• Se Non Gli Do Il Ciuccio Fa I Capricci E Non Si Addormenta. Il Ciuccio, Un Aiuto O Un Ostacolo Allo Sviluppo Del Tuo Bambino?

    Se Non Gli Do Il Ciuccio Fa I Capricci E Non Si Addormenta. Il Ciuccio, Un Aiuto O Un Ostacolo Allo Sviluppo Del Tuo Bambino?

    Capita a molti genitori di dare il ciuccio al proprio bambino e a un certo punto chiedersi se si è fatta la scelta giusta. Proprio l’altro ieri, una mamma in consulenza, raccontandomi della sua fatica a togliere il ciuccio alla sua bambina, mi ha detto: “Glielo avevo fatto prendere solo come un’alternativa per calmarla e farla addormentare, ma poi, giorno dopo giorno, è diventata una continua richiesta, stile martello pneumatico. Non solo per addormentarsi, ma anche quando usciamo, quando rientra a casa dalla scuola dell’infanzia, quando la lascio dai nonni. Insomma, quella che inizialmente era un’eccezione è diventata la regola”.

     

    È normale e succede davvero a molti genitori. E non solo per quanto riguarda il ciuccio. Spesso non si è pienamente consapevoli di quale sia la cosa giusta da fare e, soprattutto, quali possano essere le conseguenze di una scelta piuttosto che un’altra.

    È così ci si ritrova, in alcuni momenti cruciali della crescita dei propri figli, ad arrancare tra ansia, sensi di colpa e attacchi di rabbia.

     

    Non è mia intenzione demonizzare il ciuccio.

    Né tantomeno giudicare i genitori che alle prese con i primi pianti inconsolabili dei loro bambini trovano nel ciuccio un espediente che permette loro di “tirare il fiato” e ai loro piccoli di tranquillizzarsi.

    Voglio invece, a fronte della mole di disinformazione che circola su questo argomento, offrirti un punto di vista pedagogico e aiutarti a comprendere quando e quanto questo oggetto in alcuni frangenti può essere davvero di aiuto, mentre in altri si caratterizza come un vero e proprio impedimento.  

     

    Non c’è dubbio: il ciuccio non dovrebbe essere offerto al bambino, se prima non si è consolidato l’allattamento al seno.

    Le ricerche ci confermano che sarebbe meglio aspettare almeno un mese dalla nascita, tenendo in considerazione che ogni bambino è differente, perciò, ha tempi personali che vanno rispettati.

    La suzione è una delle attività principali di un neonato, che succhia non solo per nutrirsi, ma anche perché gli piace. Proprio per questo la natura ha disposto che ogni bisogno di suzione nutritiva e non fosse soddisfatto dal seno materno.

    Succede però che se il bambino vuole succhiare, ma in alcuni momenti non ha bisogno di latte, si stacca dal seno e mette in bocca il dito o la manina.  

     

    Questo per chiarirti, cara mamma e caro papà che mi leggi, che la natura ha previsto altri “oggetti” per soddisfare il bisogno di suzione del bambino, che non hanno a che vedere con il ciuccio, invenzione e abitudine diffusissima della nostra società. Devi sapere che presso i popoli nativi, i bambini, che per qualche anno vivono a stretto contatto con il corpo della madre, crescono senza averne mai visto uno.

    Il ciuccio non è una necessità per il bambino, non è un suo bisogno naturale. È piuttosto un’usanza della nostra cultura.

    Anche per quanto riguarda la prevenzione della SIDS (morte improvvisa del lattante), non è il ciuccio in sé a svolgere una funzione protettiva, ma l’azione del ciucciare e la deglutizione.

     

    Detto questo, è vero che in alcune particolari situazioni (un pianto inconsolabile, la fatica a prendere sonno, un momento di stanchezza), il ciuccio può rivelarsi una buona soluzione, purchè non rimanga “l’unica” alle richieste dei nostri figli e non venga utilizzato “esclusivamente come tranquillante, cioè perchè il bambino resti quieto”. S. H. Fraiberg

    È interessante che in inglese il ciuccio venga chiamato “pacifer”, un calmante tutto- fare.

     

    “Quando succede che un bimbo si dedichi disperatamente al ciuccio o al proprio pollice? È chiaro: quando è solo, quando sta per addormentarsi, o, se è più grandicello, quando è avvilito o quando per una ragione o per l’altra ha bisogno di consolazione. Il bambino, in altre parole, si abbandona alla suzione quando gli manca qualcosa ed è infelice. Ora, il qualcosa che gli manca di solito è un qualcuno, è una presenza umana”.

    M. Bernardi

     

    Cosa devi fare, allora, per non incorrere nel rischio di utilizzare il ciuccio come un “tappo” in bocca che blocca sul nascere qualsiasi pianto, prima ancora di sforzarti di comprendere ciò di cui tuo figlio ha bisogno? O come “protesi” (come lo definiva Lorenzo Braibanti) che limita fortemente il piacere di andare alla ricerca di altre fonti di gratificazione?

     

    Come sosteneva Grazia Honegger Fresco, mia maestra e ultima allieva di Maria Montessori, chiudere la bocca ai nostri bambini con il ciuccio, blocca ogni loro possibile richiesta e deve rappresentare l’ultima risposta che può essergli di aiuto.

    A parte situazioni di grande disagio, lei lo annoverava tra gli “aiuti inutili”.

     

    Sai perché?

     

    Provo a spiegartelo per punti:

    • dopo i 4-6 mesi circa, un periodo della vita molto importante in cui comincia a portare gli oggetti alla bocca, il bambino potrebbe non essere favorito a usare questa abilità a causa della continua autoconsolazione fornita dal ciuccio. Questo vale anche per altre occupazioni, come quelle in cui esercita le sue mani, prendendo gli oggetti e lasciandoli cadere. Azioni semplici, fondamentali per lo sviluppo mentale che nella ripetizione permettono al bambino di sviluppare la concentrazione e fare scoperte importanti. È indubbio che un bambino senza ciuccio si interessi al gioco in modo più attivo e curioso. Ricorda, la continua autoconsolazione, indebolisce la curiosità, deprime la vivace intelligenza del bambino.

     

    • Quando è sempre a disposizione, il ciuccio può diventare un vero ostacolo anche allo sviluppo del linguaggio, predisponendo il bambino a parlare in ritardo e a difetti di pronuncia. Il ciuccio sempre in bocca prolunga artificiosamente il bisogno di succhiare dei primi mesi e soprattutto, oltre i due anni, rischia di compromettere la corretta articolazione linguistica, impedendo un’attività importante sul piano dell’indipendenza. “C’è un tempo per succhiare e un tempo per pronunciare i primi suoni, le prime sillabe, le prime parole: un tappo sempre in movimento nella bocca non favorisce altre esplorazioni realizzate con lo stesso organo!”. G. H. Fresco

     

    • La prolungata suzione non permette al palato di “allargarsi” adeguatamente, per lasciare spazio sufficiente ai denti. I logopedisti continuano a ricordarcelo; nei primi anni di vita il palato è molto “plastico” tanto che, a dispetto della genetica, la sua forma può modificarsi a seconda dell’intensità con cui il bambino attiva i muscoli per succhiare, respirare, masticare, parlare.

     

    • Quando il bambino ha il ciuccio in bocca diventa “bravo” e il genitore smette in automatico di osservare e andare alla ricerca delle motivazioni che hanno spinto il piccolo a protestare. Come ho già scritto in un precedente articolo https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/mamma-papa-che-rabbia/ i bambini più sono piccoli più fanno fatica a gestire i loro comportamenti da soli. È necessario saper osservare con attenzione per cercare di cogliere quegli elementi che preannunciano una crisi emotiva e aiutare i nostri figli a regolare i loro impulsi, provando a pensare se esiste un altro modo, oltre l’offerta del ciuccio, per affrontare i loro malesseri.

     

    • Rendere abituale l’uso del ciuccio di fronte ad ogni piccolo fastidio dei nostri bambini rischia di compromettere la loro capacità di “lasciarlo andare”, quando sarà necessario. A quel punto, infatti, non li avremo aiutati a individuare altre strategie di autoconsolazione. Se non il ricorrere al ciuccio.

     

     

    Non è il ciuccio in sé ad essere sbagliato, a fare male. È il suo uso costante ed esagerato che deve essere messo in discussione. Un bambino che succhia sempre è un bambino che non si impegna mai a fondo in qualcosa, soprattutto nelle relazioni. È un bambino che spesso e volentieri non è indipendente nel mangiare, nello scegliere i giochi, nel pronunciare parole e frasi, nell’entrare in relazione con gli altri.

     

    Maria Montessori ci mette in guardia.

