ho dato vita al progetto di Scuola Genitori secondo l’approccio montessoriano.

    Un’iniziativa, PRIMA UNICA a livello nazionale nel suo genere, in quanto si differenzia da altre proposte simili per il taglio montessoriano che ho voluto dare a questo percorso.

    Si tratta infatti, di un progetto rivolto a uno specifico target di genitori: ossia a coloro che desiderano trovare, alla luce del Modello montessoriano, il modo giusto e più efficace per entrare in RELAZIONE con i propri figli e fare le giuste scelte educative.

     

    Tra qualche mese, ripartirà la QUINTA edizione di SCUOLA GENITORI secondo l’approccio montessoriano, a Trento, a Rovereto e da quest’anno anche online!

    Se sei interessata/o a ricevere informazioni sui corsi in partenza scrivi a: info@localhost

     

     

  • Lo Sapevi Che Il Tuo Bambino Pensa Con Le Mani?

    Lo Sapevi Che Il Tuo Bambino Pensa Con Le Mani?

    Da sempre la mano rappresenta un’importante testimonianza della propria esistenza, un canale comunicativo insostituibile. 

    Durante i primi 6 anni di vita, la mano permette al bambino di agire e, perciò, di conoscere il mondo. Già a pochi mesi, esprime il suo bisogno di prendere con le mani.

    Certo, all’inizio la sua azione è non è consapevole, ma nel giro di poco tempo la prensione si trasforma in un vero e proprio esercizio.

    Il bambino afferra gli oggetti:

    • per portarli alla bocca
    • per infilarli nelle scatole
    • per passarli da una mano all’altra
    • per batterli e fare rumore
    • per lanciarli.

    Tutte attività in cui  polarizza al massimo la sua attenzione e che rappresentano l’A, B, C dell’agire umano. Il bambino

    “mostra una irresistibile tendenza a toccare tutto e a soffermarsi sugli oggetti. È occupato di continuo, felice, sempre affaccendato con le sue mani. La sua intelligenza (…) ha bisogno di un ambiente che offra motivi di attività, perché ulteriori sviluppi psichici devono avvenire in questa epoca formativa”.

    MARIA MONTESSORI

    La Dottoressa è chiara e non lascia spazio a dubbi o fraintendimenti.

    IL LAVORO DELLA MANO SVELA QUANTO LA MENTE E’ IN AZIONE!

    Quelli che possono sembrarci giochi banali, puerili, attività “disturbanti” che recano solo fastidio, in realtà ci rivelano COME FUNZIONA LA MENTE DEL BAMBINO che esplora, ricerca, “studia” attentamente gli oggetti, inventa, proprio come un vero scienziato.

    Perciò

    “Consentiamogli l’esplorazione senza entrare in conflitto con lui. Chiudiamo a chiave o mettiamo in alto ciò che non deve prendere, ma lasciamogli ampie possibilità esplorative. Deve toccare per capire, per crescere, per costruire i concetti base della mente umana, per capire le differenze e le uguaglianze, i contrasti e le somiglianze”.

    G. H. FRESCO

    Il lavoro che il bambino compie attraverso le sue mani è un vero lavoro, nel senso che gli permette di evolvere sul piano psichico, di crescere, di costruirsi un pensiero, una personalità.

    Stai attento, allora, caro genitore a ciò che offri alle mani dei tuoi bambini.

    Evita, per esempio, giochi commerciali, costruiti prevalentemente in plastica coloratissima, che disturbano l’attenzione dei bambini con i loro esagerati stimoli e inducono a gesti stereotipati.

    Tieni presente che l’eccesso di colori, suoni, movimento li eccita e li stanca in maniera poco naturale.

    Di fatto li sfinisce.

    Se vuoi rispondere ai veri bisogni del tuo bambino occorre andare sul semplice: proponi oggetti in legno, osso, metallo, stoffa, leggeri, proporzionati alle sue mani come piccoli sonagli, nastri colorati, oggetti che abbiano caratteristiche sensoriali diverse (morbidi, duri, lisci, ruvidi, piccoli, grandi…), da infilare in semplici scatole forate, oggetti piccoli e grandi che possono mettere uno nell’altro, ma anche giochi da trainare o da spostare. Tanti di questi (oggetti) sono reperibili in casa: tappi di ogni tipo, coperchi di barattoli, scatole di diverse dimensioni, grosse castagne, rotoli di cartone, stoffe, mollette, piccoli mestoli, grandi cuscini, piccole panchette o sgabelli da spingere.