    Non basta amare i nostri bambini. All’amore dobbiamo unire il discernimento, la saggezza, la conoscenza dei loro bisogni. “Se il nostro amore è malaccorto, ci posizioneremo in campo nemico, ma se invece saremo saggi, osserveremo il suo sviluppo con discernimento, conquisteremo la sua fiducia e condivideremo appieno la gioia della sua infanzia felice”.

     

    Ecco che l’autosservazione può rappresentare un aiuto potente per imparare a leggere le sfumature del linguaggio non verbale dei nostri figli. “Perché gli metto il ciuccio in bocca? Non tollero il suo pianto?”, “Riesco a comprendere il suo bisogno?”, “Cosa mi sta comunicando con questo malessere?”, “In quali circostanze lo richiede maggiormente?”, “C’è altro che posso fare per lui?” – leggere un libro insieme, suggerire un gioco tranquillo, cantare, proporre un massaggio rilassante, un’uscita al parco…

     

    Come ho scritto nel mio libro Montessori è solo una moda se non diventi un genitore consapevole https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/libro-montessori-solo-moda-se-non-diventi-genitore-consapevole/, in un capitolo dedicato interamente all’osservazione, “bisogna apprendere un nuovo modo di connetterci a noi stessi e ai nostri bambini, che ci porti ad assumere l’atteggiamento più corretto nei confronti delle loro manifestazioni. Essere genitori consapevoli significa riuscire a guardare il mondo non solo dalla nostra prospettiva, ma anche da quella dei nostri figli, metterci nei loro panni e osservare il mondo con i loro occhi”.

     

    Crescere un figlio non è un processo semplice. Lo è meno se non si è consapevoli. E un genitore poco consapevole tende a sottovalutare le conseguenze che gesti apparentemente semplici e innocui, come lasciare che il bambino tenga sempre in bocca il ciuccio, possono avere sulla sua salute globale.

    “La sensibilità che l’adulto deve acquistare, è quella di riconoscere tutti i bisogni del bambino; solo così egli potrà dargli quell’aiuto che gli è necessario”.

    M. Montessori

     

    Se desideri contattarmi per una consulenza su questa o altre fatiche legate alla crescita dei tuoi figli scrivi una mail a info@localhost


  • Ciao Ciao Pannolino! L’Educazione Al Vasino Come Aiuto All’Indipendenza

    Ciao Ciao Pannolino! L’Educazione Al Vasino Come Aiuto All’Indipendenza

     

    Se vuoi che l’addio al pannolino non si trasformi in un’esperienza altamente frustrante per te e per il tuo bambino, allora devi sapere che la pazienza, la calma e il rispetto dei suoi tempi sono d’obbligo!

    Così come per altri passaggi importanti che caratterizzano il percorso di crescita dei tuoi figli, anche per quanto riguarda lo spannolinamento le tue reazioni sono importantissime. La riuscita di questo importante percorso si gioca tutta nella relazione, in modo particolare nella fiducia che saprai accordare al tuo bambino perché, anche se ti sembrerà impossibile, imparerà da solo a non bagnarsi e sporcarsi più.

    Non puoi insegnarglielo, anche se sei la sua mamma o il suo papà. Il controllo sfinterico non può essere influenzato o accelerato, ma può esser decisamente favorito.

    Come?

    Ti spiego.

    A partire dal secondo anno, circa, la maturazione neuromuscolare permette al bambino di “avviarsi” al controllo degli sfinteri. Questa tappa importante implica un nuovo livello di consapevolezza: il piccolo comincia a diventare cosciente di ciò che accade dentro di sé. Avverte lo stimolo di fare la pipì o la cacca e inizialmente potrebbe preoccuparsi e spaventarsi. Non sa come controllarlo e non ha idea di cosa accadrà dopo. Ecco che in risposta a questa nuova situazione, a volte verbalizzata dal bambino, a volte no, si attivano una serie di comportamenti da parte degli adulti che possono metterlo ulteriormente in uno stato di apprensione, in quanto sono comportamenti diversi da quelli a cui è abituato. In fondo, fino a quel momento ha sempre fatto cacca e pipì senza che nessuno se ne accorgesse. In santa pace!

    Improvvisamente, gli adulti intorno a lui cominciano a dirgli che è ora di togliere il pannolino, prendono il vasino e gli chiedono di sedersi sopra. Alcuni genitori sentono che possono fidarsi del loro bambino, perciò, lo osservano e lo seguono senza innervosirsi. Altri, invece, fin dai primi segnali non gli danno tregua, lo mettono più volte al giorno sul vasino, irritandosi se non comprende subito cosa deve fare.

    Cara mamma, caro papà se ti trovi alle prese con lo spannolinamento devi sapere che chiedere in maniera martellante al tuo bambino se deve fare la pipì, spingerlo a sedersi sul vasino o addirittura promettere premi o punizioni, non fa altro che trasformare in problema quello che invece è la normale evoluzione di un processo e rimanda al bambino il messaggio che il suo corpo non è in grado di regolarsi da solo.

     

    Un’educazione troppo rigorosa al vasino può indurre il bambino a scoraggiarsi, a perdere fiducia in se stesso e può farlo dubitare che la mamma e papà continuino ad amarlo, quando le loro aspettative rimangono deluse.

     

    Credimi! Non è come sostiene qualcuno: uno, due, tre trucchetti e il gioco è fatto!

    Non basta applicare strategie efficaci, anche se sono sicura che possono essere molto utili, e in questo mio articolo ti fornirò anch’io alcuni suggerimenti pratici. Ma, se mi segui da un po’, sai che non mi stanco di dire che non è tanto “cosa” mettiamo nella relazione con i nostri figli, ma “come” noi ci mettiamo in relazione con loro. Non si tratta di apprendere delle tecniche. Quando in un rapporto importante, come quello tra genitore e figlio, ci si affida al tecnicismo e si frappone “ciò che si sa” a “ciò che si è”, non ci si pone in una dimensione di cura e di amore. 

     

    Se il metodo educativo è mediocre, l’esito non sarà mai buono, anche se esternamente certi risultati sembrano raggiunti.

     

    Perciò, nel caso dell’educazione al vasino, se stai tendendo a forzare tuo figlio perché impari velocemente a tenersi pulito può darsi che si “sottometta” alla tua volontà, ma ti sarà molto facile assistere a una serie di resistenze, dure opposizioni, caparbie regressioni e anche costipazioni.

    Quando ricorriamo alla coercizione non aiutiamo i bambini a far da soli. Insegniamo loro, invece, che l’esercizio del potere è il mezzo più efficace per costringere gli altri a fare ciò che vogliamo e annulliamo la loro volontà. Ecco cosa scrive T.B. Brazelton, voce autorevole nel campo della pediatria e dello studio della prima infanzia: Quando i genitori non sanno aspettare, e impongono l’abitudine all’uso del vasino come loro idea, il bambino sentirà questa scelta come intrusione“.

     

    Quando si può cominciare, allora, a proporre il vasino? Come captare i segnali di “prontezza” del bambino?

     

    Tenendo conto che ogni bambino ha un suo ritmo di sviluppo e perciò esprimerà le sue esigenze riguardo all’indipendenza dal pannolino in modo diverso, potremmo domandarci:

     

    • bagna ancora molto spesso il pannolino o il bisogno di fare la pipì si fa più sporadico? Se a un certo punto ci accorgiamo che non sarebbe più necessario cambiarlo ogni due/tre ore, come facciamo solitamente, e che si risveglia asciutto dal sonno pomeridiano, allora siamo di fronte a chiari segnali che ci indicano che il nostro bambino comincia ad essere pronto.
    • Avverte lo stimolo della pipì e riesce a farci sapere che la sta facendo o, ancora meglio, che sta per farla? Il controllo degli sfinteri si può considerare raggiunto dal bambino quando ha la capacità di tenere sotto controllo e trasformare un riflesso involontario in volontario. Si tratta di un grande atto di indipendenza. Il bambino si rende conto che il trattenere o il lasciare andare dipende da lui, è sotto il suo controllo. Questo è un aspetto da non sottovalutare. Attraverso questa nuova capacità il bambino esercita contemporaneamente un controllo su stesso e sull’ambiente. Su se stesso perché nel trattenere decide lui quando vuole fare la pipì o la cacca e sull’ambiente perché nel fare l’una o l’altra manifesta il proprio amore verso chi si prende cura di lui, così come la propria caparbietà nel momento in cui si rifiuta.
    • Conosce la differenza tra asciutto e bagnato, tra sporco e pulito?
    • Riesce a svestirsi da solo?
    • Si muove in autonomia nell’ambiente?
    • Accetta di separarsi da persone o oggetti a cui è affezionato? A volte un bambino fa fatica a “staccarsi” dal pannolino perché rappresenta qualcosa che gli ricorda le cure amorevoli dei suoi genitori.
    • Riesce a tollerare una breve attesa?
    • Esprime chiaramente ciò che vuole?
    • È in grado di dire “no” se non desidera fare qualcosa?