    Sappi, in ogni caso, che non è necessario sollecitare di continuo il tuo bambino ad essere occupato in un’attività. Lascia che faccia da sè (già a partire dal sesto mese i bambini sono capaci di “scegliere” un oggetto che li attrae in modo particolare!), con i suoi tempi, senza mettere fretta.

    Man mano che cresce, il tuo bambino affina le sue abilità manuali. La mano diventa, perciò, uno strumento per la manipolazione, ma soprattutto un prezioso sostegno alla sua autonomia, in azioni come lavarsi, vestirsi, mangiare ecc. Solo se questi passaggi verranno rispettati, imparerà a coordinare le proprie mani e quindi anche a dipingere, colorare, scrivere quando sarà più grande.

    Il grande Pitagora sosteneva che l’uomo è in grado di pensare perché ha una mano, sottolineando già allora quel legame strettissimo tra quest’ultima e la mente che ritroviamo nella pedagogia montessoriana a proposito dello sviluppo psichico del bambino.

    “Potremmo dire che quando l’uomo pensa, egli pensa ed agisce con le mani”.

    MARIA MONTESSORI

    Oggi si sa che nei polpastrelli delle dita di una mano si concentrano il maggior numero di corpuscoli di Pacini, che discriminano informazioni sul contatto e sul movimento da inviare al cervello.

    Più questo processo è frequente più si rafforzano le vie nervose cerebrali. Le mani e il cervello si muovono insieme,

    “il gesto (…) ha una presa diretta sulle funzioni mentali, ha immediatamente una risonanza psichica”.

    Dal secondo anno in poi le mani diventano sempre più “potenti” ed espressione di una intelligenza che osserva, studia, indaga, inventa, costruisce. Il bambino ne affina la precisione e acquista maggiore abilità in attività come il disegno o che implicano l’incollare, il lavare, il tagliare, il piegare, l’assemblare.

    Cresce l’interesse a vestirsi e svestirsi da soli, ma anche verso attività sempre più complesse e legate, in modo particolare, alla quotidianità nella casa:

    • lavare gli indumenti
    • annaffiare le piante
    • apparecchiare la tavola
    • preparare una buona merenda
    • spremere un’arancia
    • tagliare le verdure
    • spazzare il pavimento.

    Fino ai 6 anni l’ambiente familiare è estremamente affascinante per i bambini; desiderano partecipare ed essere coinvolti in tutto ciò che si svolge all’interno di esso.

    “Se si volesse stabilire un principio, diremmo essere necessaria la partecipazione del bambino alla nostra vita, perché nell’epoca in cui egli deve imparare a muoversi, non può imparare bene se non lo vede fare (…). Dare al bambino questa ospitalità, cioè, farlo partecipare alla nostra vita, è difficile, ma non costa nulla (…). Si tratta di un periodo della vita del bambino in cui desidera fare tanto con le mani e farlo bene. Un’età in cui “tende a toccare tutto, mentre gli adulti gli lasciano toccare poche cose e gliene proibiscono molte”.

    MARIA MONTESSORI

    È importante, perciò, aiutare i nostri bambini affinchè riescano nelle loro piccole imprese.

    Questo significa organizzare per loro un ambiente “di vita reale, con oggetti proporzionati a loro” dove possano provare, riprovare e ripetere secondo i propri ritmi e le proprie modalità.

    E poi, far vedere come si usano (gli oggetti) attraverso, quelle che Maria Montessori definisce “presentazioni”: facciamo vedere ai bambini come si fa, con gesti chiari, nitidi, al rallentatore, mostrando con cura i vari passaggi sotto i loro occhi, per permette loro di assorbire con precisione e non sentirsi costretti a chiedere aiuto.

    Servendoci di questi criteri possiamo mostrare:

    • come si sposta una sedia senza far rumore
    • come si versa l’acqua nel bicchiere
    • come si avvita e svita un barattolo di vetro
    • come si raccolgono le briciole di pane cadute per terra
    • come si apre e chiude un rubinetto
    • come ci si pettina
    • come ci si infila una maglia.

    Ricordo una mamma che durante un incontro in cui si parlava dell’importanza di adottare movimenti lenti per mostrare ai bambini come si fanno bene le cose esclamò: “Adesso capisco perché la mia bambina si innervosisce così tanto quando prova ad abbottonarsi la giacca. Mi ha sempre visto farlo in fretta e questa è la modalità che lei ha appreso, la stessa che ancora non le permette di acquisire questa capacità!”.