     

    Cara mamma, caro papà, se le tue risposte a queste domande sono positive allora puoi davvero cominciare!

     

    E adesso qualche suggerimento pratico:

    • Inizialmente puoi incoraggiare il tuo bambino a familiarizzare con il vasino, senza insistenze o forzature, proponendoglielo per pochi minuti. Sappi che anche in questa circostanza la concentrazione ha un valore fondamentale. Non possiamo aiutare i nostri figli a fare da soli, a esercitare il “muscolo” della volontà, se ricorriamo sistematicamente alla distrazione. Perciò, né sedute troppo lunghe condite da giochi e racconti interminabili, né tantomeno spinta a far veloce e presto.

     

    • Poni molta attenzione alle parole che usi. Evita di spostare questo normale processo di crescita sul piano morale. Il tuo bambino non è “cattivo” se non fa la pipì o la cacca nel vasino. Ma neanche “buono” se la fa. Fai in modo che il controllo degli sfinteri “sia un’occasione di gioia come ogni altra attività naturale e non un momento di angosciosa protesta verso l’adulto, di cui restino nell’inconscio infantile penosi e durevoli segni”. G. H. Fresco

     

    • Mostra soddisfazione quando ha fatto tutto quello che poteva fare nel vasino. E soprattutto non affrettarti a gettare via tutto. Per il tuo bambino, ciò che c’è dentro è parte di sé. Inizialmente prova  a pulire il vasino solo quando il tuo bambino non lo vede.

     

    • Accetta in modo giocoso e divertito le sue prime esibizioni. Non cedere alla tentazione di rimproverarlo, soprattutto se mostra le sue “produzioni” davanti a persone estranee. Piuttosto stai al gioco, dagli soddisfazione e poi allontanalo con tatto e delicatezza in un’altra stanza.

     

    • Approfitta della stagione calda per farlo stare senza pannolino. La consapevolezza di ciò che sente all’interno del suo corpo e di quello che produce risulterà decisamente facilitata. Inoltre, sarà occasione per fargli indossare un abbigliamento più comodo e pratico che ti consentirà di aiutarlo a fare da solo, per esempio mostrandogli come si infilano le mutandine e i pantaloni (una gamba alla volta). Evita, pertanto, indumenti con bottoni, cerniere, cinture e scomode, anche se carine, salopette.

     

    • Stabilisci una routine. L’allenamento alla pulizia è fatto di rituali, momenti che tornano sempre uguali per l’ora, il posto, gli oggetti. Ecco perché a volte i bambini hanno paura di andare in bagno in posti diversi da casa loro come la scuola o casa di amici e parenti. Non dimentichiamo che i rituali hanno a che vedere con un intimo senso di ordine, per questo sono rassicuranti. Ricordi cosa dice la Volpe al Piccolo Principe? «Se tu vieni, tutti i pomeriggi alle quattro, già dalle tre io comincerò ad essere felice. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore…Ci vogliono i riti»”.

     

    • Organizza un bagno a “misura di bambino” con il vasino o un riduttore per il water, la carta igienica, qualche giochino, un tappetino, del sapone, un piccolo asciugamano e un piccolo specchio appesi alla sua altezza.

     

    • “Tanti bambini si siedono sul vasetto o sul gabinetto con piacere: cantano, sfogliano il libro illustrato, godono del momento di concentrazione, di meditazione. Non disturbateli”. G. H. Fresco

     

    • Se qualche volta il bambino mette le mani nel vasino per toccare la sua cacca e la sua pipì…trattieniti dal rimproverarlo. Non ne vale la pena. Cerca invece di comprendere che gli piace manipolare. Prima di diventare una proibizione, lo “sporco” è per il bambino motivo di piacere. Giocare e sporcarsi a questa età sono la stessa cosa. Attrezzati, perciò, offrendogli, in altri momenti, un po’ di creta morbida, acqua e terra, sabbia, cibi da impastare. Tutte attività che lo aiutano, in modo diverso, a esprimere il piacere di produrre, manipolare e sporcarsi. La grande e intensa soddisfazione che queste esperienze provocano nel bambino agisce da calmante e lo preparano al piacere di sentirsi pulito.

     

    • Sii di esempio. I bambini sono i nostri naturali imitatori. Se nell’accompagnarli a togliere il pannolino daremo loro, qualche volta, la possibilità di osservarci mentre siamo in bagno, mostrando un rapporto piacevole ed equilibrato con il nostro corpo, non servirà insistere perché usino il vasino.

     

    Per concludere:

    • ad eccezione del bambino della coppia che hai conosciuto al corso di accompagnamento alla nascita, la maggior parte dei bambini raggiunge la maturità sfinterica intorno ai due anni e riesce a stare asciutta tra i due e i quattro anni. Gli studi ce lo confermano.

     

    • Anche se più volte il tuo bambino è riuscito a fare la pipì nel suo vasino non vuol dire che questo processo si è concluso per sempre. Si tratta di un’abitudine che si consolida nei ritmi quotidiani. Ricorda che nel normale percorso di crescita di un bambino le involuzioni sono sempre possibili!

     

    • Cambiamenti come l’arrivo di una sorellina, un trasloco, una malattia, ma anche un clima di tensione in famiglia possono causare regressioni, in questo periodo così delicato della sua crescita. Sii paziente! Rassicuralo e ricordagli con amorevole fermezza come deve fare. L’errore deve essere un’opportunità di crescita e non fonte di mortificazione. Anche la “pipì” e la “cacca” sono fasi che si stabilizzano lentamente, come la “pappa” e la “nanna”. Il bambino ha bisogno di tempo, delle sue sicurezze e di sentire che abbiamo fiducia nelle sue capacità. Ricorda, noi possiamo offrirgli solo un appoggio esterno. Il lavoro di costruzione della personalità è tutto suo! “Quando essi (i genitori) si persuaderanno di non essere i costruttori, ma semplicemente i collaboratori della costruzione, tanto meglio potranno compiere il proprio dovere e aiuteranno il bambino con una più vasta visione. Soltanto se questo aiuto è dato convenientemente il bambino realizzerà una buona costruzione”. Maria Montessori

       

    • Se dopo tanti tentativi il tuo bambino la fa per terra, guardandoti con aria di “sfida”, oppure si ostina a non andare in bagno, evita di biasimarlo. Piuttosto controlla i tuoi nervi, altrimenti rischi di amplificare lo spirito di contraddizione, tipico dei bambini di questa età, e ritardare l’apprendimento naturale delle sue abitudini. Ricordati della fase del “no”. È probabile che il tuo bambino lo faccia per confermare la sua volontà. È davvero controproducente, perciò, trasformare questa circostanza in un “braccio di ferro”. L’atteggiamento tranquillo ed equilibrato degli adulti, pulito da eccessive aspettative, è determinante. Sappi che non lo sta facendo apposta per farti impazzire. Non si comporta in questo modo perchè ha un brutto carattere. Attraverso l’educazione agli sfinteri, il bambino comincia a sperimentare e a formare la fiducia in se stesso. Vuole raggiungere certi risultati da solo, con le sue forze. Si rende conto che ha il potere di fare e regalare qualcosa e tutto dipende esclusivamente dalla sua volontà! Come ho scritto nel mio ultimo libro https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/libro-montessori-solo-moda-se-non-diventi-genitore-consapevole/ le opposizioni dei bambini vanno riportate entro una cornice di normalità e accettabilità. Il nostro compito è quello di essere gli adulti della relazione, mantenendo calma e fermezza e dimostrando la nostra capacità di identificazione con loro.

     

    Il periodo in cui si educa il bambino al controllo sfinterico e alla pulizia è molto delicato. “E’ un periodo della vita in cui l’«io» del bambino è ancora estremamente fragile, sensibile. E quindi più vulnerabile. Si sforza in ogni modo di farsi forte, di affermare e valorizzare se stesso, di attirare su di sé l’attenzione. Qualsiasi ferita al suo narcisismo, in questa fase, tende a lasciare segni particolarmente profondi”. S. V. Finzi

     

    Se vuoi approfondire questo argomento o richiedere una consulenza contattami direttamente inviando una mail a info@localhost

     


  • Mamma, Papà Che Rabbia!

    Mamma, Papà Che Rabbia!

    A chi non è mai capitato di trovarsi di fronte alle esplosioni di rabbia dei propri figli e non sapere come fare?

    Mi riferisco a quei momenti in cui i bambini perdono il controllo della situazione e perciò, mordono, urlano, danno calci, esplodono in crisi di pianto, soprattutto quando gli diciamo che non possono fare quello che ci chiedono. Come, per esempio, continuare a guardare i cartoni. E questo, nonostante avessimo concordato precedentemente che ne avrebbero potuto guardare solo due.
    ​Ecco che di fronte al nostro NO…cominciano a urlare, piangere disperatamente, a battere i piedi, a disperarsi.

    ​​
    Per cominciare devi sapere che la rabbia è un’emozione primaria, un’emozione molto forte, infatti, è una delle manifestazioni che più ci fanno paura, soprattutto quando sono i nostri bambini a provarla. Così facciamo di tutto per bloccarla, calmarla, per mettere un freno a questa modalità così esplosiva.
     
    In realtà, la rabbia scaturisce da una grande vitalità e rappresenta un tentativo sano, da parte dei bambini, di dare uno sbocco a tutte quelle tensioni che hanno accumulato dentro di sè e che sono diventate intollerabili e perciò, proprio per questo, hanno bisogno di una via di uscita.

     
    La rabbia è anche un indicatore fisiologico di quanto i bisogni dei nostri bambini sono soddisfatti.  
    Tra questi l’esigenza di avere accanto un adulto che sappia riconoscere e comprendere come si sentono e cosa stanno provando, soprattutto in determinati momenti.

    Sapevi che tanti dei comportamenti difficili dei nostri bambini scaturiscono dalla frustrazione che provano nel momento in cui si rendono conto che non abbiamo saputo “leggere” nella loro mente cosa provavano in particolari circostanze?
    Ecco che sopraffatti dalle emozioni reagiscono di impeto.  


    Un altro bisogno che, se non soddisfatto, rischia di far esplodere di rabbia i nostri bambini ha a che fare con la necessità di sentire che hanno uno spazio nella nostra mente in qualsiasi momento, nonostante tutto.


    Ti spiego.


    Succede che in momenti particolarmente impegnativi della nostra vita, come l’arrivo di un altro figlio, un lutto, la perdita del lavoro o una situazione particolarmente stressante come quella che stiamo vivendo in questo periodo a causa della pandemia, i nostri figli percepiscono che nonostante ce la mettiamo tutta e ci sforziamo di prenderci cura di loro, siamo a corto di energie mentali, emotive e psichiche da mettere nella relazione perché le stiamo utilizzando per noi, per cercare e trovare delle strategie di sopravvivenza. Si, siamo presenti fisicamente, ma col pensiero e con la mente siamo da un’altra parte. E i bambini sentono che si sta verificando una perdita di attenzione nei loro confronti. Sanno che ci siamo fisicamente, ma con il pensiero siamo altrove.
    Ed ecco che esplode la rabbia che rappresenta un tentativo, esageratamente turbolento e impacciato di comunicarci qualcosa. E’ impacciato perché per molto tempo i bambini non possiedono l’abilità di regolare e gestire le emozioni, tantomeno di esprimerle verbalmente, con le parole.

    ​​
    Devi sapere che i bambini, come noi adulti, dispongono di una quantità “perfetta” di stress, che viene definita “gamma ottimale” e di cui ho scritto in un mio precedente articolo https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/non-ce-la-faccio-piu-genitori-e-stress-ai-tempi-del-coronavirus/

    Nel momento in cui escono da questa gamma ottimale il loro rendimento, a livello di energie mentali ed emotive, diminuisce drasticamente.

    Perciò, il nostro compito, come genitori, è quello di saper riconoscere quando cominciano a funzionare fuori da questa gamma ottimale, quando, cioè, la rabbia da innocua rischia di diventare distruttiva. È proprio in questo frangente che dobbiamo attivarci per mettere in atto strategie utili che li aiutino a rientrare. Altrimenti ne risentiranno in termini di benessere e ne risentirà soprattutto la nostra relazione con loro!

     

    E’ di fondamentale importanza far comprendere ai nostri figli che arrabbiarsi è legittimo, è naturale.

     

    Ma è altrettanto importante farlo senza provocare danni, senza fare del male a se stessi e agli altri. Dobbiamo aiutare i nostri figli a incanalare questa emozione affinchè nel tempo riescano ad adottare modalità più evolute e mature per gestire le fatiche che costellano il loro percorso di crescita.

    Cosa possiamo fare, perciò, concretamente quando ci troviamo di fronte alla rabbia dei nostri bambini?
    ​Cerco di riassumertelo in 6 punti.

     
    1. La prima regola importante è osservare. Osserva con attenzione il tuo bambino e soprattutto cerca di cogliere tutti quegli elementi che preannunciano l’esplosione della rabbia, che stanno a indicare che il tuo bambino sta oltrepassando la soglia che lo porta fuori dalla gamma ottimale e quindi rischia di lasciarsi andare a delle reazioni spropositate.  Sappi che i bambini più sono piccoli più fanno fatica a gestire i loro comportamenti da soli. Perciò se ci rendiamo conto che stanno per “esplodere” cerchiamo di aiutarli a regolare i loro impulsi e offriamo l’aiuto necessario.
    Per esempio prendendoli per mano e proponendogli qualcosa di molto interessante che catturi in modo particolare la loro attenzione: un’attività, la lettura di un libo. Oppure offrendogli una carezza, un abbraccio. Studi molto interessanti sul potere del contatto fisico confermano come a volte accarezzare teneramente un bambino, tenerlo in braccio o semplicemente prenderlo per mano può essere sufficiente per calmarlo.

     

    2.  Non rispondere alla rabbia del tuo bambino con altra rabbia. “Basta! Non ne posso più, per adesso per qualche giorno non ti porterò più al parco!” Questo modo di reagire non farà altro che esasperarlo e soprattutto darà un pessimo esempio di come si gestiscono le emozioni, di come si risolvono i conflitti. Inoltre, se anche noi perdiamo il controllo di fronte a queste situazioni, i nostri bambini potrebbero davvero spaventarsi della loro rabbia. Maria Montessori sosteneva che l’educazione non deve diventare uno strumento di lotta, ma deve rappresentare un potente strumento di pace dentro di noi e nella relazione con i nostri bambini. Dobbiamo praticare ciò che lei definiva “la politica del disarmo”. Non è minacciandoli e spaventandoli che diventeranno ubbidienti e ben educati, così come non è facendo la guerra che facciamo cessare la guerra. Perciò, dì di NO al comportamento del tuo bambino, ma non alla sua persona. Puoi dire “Non mi piace quello che hai detto, non mi piace quello che hai fatto” invece di dire “Sei proprio cattivo!”, perché questo giudizio lo mortifica e lo offende e soprattutto non lascia margini alla speranza di poter superare quel momento di difficoltà e di poter cambiare e migliorare.

     

    3.  Ascolta la rabbia del tuo bambino. La rabbia non dovrebbe mai essere ignorata nè sottovalutata. Cercare di fare ragionare i nostri bambini nel bel mezzo di una crisi, tentare di fargli capire che hanno torto, che hanno sbagliato, magari allontanandoci e lasciandoli da soli nel bel mezzo di una tempesta emotiva o mandandoli in un angolo a pensare o fare loro le prediche non serve a molto, se non a intensificare e aumentare la rabbia. Ciò di cui invece ha bisogno il tuo bambino è semplicemente che lo ascolti, che cerchi di comprendere ciò che lo fa soffrire, ciò che lo turba. Non ha bisogno di consigli e suggerimenti, ma di qualcuno che stia in ascolto dei suoi stati d’animo e soprattutto che attraverso questo ascolto riesca a contenere la sua rabbia. Successivamente, quando si sarà calmato e sarà perciò più ricettivo potrai aiutarlo a riflettere sul suo comportamento e a trovare, nel tempo, una modalità di espressione della rabbia che sia più matura.

     

    4.  Metti parole sulle sue emozioni. “Capisco perché ti senti così arrabbiato. Sono qui e se lo desideri posso aiutarti. Vedrai che passerà. Vedrai che insieme troveremo una soluzione”. Verbalizzare le emozioni dei nostri bambini, li aiuta a ridurre la sofferenza. Oggi le neuroscienze ci fanno sapere che nominare le emozioni permette all’amigdala, che facilmente si infiamma e si accende quando ci arrabbiamo, di ridurre velocemente la sua attività e soprattutto aiuta i bambini a sperimentare una connessione che li fa sentire meno preoccupati, meno arrabbiati, meno spaventati, meno agitati.

     

    5.  Rassicura il tuo bambino che queste emozioni spiacevoli passeranno, non dureranno sempre e miglioreranno. E soprattutto fagli sapere che hai fiducia nelle sue capacità di gestire queste situazioni. Ricordagli, infine, che anche noi adulti abbiamo bisogno di tanto tempo e tanta pazienza per imparare a tollerare quello che non ci piace e trovare il modo giusto per esprimere il nostro disappunto.