    “Abbiamo potuto constatare così in mille casi che il bambino ha bisogno non soltanto di un oggetto interessante, ma anche di conoscere il modo esatto di procedere nei movimenti quando lo maneggia. È l’esattezza che lo interessa e lo trattiene nel lavoro”.

    MARIA MONTESSORI

    Ogni volta che i nostri bambini usano malamente un oggetto o svolgono in maniera non corretta un’azione, chiediamoci se dell’uso di quell’oggetto o dello svolgimento di quell’attività abbiamo offerto una presentazione accurata o frettolosa.

    Grazia Honegger Fresco scrive:

    “Meglio ripeterla al più presto e al rallentatore (…). Di ogni occasione perduta dovete rammaricarvi, tornando un passo indietro a ripeterla con buon umore, perché non sia perduta per sempre”. 

    Non dimentichiamo, allora, che attraverso queste esperienze il bambino non solo acquisisce delle abilità, ma progredisce nella formazione della sua personalità, nel suo sviluppo.

    “(…) lo sviluppo del bambino è legato alla mano, la quale ne rivela lo stimolo psichico (…) con l’attività manuale egli raggiunge un livello più alto, ed il bimbo che si è servito delle proprie mani ha un carattere più forte”.

    MARIA MONTESSORI

    P. S. Se desideri approfondire quanto hai appena letto o richiedere una consulenza pedagogica (in questo periodo sono disponibile su Skype) contattami scrivendo a info@localhost

  • BABBO NATALE SI, BABBO NATALE NO

    BABBO NATALE SI, BABBO NATALE NO

     

    In questo periodo tanti genitori mi chiedono:

    “E’ vero che l’approccio montessoriano non prevede che si raccontino favole o storie fantastiche ai bambini?

    “E il racconto di Gesù Bambino che porta i regali, o di Babbo Natale che «sfreccia» nel cielo sulle sue renne per portare doni ai bambini?”, “Non priviamo in questo modo i nostri bambini della magia del Natale?”, “Non è un impoverimento delle capacità creative e immaginative dei bambini?”.

     

    Al di là di ciò che riteniamo opportuno raccontare ai bambini, credo che la cosa più importante sia avere la consapevolezza che tutto quello che offriamo in forma di racconto sia a misura di bambino, rispondente ai bisogni e agli interessi della sua età.

    Niente di più, niente di meno.

    Non dimentichiamo che il nostro compito è quello di offrire risposte, e non stimoli, ai bisogni psichici dei nostri bambini.

     

    Certo, possiamo raccontare storie di fantasia, senza però abusare di personaggi inesistenti o oggetti umanizzati (come la slitta con occhi, naso e bocca); le nostre storie dovrebbero essere, perciò, abbastanza credibili.

     

    “La fantasia che esagera e inventa grossolanamente, non mette sulla buona strada”.

    MARIA MONTESSORI

     

    Le storie raccontate ai bambini devono essere il più possibile attinenti alla realtà, aderenti positivamente alle loro esperienze quotidiane, offerte attraverso simboli accessibili e facilmente assimilabili, scelte con cura, e soprattutto con un senso di grande rispetto verso i loro bisogni e con sguardo scientifico.

     

    “Ma come potrebbe sviluppare l’immaginazione dei bambini, ciò che è invece frutto della nostra immaginazione? Noi solo immaginiamo e non loro; essi credono, non immaginano. La credulità è infatti un carattere delle menti immature a cui manca l’esperienza e la conoscenza delle cose reali, e a cui l’intelligenza che distingue il vero dal falso, il bello dal brutto, il possibile dall’impossibile, fa ancora difetto”.

    MARIA MONTESSORI

     

    Per i primi 5/6 anni circa la mente del bambino è ancora IMMATURA per poter distinguere la finzione dalla realtà, perciò non bisognerebbe incoraggiare quella fantasticheria che fa leva sulla “credulità”, caratteristica delle menti immature, allontanando, in questo modo, esageratamente il bambino dalla realtà.

     

    Perchè allora invece di preoccuparci eccessivamente di cosa raccontare o meno ai nostri bambini, non puntiamo a caratterizzare la festa del Natale, al di là delle credenze religiose di ciacuno, come una celebrazione della nascita e della vita, come occasione per stare insieme e scambiarsi doni, senza lasciarci travolgere dall’ondata consumistica che caratterizza sempre di più questi momenti importanti?