     

    6.  Ultimo punto ma non meno importante, osservati. Osserva la relazione con il tuo bambino, ma soprattutto osserva te stessoStudiati, secondo il monito montessoriano. Maria Montessori sosteneva che per educare un bambino dobbiamo conoscerci profondamente e addirittura dobbiamo studiarci. Quindi osserva te stesso e la relazione hai con la rabbia. Cosa ti fa arrabbiare, quando ti arrabbi, come esprimi questa emozione e, se la esprimi come la gestisci? Cosa fai per fare in modo che non diventi distruttiva? Sappi che il tuo bambino apprende da te a “funzionare”Maria Montessori ci ricorda che i bambini assorbono, senza filtri, nel bene e nel male, tutte le caratteristiche dell’ambiente in cui vivono. Perciò se crescono in un ambiente dove le emozioni spiacevoli sono espresse secondo delle modalità esplosive loro impareranno a esprimerle con modalità esplosive, se crescono in un ambiente dove queste emozioni spiacevoli non vengono espresse né nominate, loro impareranno a non nominarle a non parlarne. Quando, però, si troveranno ad averne a che fare, non sapranno dove collocarle e di conseguenza non riusciranno a controllarle. Saranno, perciò, meno protetti di fronte a quegli eventi faticosi che inevitabilmente fanno parte del loro percorso di vita.
     

    Il mio suggerimento da mamma e da pedagogista, pertanto, è quello di fare molta attenzione a questa emozione e di metterti in ascolto di essa. Della tua e di quella del tuo bambino, per aiutarlo a crescere bene.

     

    Se vuoi approcciarti in modo consapevole alle emozioni dei tuoi figli devi per primo essere tu un genitore emotivamente consapevole. Ho dedicato un intero capitolo a questo tema nel mio nuovo libro “Montessori è solo una moda se non diventi un genitore consapevole”.

     

    Clicca qui se vuoi saperne di più https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/libro-montessori-solo-moda-se-non-diventi-genitore-consapevole/
     

  • 7 Suggerimenti Per Affrontare Le Paure Dei Tuoi Figli

    7 Suggerimenti Per Affrontare Le Paure Dei Tuoi Figli

    Hai mai pensato che le paure di tuo figlio, tua figlia potrebbero essere un messaggio?
    Un codice segreto che ti sta chiedendo di essere decifrato?

    Ogni bambino ha paura. Non perché c’è qualcosa che non va, ma perché sta crescendo. Eppure, molti genitori – anche i più attenti – si sentono in difficoltà:
    “Come posso aiutarlo/a senza trasmettergli/le le mie ansie?”

    La risposta non sta nel rassicurarlo/a.
    E nemmeno nel cercare di sdrammatizzare.

    La chiave è capire cosa c’è davvero sotto quella paura.


    Le paure non sono tutte uguali (né tutte naturali)


    Secondo Lawrence Cohen, psicologo e autore di riferimento sull’educazione emotiva, ogni età porta con sé paure specifiche. Sono tappe normali dello sviluppo:

    • nei primi due anni: paura della separazione, dei rumori forti, degli estranei
    • dai 2 anni in su: paure di animali, mostri, paura di sbagliare
    • dai 4 ai 6 anni: ansia sociale (gli adulti si aspettano che i bambini di questa età interagiscano con i pari. Chi è particolarmente ansioso, di fronte a queste aspettative, reagisce regredendo e comportandosi come un bambino più piccolo arrivando, per esempio, a bagnare il letto), paura dei temporali, dei dottori
    • dai 6 agli 11: paure legate alla scuola (compiti, risultati delle verifiche, rendimento scolastico, timore di non essere all’altezza nei riguardi delle richieste dell’insegnante) al giudizio, all’abbandono. Trattandosi di un’età in cui la coscienza di sé e degli altri è maggiormente sviluppata, quando i nostri figli sono lontani da casa per parecchio tempo possono provare una profonda nostalgia e manifestare paura dei ladri o dei rapitori.

    Ma attenzione.

    Non tutte le paure sono fisiologiche.

    Alcune derivano da ambienti troppo stimolanti, da racconti inadatti, da esperienze che il bambino non è pronto a decodificare. Come ci ricorda Maria Montessori, in particolare sotto i sei anni un bambino non distingue ciò che è vero da ciò che non lo è.

    Ecco perché cartoni troppo violenti, storie di guerra, perfino notizie ascoltate per caso… possono piantare semi invisibili nella sua mente. Semi che crescono in forma di ansie, incubi, chiusure.

    E sai qual è vero problema? Non la paura in sè, ma la solitudine emotiva con cui viene vissuta, il modo in cui un bambino, una bambina viene lasciato/a solo/a ad affrontarla.

    Ti faccio degli esempi.

    Quando un adulto minimizza – “Ma dai, non c’è niente da temere!” – o corregge “I bambini coraggiosi non piangono!” -, il messaggio che arriva è:

    “Quello che senti è sbagliato. Tu sei sbagliato.”

    E così nasce il blocco.
    La paura, che poteva essere un’occasione per crescere, diventa un’etichetta.
    E tuo figlio, tua figlia comincia a trattenere le lacrime, cerca di non sbagliare mai.
    Sorride anche quando dentro si sente piccolo e solo.

    Non sta crescendo.
    Sta adattandosi per essere accettato/a.
    E in questo adattamento, una parte di lui/lei si congela.

    E qui si manifesta un altro problema.

    Perché le strategie classiche – spiegare, rassicurare, minimizzare – non funzionano?

    Ecco la causa che in pochi vedono davvero:
    La maggior parte dei genitori cerca di “spegnere” la paura.
    Ma la paura non si spegne. Si attraversa.

    La paura è come un tunnel: non puoi evitarlo, ma puoi attraversarlo insieme a tuo figlio, tua figlia, passo dopo passo.

    Si tratta di un approccio diverso. Un “altro” modo di stare accanto.
    Non da genitore che risolve. Ma da genitore che accompagna.

    Come fare, allora, per aiutare i nostri figli ad affrontare in modo sano e adeguato le loro paure?

    1. Rispetta la sua emozione, anche quando non la capisci

    La paura non va giudicata. Va vista, riconosciuta, rispettata.
    Anche quando ti sembra “esagerata”, perchè per tuo figlio, tua figlia è reale.

    2. Legittima la sua paura con parole che lo/la fanno sentire visto

    “Capisco che hai paura. Quel rumore è davvero fastidioso!”
    Questa è la chiave della sicurezza interiore: sentirsi accolti, non corretti.

    Solo così tuo figlio, tua figlia può iniziare a fidarsi di te.

    Maria Montessori sosteneva che siamo talmente ansiosi di correre in aiuto dei nostri bambini e facilitargli la vita che il nostro amore rischia facilmente di strafare; con le troppe ansie, con le eccesive precauzioni, con la nostra iperprotezione. Ma in questo modo non facciamo altro che distoglierli dal sentiero naturale del loro sviluppo. Rischiamo di dirottare la loro energia in modo che questa ritorni su se stessa, generando quelle che Maria Montessori definisce malattie nervose: paura, pigrizia, monellerie e un ventaglio di altre caratteristiche indesiderabili che, ahimè, avremmo potuto evitare facilmente.

    3. Condividi una tua paura di quando eri bambino/a

    “Anche io avevo paura del buio. Mi rannicchiavo sotto le coperte.”
    Oppure potresti condividere una paura che tuo figlio, tua figlia non ha, così potrà sentirsi più coraggioso/a di te. Si tratta di una precisa modalità comunicativa che tende a sbloccare questo tipo di situazioni.

    4. Aiutalo/a a trovare soluzioni (invece di dargliele tu)

    Quando tuo figlio, tua figlia ha paura, l’istinto è intervenire subito: “Accendiamo la luce!”, “Ti accompagno io.! “, “Non è niente!”

    Ma se lo fai tu al posto suo, lui/lei impara solo una cosa: “Io non sono capace. Ho bisogno che qualcuno mi salvi.” E questo messaggio, ripetuto nel tempo, lo/la indebolisce.

    Invece, prova a invertire la logica. Chiedigli/le:“Cosa potrebbe aiutarti a sentirti più sicuro/a?”, “Hai un’idea per affrontare questa paura?”.

    Queste domande attivano un meccanismo potente:

    • lo/la stimolano a pensare
    • lo/la aiutano a sviluppare strategie
    • gli/le fanno sentire che può trovare da solo/a una via d’uscita

    È qui che nasce il vero problem solving emotivo: non la soluzione perfetta, ma il senso di competenza interna. Quel sentimento profondo che gli dice: “Ho paura… ma posso farci qualcosa!”

    Ed è da qui che parte la vera crescita.

    5. Rassicuralo/a con informazioni semplici e concrete

    “Il temporale fa rumore, ma siamo al sicuro. Vuoi che leggiamo insieme un libro (o guardiamo un video) che ci spiega) come nasce un tuono?”
    Quando la mente capisce, la paura si riduce.