    Si può anche “approfittare” di questa festività per proporre ai bambini racconti storici o che abbiano valore dal punto di vista culturale e antropologico incoraggiando, per esempio, una ricerca, su cartine geografiche e mappamondi, dei paesi nei quali hanno origine queste storie.

     

    In fondo c’è così tanto di bello e di buono nella realtà che i bambini possono scoprire e assorbire, che non serve aggiungere altro.

    “Dobbiamo offrire al bambino ciò che è necessario alla sua vita interna (…). Noi dobbiamo curare e nutrire il fanciullo interiore e attendere le sue manifestazioni”.

    MARIA MONTESSORI

     

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  • E’ SUFFICIENTE LA SCUOLA PER LIBERARE IL POTENZIALE DEI TUOI FIGLI?

    E’ SUFFICIENTE LA SCUOLA PER LIBERARE IL POTENZIALE DEI TUOI FIGLI?

    È una domanda che mi sono posta a partire dal mio essere mamma, in modo particolare dopo aver “incrociato” Montessori sul mio cammino di vita personale e professionale.

    Da tempo si assiste a un acceso e rinnovato interesse nei confronti della pedagogia montessoriana; sono molti gli insegnanti alla ricerca di una diversa modalità educativa che riesca ad accogliere e affrontare le sfide che la società contemporanea pone alla scuola. Così come sono in notevole aumento i genitori che manifestano una nuova sensibilità verso i bisogni dei loro figli, tanto da essere convinti che a questi bisogni il modello montessoriano può sicuramente offrire risposte adeguate. (altro…)

  • UNA SOGLIA PER L’INTERVENTO DELL’ADULTO

    UNA SOGLIA PER L’INTERVENTO DELL’ADULTO

    “L’adulto deve dare e fare quel tanto che è necessario affinchè il bambino possa utilmente agire da solo: se fa meno del necessario, il bambino non può agire utilmente, se l’adulto fa più del necessario, e perciò si impone o si sostituisce al bambino, spegne i suoi impulsi fattivi. Esiste dunque un intervento determinabile: c’è un limite perfetto da raggiungere, che si potrebbe chiamare «la soglia dell’intervento»”.
    (MARIA MONTESSORI)

    Spesso i genitori con cui ho il piacere di lavorare mi chiedono:

    “Fin dove posso lasciare che il bambino si spinga senza il mio intervento? Qual è il limite da non oltrepassare perché mio figlio non diventi né un tiranno, né un robot?”.

    La risposta la troviamo nelle sapienti parole di Maria Montessori che scrive:

    “Occorre veramente mettersi sul sentiero dell’osservazione e delle scoperte al fine di penetrare la mente del bambino (…) Cosa non facile (…)”.

    È necessario coltivare particolare sensibilità e attenzione che ci permettano, come adulti educatori, di riconoscere quando è opportuno fornire aiuto ai nostri bambini.

    Siamo utili solo nel momento in cui nostro figlio non può fare da sé.

    Questa è la soglia da non oltrepassare!

    Quel limite della porta che segna il confine tra me adulto e il mondo interno del bambino e che dovremmo varcare solo dopo esserci chiesti: “Posso entrare o è meglio rimanere in attesa? Può essere di aiuto il mio intervento o rischia di trasformarsi in un ostacolo? Devo vietarglielo o è meglio che sperimenti da sé?”.

    Certo ci vuole tempo!

    L’aiuto inutile non fa altro che mortificare il bambino che sta consolidando nuove abilità, lo ostacola nella sua concentrazione, diventa una vera e propria aggressione nei confronti della sua indipendenza e degenera in quella che Maria Montessori definisce come lotta tra l’adulto e il bambino.

    Un conflitto senza tregua che accompagna il piccolo dalla nascita e per tutto il suo sviluppo e che cela la grande paura dell’adulto nel favorire la forte spinta del bambino verso l’autonomia: dover limitare il proprio potere nei confronti di colui che riteniamo debole, doversi spostare dal centro alla periferia, perché sia veramente il bambino il protagonista della sua crescita.

    Concludo con uno dei tanti racconti didattici di Milton Erickson, psichiatra e psicoterapeuta statunitense che, a parer mio, illustra con molta chiarezza l’arte di saper intervenire al momento giusto.

    Un giorno, Milton Erickson, grande psicologo, tornando a casa da scuola, trovò un cavallo che era scappato ed era entrato nel campo di un contadino, alla ricerca di un po’ di acqua da bere.

    Il contadino non l’aveva visto, così Erickson decise di occuparsene per riportarlo a casa.

    Gli saltò in groppa e lasciò decidere all’animale in che direzione andare.

    Di tanto in tanto il cavallo si allontanava dalla strada o si fermava a brucare l’erba in un prato. Solo in queste occasioni Erickson interveniva riportandolo delicatamente sulla strada. Dopo circa 6 chilometri il cavallo si infilò nel recinto di una fattoria e il proprietario disse a Milton: “Ma dove l’hai trovato?”

    “A circa sei chilometri da qui”, rispose Erickson .

    Il proprietario lo ringraziò per averglielo riportato e gli disse: “Come hai fatto a sapere che era mio e che viveva qui?”.

    Erickson gli rispose: “Io non lo sapevo, lui sì. Mi è bastato metterlo sulla strada”.

    Lasciamo che sia il bambino a “guidarci”, a farci comprendere quali siano le sue reali necessità, la meta giusta verso cui dirigerlo.

    Coltiviamo quell’arte raffinata che ci aiuti a saper distinguere il momento giusto per intervenire e non disturbare o deviare il suo percorso di crescita.

  • L’AMBIENTE CONTA. MONTESSORI DOCET!

    L’AMBIENTE CONTA. MONTESSORI DOCET!

    “La genetica svolge solo un ruolo minoritario nel film della nostra vita: ciò che siamo è determinato essenzialmente dal nostro ambiente. Sono soprattutto il nutrimento fisico e psichico assimilato, le persone che frequentiamo, le parole che ascoltiamo, quelle che pronunciamo, il modo in cui gestiamo lo stress, le esperienze vissute, la qualità del cibo ingerito, il tempo di esercizio fisico che ci concediamo a fare di noi ciò che siamo”.

    (C. Alvarez)

    Le straordinarie scoperte in campo epigenetico ci confermano, oggi, quanto Maria Montessori scopre più di 100 anni fa!

    Tutte le esperienze che viviamo quotidianamente influenzano la nostra mente e la struttura del nostro cervello e questo va, a sua volta, a modificare l’espressione genetica delle nostre cellule.

    Il nostro DNA non è un programma rigido e immutabile, come per tanto tempo abbiamo creduto, ma può essere modificato dalle informazioni che riceve dall’ambiente.

    Maria Montessori aveva “visto” molto lontano!

    Prima di chiunque altro aveva capito quanto fosse di fondamentale importanza l’ambiente, non solo quello fisico, materiale, ma soprattutto quello che ha a che vedere con le nostre relazioni, che sostiene la nostra crescita, che ci dà la considerazione che meritiamo, dove esistono le condizioni necessarie perché possiamo sperimentare la serenità emotiva.

    E’ questa la scoperta rivoluzionaria che fa Maria Montessori nel 1906: da scienziata esperta in biologia prepara l’ambiente per accogliere un gruppo di bambini

    “piangenti, paurosi; tanto timidi che non si riusciva a farli parlare: il loro viso era senza espressione: gli occhi smarriti come se non avessero mai visto nulla nella vita. Erano infatti poveri bambini abbandonati, cresciuti in case smantellate e buie, piangenti, paurosi, senza uno stimolo psichico, senza nessuna cura. Agli occhi di tutti apparivano denutriti, non c’era bisogno di essere medico per riconoscere che avevano necessità urgente di nutrizione, di vita all’aria aperta e al sole. Fiori chiusi, ma senza la freschezza dei bocciuoli: anime nascoste dentro a un involucro serrato” (Maria Montessori)

    Maria Montessori li osserva con attenzione scientifica, per capire come funziona la loro mente, la loro psiche. Non impone, né tantomeno si mette a fare l’insegnante. Scopre così che, in un ambiente preparato, dove è garantita un’attenzione individualizzata e affettuosa ad ogni bambino, ricco di oggetti e proposte rispondenti ai bisogni, agli interessi e alle abilità evolutive di ciascuno e dove i piccoli sono liberi di scegliere, il clima è tranquillo, i litigi sono rari, i bambini collaborano tra di loro, si rivelano capaci di concentrarsi intensamente e questo li rende soddisfatti, riposati, addirittura felici!