    6. Diventa un esperta/o di connessione, non di correzione

    Quando un bambino, una bambina ha paura, la sua priorità non è risolvere il problema, ma sentire che c’è qualcuno lì con lui/lei, che capisce cosa sta provando.

    Il vero antidoto alla paura non è “spiegare”, “convincere” o “correggere”.
    È essere presenti.

    Spesso, invece, di fronte ai loro timori, reagiamo cercando di “aggiustare” l’emozione dei nostri figli: “Non c’è motivo di avere paura!”, “Ma dai, non è niente!”, “Devi essere più coraggioso!” Tutto questo crea distanza.

    Quello che invece funziona davvero è stare con tuo figlio, tua figlia.
    Guardarlo/a negli occhi. Abbassarsi alla sua altezza. Dire: “Ci sono. Puoi sentirti così. Non sei solo/a.”

    Offrigli/le presenza, non performance.
    Offrigli/e ascolto, non soluzioni immediate.

    Perché quando si sente visto/a, capito/a e accolto/a, impara a regolare da solo/a la propria emozione.
    Non perché gli/le hai spiegato come, ma perché gli/le hai mostrato che può farcela… con te al suo fianco.

    Concludo con l’ultimo punto (7) senza il quale, niente di quanto ti ho appena suggerito, può essere efficace.

    Tutto questo non basta, se prima non fai pace con le tue paure.

    Ecco la verità scomoda.

    Un genitore che non ha elaborato le proprie paure…non può aiutare suo figlio, sua figlia a elaborare le sue.

    Perché davanti alla paura del bambino, riemergono quelle del genitore-bambino.
    E allora si reagisce con durezza, con fastidio, con negazione.

    Il vero cambiamento inizia da te.
    Più sei in contatto con la tua interiorità, più puoi diventare la guida emotiva di cui tuo figlio ha bisogno.

    ll futuro? Un figlio, una figlia più sicuro/a. Perché ha imparato a fidarsi, prima di tutto, di sé.

    Immagina tuo figlio, tua figlia capace di dire quello che sente, senza vergognarsene.
    Capace di affrontare le sue emozioni, senza più doverle nascondere. Capace di chiedere aiuto, ma anche di trovare la sua strada.

    Non perché non ha più paura. Ma perché ha imparato che può attraversarla. E lo ha imparato con te perchè avrai fatto ciò che pochi adulti sanno fare davvero:
    Essere presente. Senza giudicare. Senza correggere. Solo esserci.

    E se senti che è il momento di andare più a fondo, se vuoi davvero aiutare tuo figlio, tua figlia a crescere libero da paure che lo/la bloccano…allora il prossimo passo è chiaro.

    Scrivimi, compilando il form qui sotto, per prenotare la tua videocall gratuita personalizzata.

    Parleremo della tua storia, dei tuoi dubbi e io cercherò di capire in che modo aiutarti a far sì che tuo figlio, tua possa finalmente sentirsi al sicuro.

    Perché non serve eliminare la paura.
    Serve qualcuno che sappia accogliere chi la sta vivendo.

    E quel qualcuno… puoi essere tu.

     

     

  • Amici/Nemici. 10 Cose Che Un Genitore Deve Sapere Sui Litigi Tra Bambini

    Amici/Nemici.  10 Cose Che Un Genitore Deve Sapere Sui Litigi Tra Bambini

    Quante volte i litigi dei nostri figli ci mettono in difficoltà!

    Ci hanno insegnato che i “bravi” bambini non litigano, così, i loro conflitti ci procurano grande sofferenza e disorientamento. Non ci rendiamo conto che sanno cavarsela meglio di quanto pensiamo, nei litigi con i coetanei.

    E soprattutto litigare fa loro molto bene!

    Gli permette di crescere, di consolidare la fiducia in se stessi e la relazione con i pari.

    Ecco 10 cose che devi sapere come genitore sui litigi tra bambini.

     

    1.I LITIGI TRA BAMBINI SONO NORMALI E FISIOLOGICI

    Il conflitto fa parte della vita e, diversamente da quanto crediamo noi adulti, per i bambini rappresenta un’opportunità straordinaria di conoscenza di se stessi e del mondo circostante. Appartiene alla crescita e al procedere naturale dello sviluppo del bambino, che attraverso il conflitto si confronta con la propria energia e con quanto è opposto e diverso da lui. Per un bambino che cresce “l’abitudine” ad affrontare il conflitto, mettendo in campo le proprie risorse, rappresenta un patrimonio importante.

    2.LITIGARE FA BENE AI BAMBINI

    Daniela Novara, noto pedagogista e ideatore del metodo “Litigare bene”, conferma come litigare sia un’occasione di crescita per i nostri bambini, in quanto permette loro di risolvere le questioni in autonomia, di comprendere che esistono altri punti di vista, che non è necessario averla sempre vinta. E, infatti, come ci ricorda Alba Marcoli

    “è solo affrontando le contrapposizioni, le differenze e gli inevitabili conflitti che ne conseguono che un bambino a poco a poco riesce a misurare, a dosare e a circoscrivere l’aggressività, invece di reprimerla senza sperimentarla, per poi esserne travolto quando scoppia all’improvviso”.

    3.I BAMBINI SONO CAPACI DI LITIGARE

    Le scoperte scientifiche in ambito evolutivo ci confermano che nei primi 6/7 anni di vita i bambini possiedono una “competenza conflittuale”, sono cioè in grado di giocare con i loro amici e litigare senza che questo rischi di rovinare definitivamente la loro amicizia, la loro relazione. A differenza degli adulti, i bambini riescono egregiamente a “stare” nella tensione emotiva generata dal conflitto, senza che questa degeneri in violenza, perché possono contare su una loro naturale capacità di accordarsi.  Come ho già scritto nel mio articolo https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/bambini-difficili-si-nasce-o-si-diventa/ il bambino è programmato fin dalla nascita a comportarsi in modo giusto ed etico.

    Non dobbiamo creare in lui la bontà, il senso morale, l’empatia, la gentilezza, la calma.

    Dobbiamo solo nutrire e sostenere queste qualità perché 

    “se queste non hanno la possibilità di stabilirsi, non le ritroveremo più tardi e sarà inutile predicare e dare buone esempi per suscitarle”. 

    Maria Montessori

    4.I LITIGI TRA BAMBINI NON VANNO SOPPRESSI

    È indubbio che le litigiosità dei nostri figli ci disturbino, ci creino ansia, frustrazione e preoccupazione. Perciò, nei nostri tentativi di “aiutarli” a giocare meglio, a evitare che le situazioni degenerino e sfocino in temuti “soprusi” dei più grandi sui più piccoli, dei più “prepotenti” sui più “deboli”, cerchiamo in tutti i modi di far cessare i conflitti, intimandoli di smetterla e di chiedersi scusa, altrimenti non li faremo più giocare insieme!

    “Silenziare” il litigio, in realtà, serve a ben poco. E rimanda il messaggio che i bambini non hanno le risorse per trovare una soluzione in autonomia, pertanto, devono intervenire gli adulti. È importante, invece, offrire loro gli strumenti perché il litigio possa trasformarsi in occasione di apprendimento: per esempio, incoraggiandoli a parlarsi tra loro e a condividere la loro versione dei fatti. Nel tempo impareranno a regolare i propri disappunti, saranno attrezzati e protetti di più di fronte alle inevitabili difficoltà della vita. Se i bambini possono fare esperienza quotidiana che i conflitti hanno un inizio e una fine come del resto tutte le cose della vita, ne avranno meno paura e saranno più in grado di gestirli.

    5.I LITIGI RAPPRESENTANO, PER I BAMBINI, UNA GRANDE OPPORTUNITA’ PER ALLENARSI EMOTIVAMENTE

    Le conflittualità tra bambini offrono ai nostri figli la possibilità di allenarsi con le emozioni che provano. Come genitori, in questi frangenti, possiamo aiutarli a dare un nome ai propri stati d’animo: “Sei molto arrabbiata quando non ti prestano un gioco, vero?”, “Ti irrita il fatto che qualcuno non rispetti il turno per salire sullo scivolo”. In nessun’altra relazione, come quella tra bambini, i nostri figli hanno possibilità di riconoscere e governare le proprie emozioni. Un compito evolutivo, quest’ultimo, molto importante grazie al quale, col tempo, imparano a inibire i comportamenti inopportuni.

    6.ATTRAVERSO I LITIGI I BAMBINI SPERIMENTANO UN VERO APPRENDISTATO SOCIALE

    È all’interno delle relazioni tra coetanei, anche conflittuali, che si gioca la partita dell’imparare a:

    • dirsi le cose in modo chiaro
    • condividere
    • rispettare i turni
    • trovare un accordo comune per il gioco
    • affrontare i contrasti e a risolverli
    • comprendere ciò che provano e desiderano gli altri
    • confrontarsi in modo costruttivo

    “I bambini hanno il diritto di litigare e di avere accanto a loro genitori che possano aiutarli a imparare dalle loro interazioni sociali”

    Daniele Novara

    7.NEI LITIGI TRA BAMBINI E’ IMPORTANTE NON ANDARE ALLA RICERCA DI UN COLPEVOLE E DI UNA VITTIMA

    “Chi è stato?” è la domanda che con fare inquisitorio inevitabilmente pronunciamo quando i nostri figli sono alle prese con un litigio. Siamo sicuramente mossi dalle più buone intenzioni nel chiederlo, perché desideriamo che né i nostri figli né qualsiasi altro bambino diventi la vittima della situazione. Purtroppo, non ci rendiamo conto che in questo modo il messaggio che forniamo ai bambini è che quello che sta accadendo tra loro è così grave che non riusciranno a sbrigarsela da soli. Avranno sempre bisogno degli adulti. Una situazione che si trasformerà via via in un circolo “vizioso”: più noi ci ergeremo a giudici più nei nostri figli si affievolirà la loro naturale capacità di autoregolarsi.

    “Possiamo desiderare con tanto entusiasmo che crescano e diventino ottime persone che li correggiamo e li ostacoliamo ad ogni istante senza capire una sola volta che possiedono in se stessi le forze del loro stesso sviluppo”.

    Maria Montessori

    8.E’ NECESSARIO INTERVENIRE SOLO QUANDO POTREBBERO FARSI MALE DAVVERO

    Uno dei tanti pregiudizi che si sono creati intorno ai litigi dei bambini è che potrebbero farsi male. Pertanto, è meglio intervenire per evitare il peggio! Perlomeno, è quello che pensiamo noi adulti. In realtà, questo non succede nei primi sei anni di vita, se non incidentalmente. È possibile che avvenga dopo, in quanto comincia a manifestarsi una certa intenzionalità. Fondamentale, perciò, in questo caso, impedire che i bambini si facciano male, ma sempre nell’ottica dell’aiutare i bambini a litigare bene, a stare nel conflitto senza che questo sfoci in comportamenti violenti. Il nostro intervento dovrebbe limitarsi ad abbassare l’intensità emozionale, in modo che i bambini non si picchino e possano concentrarsi sul confronto tra le loro versioni di quanto accaduto. Senza che noi stabiliamo eventuali colpe o responsabilità né tantomeno dispendiamo castighi e punizioni.

    9.NON CONFONDIAMO LITIGIO CON BULLISMO

    Al di sotto dei 6 anni i bambini non possiedono l’intenzionalità di fare del male a chi è più debole, la capacità di agire attraverso comportamenti dannosi e la determinazione di metterli in atto per un tempo prolungato. Questi sono dei tratti specifici della violenza che caratterizza il comportamento “bullo” e che niente ha a che vedere con i contrasti, anche abbastanza accesi, tra bambini che attraverso il conflitto esprimono divergenze, opinioni e pensieri diversi.

    “Il conflitto per sua natura si pone su un piano relazionale. Le relazioni, quando sono vitali, sviluppano conflitti”.

    Daniele Novara

    10.I LITIGI TRA BAMBINI CI OFFRONO L’OPPORTUNITA’ DI PRENDERCI CURA DEI NOSTRI RESIDUI D’INFANZIA

    E’ inevitabile! I litigi tra bambini fanno riaffiorare in noi adulti sensazioni, emozioni e stati d’animo “sepolti”, i nostri “residui d’infanzia”. Dobbiamo fare attenzione a cosa, le conflittualità tra bambini, fanno risuonare dentro di noi: gelosie, senso di esclusione e di abbandono, delusioni, ferite, carenze, paura. E chiederci se quanto abbiamo provato da bambini tendiamo a proiettarlo sui nostri figli. Solo se riusciamo a esaminare le nostre reazioni emotive possiamo evitare di confondere i nostri bisogni con quelli dei nostri figli.

    Lo psicoanalista Bruno Bettelheim ci ricorda che

    “il compito più importante del genitore è imparare a intuire con il sentimento il senso che possono avere le cose per suo figlio, e comportarsi di conseguenza. Il modo migliore per riuscirci, per acquistare questo «feeling», consiste nel richiamare alla memoria che cosa aveva significato per noi, da bambini o da ragazzi, una situazione analoga e pensare a come avremmo voluto, allora, che i nostri genitori gestissero quella situazione. In tal modo useremo creativamente le nostre stesse esperienze di vita”.

    Dobbiamo essere sempre disposti ad esaminarci ogni volta che il comportamento dei nostri figli ci mette in difficoltà, per capire cosa è meglio fare. Proprio come un bravo giocatore di scacchi che, dopo ogni mossa, valuta ciò che gli permetterà, nel tempo, di diventare un abile giocatore, capace di prevedere in anticipo mosse e contromosse del partner di gioco.

    Se desideri saperne di più sull’argomenti o vuoi migliorare la relazione con i tuoi figli e richiedere una consulenza pedagogica contattami scrivendo a info@localhost

     

  • Bambini, Nuove Tecnologie E Quarantena. Ecco Cosa Devi Sapere

    Bambini, Nuove Tecnologie E Quarantena. Ecco Cosa Devi Sapere

    Sono diversi i genitori che in questo periodo mi chiedono come districarsi tra cellulari, pc e tablet, in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo e in cui l’utilizzo delle tecnologie risulta particolarmente “invadente”, ma quanto mai necessario; possiamo, infatti, continuare a lavorare, rimanere informati, tenere i contatti e permettere ai nostri figli di collegarsi con il mondo della scuola per portare avanti il programma scolastico.

    Come evitare il rischio, mi domanda qualcuno, che la tecnologia diventi ancora di più una protesi del nostro corpo e del nostro cervello, o che vi ricorriamo per placare le nostre ansie e quelle dei nostri figli?

     

    Prima di fornirvi alcuni suggerimenti pratici, ritengo opportuna un’importante premessa.

     

    Numerosi studi scientifici, a livello internazionale, confermano quanto sia rischioso, per i bambini, l’uso precoce e abituale di cellulari, tablet, videogiochi e quant’altro.

    Si tratta di oggetti che non possono essere considerati l’alternativa migliore, in tantissimi casi l’unica, per divertirli, distrarli o farli rilassare.

     

    Nei primi 6 anni di vita in particolare, i bambini non avrebbero bisogno di videoschermi, di essere catapultati in realtà virtuali.

    La loro conoscenza del mondo e di come esso funziona passa prevalentemente attraverso il corpo, attraverso esperienze sensoriali che attivano tutti e cinque i sensi.

    “L’educazione (…) è un processo naturale (…) che non si acquisisce ascoltando delle parole, ma per virtù di esperienze effettuate nell’ambiente”.

    Maria Montessori.

     

    Ogni esperienza deve essere offerta ai nostri figli al momento giusto, deve essere, perciò, rispettosa della loro natura.

     

    È innegabile, però, che in questo momento, in cui siamo costretti a una clausura forzata e i nostri bambini non hanno molte occasioni di contatto reale con il mondo della scuola, con gli amici più cari, con i nonni e altri familiari, possiamo prendere in considerazione alcune eccezioni alla regola.

     

    Come, per esempio, l’utilizzo delle videochiamate, anche per i più piccoli.

    Un modo per rimanere in relazione, se non con il corpo, almeno con lo sguardo e la voce.

    Ciononostante, è fondamentale che il tempo “online” sia regolamentato e non prevalga sull’”offline”, per evitarne il “sovradosaggio”.

     

    Ricordiamoci che il cervello, in virtù della sua plasticità, viene modificato dall’esperienza, anche dal tempo trascorso davanti ai videoschermi.

    Meglio, perciò, stabilire un tempo e uno spazio fissi durante la giornata da dedicare all’utilizzo dei videoschermi in generale.  

    Preferibilmente, durante il giorno e non la sera per evitare che il tempo trascorso davanti a questi oggetti rischi di interferire con il sonno. La ricerca scientifica segnala, infatti, una significativa correlazione tra l’utilizzo delle tecnologie digitali e la diminuzione del tempo dell’addormentamento nei bambini. Sembra che l’esposizione a questo tipo di schermi e alla luce brillante da loro prodotta influisca negativamente sulla produzione di melatonina, un ormone che regola il sonno.

    Come sempre, l’atteggiamento dell’adulto risulta di fondamentale importanza.

    Siamo noi i custodi della vita dei nostri bambini e dobbiamo fare di tutto per prenderci cura di loro in senso profondo.

    In particolare, in questo periodo, facendo molta attenzione a dare il buon esempio e a limitare l’uso dei dispositivi.