    “Quali furono dunque le condizioni che permisero la trasformazione impressionante di questi bambini, anzi l’apparizione di nuovi bambini, la cui anima si manifestò con uno splendore tale che diffuse la sua luce tutto attorno nel mondo intero? Dovevano essere condizioni singolarmente favorevoli, per realizzare «la liberazione dell’anima del bambino»

    (M. Montessori).

    Ancora oggi, se siamo in grado, come allora, di creare le condizioni favorevoli, avremo il privilegio di assistere all’ “apparizione di nuovi bambini”, di scoprirne la vera natura.

    L’epigenetica dimostra che il contesto di vita è in grado di influire sulla nostra esistenza, più di quanto non riesca a fare il nostro codice genetico. Un esempio straordinario ci arriva dal mondo delle api: le larve delle api nascono tutte con lo stesso patrimonio di geni, ma solo chi viene nutrita con la pappa reale diventa regina!

    Con grande anticipo su queste straordinarie scoperte moderne Maria Montessori aveva compreso che per sostenere al meglio la crescita e lo sviluppo del bambino, l’adulto deve concentrarsi sull’ambiente, preoccupandosi di disporlo con amore e consapevolezza.

    Educare per Maria Montessori significa eliminare quelle condizioni di vita che impediscono il libero flusso dell’energia e fanno risaltare solo caratteri di stanchezza, difesa o disagio, per offrire al bambino l’opportunità di esprimersi per chi veramente egli è.

    E’ in un contesto attento alle esigenze di crescita e di sviluppo fisico e mentale in cui ogni piccolo è aiutato a fare da solo che si manifesta quello che Maria Montessori chiama il “nuovo bambino” con le sue caratteristiche psichiche naturali: attivo, operoso, riflessivo, autonomo, contento, amante dell’ordine, sereno, sicuro di sè, capace.

    Per crescere bene ogni bambino necessita di

    “un ambiente amorevole, vivace, ricco ordinato, che favorisca l’esplorazione e le attività spontanee, l’incontro con l’altro, le interazioni amichevoli, calme, l’aiuto reciproco, l’empatia e la generosità. Prestare attenzione a simili fattori ambientali non dovrebbe più essere un’opzione. Questi elementi stanno al bambino come la pappa reale sta alla larva d’ape. Nutrono direttamente e in modo positivo la sua parte migliore”. (C. Alvarez)

    Maria Montessori lo ha sempre ribadito!

    Il segreto non sta nel materiale, negli oggetti, ma nelle condizioni ambientali che nutrono la mente e il cuore del bambino: lo sguardo affettuoso, la qualità dei gesti, il tono caldo della voce. Elementi che agiscono favorevolmente sul suo sviluppo, andando addirittura a modificarne l’informazione biologica.

    L’ambiente conta. Montessori docet!

    Se desideri approfondire questo argomento e richiedere una consulenza contattami direttamente scrivendo una mail a info@localhost

  • MONTESSORI VS FANTASIA? NIENTE DI PIU’ FALSO!

    MONTESSORI VS FANTASIA? NIENTE DI PIU’ FALSO!

    “Ma è vero che l’approccio montessoriano non prevede che si raccontino favole o storie fantastiche ai bambini? E come la mettiamo con Babbo Natale? Non è un impoverimento delle capacità creative e immaginative dei bambini?”. (altro…)

  • IL BAMBINO, UN ESSERE SPIRITUALE

    IL BAMBINO, UN ESSERE SPIRITUALE

    “Uno dei miei piccoli allievi era dell’età di sette anni compiuti quando in casa sua, un amico di famiglia, vedendolo intelligente e sapendolo educato nella «libertà», volle provare a descrivergli brevemente l’evoluzione animale, secondo i principi di Lamarck e di Darwin. Il fanciullo seguì con molta attenzione il discorso e poi chiede: «ebbene, l’uomo viene dalla scimmia, e questa da un altro animale e così via: ma il primo da chi viene?» «Il primo,» rispose il narratore, «si è formato a caso». Allora il bambino scoppiò in una grande risata, e chiamando la madre, le diceva concitato: «Ma senti, senti che sciocchezza: la vita che si forma a caso! Questo è impossibile». «E come dunque si forma la vita?» «È Dio,» rispose il bambino con convinzione”.  (MARIA MONTESSORI) (altro…)