    Certo, cosa estremamente difficile quando le occasioni di aggregazione sono limitate o del tutto negate, o quando per necessità professionali è necessario lavorare per molte ore in smart working.

    Non dimentichiamo, però, che i nostri figli ci guardano, ci osservano, assorbono dai nostri comportamenti molto di più che da ciò che insegniamo o proibiamo loro.

    Maria Montessori sostiene che il bambino

    incarna in se stesso le cose che vede e ode”.

    Quanto vede e sente accadere intorno, non solo penetra nella sua mente, ma la forma. Si incarna in lui.

    “Il bambino crea la propria «carne mentale», usando le cose che sono nel suo ambiente”.

     

    Se i nostri figli ci vedono continuamente connessi al pc, al tablet, al cellulare, sarà inevitabile che proveranno a fare lo stesso.

     

    Il modo migliore per educarli ad usare in modo appropriato questi oggetti digitali, è di farne un uso consapevole e appropriato, noi stessi. Soprattutto in questo stato di emergenza, durante il quale siamo sempre con loro.

     

    La qualità del nostro agire educativo e del nostro stile di accudimento può aiutarci in modo straordinario a crescere figli equilibrati, sereni e resilienti alle difficoltà che la vita inevitabilmente comporta.

     

    Ricordiamoci che è solo verso i 6/7 anni, quando avrà completato lo sviluppo del senso di realtà, che il bambino acquisirà la capacità di ragionare sul piano astratto e, pertanto, di differenziare le sue costruzioni mentali dal dato di realtà.

    L’uso invasivo e pervasivo della tecnologia fino a questa età rischia di impoverire i bambini sul piano sensoriale, di deprivarli di esperienze significative per la loro crescita, di favorire un intrattenimento passivo, poco costruttivo.

     

    Ci siamo illusi, pensando di essere

    “all’alba di una nuova specie, quella dei nativi digitali. In realtà le neuroscienze ridimensionano questa affermazione. I bambini appena nati di oggi sono in realtà antichi, frutto di un’evoluzione lunghissima. Noi siamo nativi animali e i bambini di oggi hanno un cervello identico a quello dei loro progenitori di centomila anni fa”.

    Raniero Regni

     

    Cerchiamo, allora, di usare questo tempo per mostrare ai nostri figli che è possibile fare altro.

    Approfittiamo del fatto che fino ai 6 anni l’ambiente familiare è estremamente affascinante per i bambini; desiderano partecipare ed essere coinvolti in tutto ciò che si svolge all’interno di esso. Permettiamogli, durante questo tempo sospeso, che caratterizza da qualche mese a questa parte le nostre giornate, di lavare gli indumenti, annaffiare le piante, apparecchiare la tavola, preparare una buona merenda, spremere un’arancia, tagliare le verdure, spazzare il pavimento. Ci sono grandi opportunità in queste attività che Maria Montessori identifica con il nome di Vita Pratica,

    “lezioni impagabili che il bambino insegna a se stesso”,

    in quanto consolidano concentrazione e perseveranza. Esperienze attraverso cui i bambini hanno l’opportunità di esprimere e incanalare al meglio la loro forza psichica, di raccogliere attraverso i sensi, dall’ambiente, informazioni su tutto ciò che sta attorno a loro e di maturare, attraverso il piacere racchiuso in questi piccoli gesti quotidiani, quel senso di ammirazione per la vita che nessun programma televisivo, nessun videogioco può sostituire!

    E poi…parliamo, conversiamo, chiacchieriamo con i nostri bambini, ascoltiamoli, leggiamo e raccontiamoci reciprocamente storie, balliamo, cantiamo.

    Non chiudiamo tutto dentro un contenitore tecnologico.

    Non lasciamoci sgomentare da questo impegnativo quotidiano e dal suo carico di preoccupazioni.

    Resistiamo.

    E, soprattutto, non permettiamo alla fatica di questo momento così sfidante di farci perdere di vista la responsabilità che ci siamo assunti nel momento in cui abbiamo messo al mondo i nostri figli: saper riconoscere le loro reali necessità e dare le giuste risposte.

     

    P.S. Se desideri approfondire quanto hai appena letto o richiedere una consulenza pedagogica (in questo periodo sono disponibile su Skype) contattami scrivendo a info@localhost

     

  • Tuo figlio non vuole fare mai quello che gli chiedi? Ecco 5 regole d’oro per dare limiti e regole

    Tuo figlio non vuole fare mai quello che gli chiedi? Ecco 5 regole d’oro per dare limiti e regole

    Quante volte ti sei ritrovata/o ad essere accondiscendente con tuo figlio per paura che la situazione potesse degenerare in esplosioni di rabbia e pianti infiniti? “Va bene, ancora un altro cartone e dopo spegneremo la TV!”.

    Oppure per “questione di principio” sei stata/o irremovibile di fronte alle proteste di tua figlia: “Rimarrai seduta fino a quando non avrai finito quello che hai nel piatto!”.

    Magari ti aspettavi ubbidienza cieca e invece alla fine hai ottenuto solo il contrario di quello che avresti voluto. Nonostante tu conceda un cartone in più, quando chiedi a tuo figlio di spegnere la TV, lui diventa una belva, comincia a piangere e strillare comunque e il tentativo di far mangiare a tua figlia tutto quello che ha nel piatto, contro la sua volontà, si trasforma ben presto in un impegnativo e altrettanto inutile braccio di ferro.

    Insomma, nonostante tutti i tuoi sforzi per essere un “bravo” genitore tuo figlio continua a non ubbidirti, a protestare, a non ascoltarti.

    Non sentirti in colpa. 

    Non è facile crescere un figlio. 

    Oggi più di ieri, soprattutto perché a differenza dei nostri genitori e nonni, siamo la prima generazione di adulti ad avere una grande conoscenza del mondo dell’infanzia (leggiamo un’infinità di libri, seguiamo i gruppi facebook più popolari e ad ogni minimo dubbio possiamo ricorrere al dott. Google!) ma proprio per questo siamo spesso in preda alla confusione senza sapere cosa sia giusto o sbagliato.

    “Devo seguire la “linea dura” altrimenti mio figlio crescerà viziato o è meglio diventargli “amica/o” per non causargli traumi?”

    È una delle domande che si pongo tante mamme e papà che vedo in consulenza o nei miei percorsi di Scuola Genitori. E forse sono le stesse domande che ti stai ponendo anche tu.

    Oggi le neuroscienze ci dicono che i limiti favoriscono lo sviluppo del cervello nel senso che consentono ai bambini di controllarsi e imparare a comportarsi in modo adeguato. 

    “Di fatto, si verificano delle vere e proprie trasformazioni a livello cerebrale: nel sistema nervoso si creano delle connessioni, grazie alle quali il bambino “sente” che è giusto comportarsi in un certo modo e non in un altro, e questa consapevolezza a livello viscerale lo porterà ad agire in modo diverso. (…) I genitori contribuiscono a questo processo insegnando al figlio con empatia e affetto quali comportamenti siano accettabili e quali no. Per questo motivo è fondamentale che noi genitori poniamo dei limiti, affinchè i bambini interiorizzino i «no», i divieti, laddove necessario, soprattutto nei primi anni di vita, quando si formano i circuiti regolativi del cervello. Aiutando i bambini a comprendere i limiti e le regole dell’ambiente in cui crescono, li aiutiamo a formarsi una coscienza morale”.

    D. J. Siegel – T. P. Bryson

    Per aiutarti a comprendere meglio questo concetto cercherò di farti un esempio.

    La tua bambina comincia a urlare e a lanciare tutto ciò su cui riesce a mettere mano, mentre siete al supermercato, perché vuole assolutamente che le compri le caramelle. In questo caso è di fondamentale importanza che tu riesca a mettere un “freno” ai suoi impulsi, per impedirle che la sua rabbia faccia del male a lei stessa, a te e alle persone intorno a lei. Potresti, perciò, prenderla in braccio e con un tono serio, ma non rabbioso, cercare di calmarla, dicendole per esempio che non si possono mangiare le caramelle in qualsiasi momento.

    Deve sentire la forza della tua autorevolezza. 

    Lo so, non è facile, ma non dimenticare che l’adulto della relazione sei tu e come tale devi continuare a esercitare il tuo ruolo, anche in mezzo alle tempeste emotive dei tuoi figli.

    Lasciare i bambini in balia dei loro impulsi, senza contenerli quando cominciano a spingere in modo eccessivo, sarebbe diseducativo. 

    Certo, hanno bisogno di sentire che ci preoccupiamo per loro quando sono in difficoltà, ma allo stesso tempo hanno necessità che gli forniamo regole e limiti per capire che un certo comportamento è accettabile e un altro no.

    Ritornando all’esempio di prima, pian piano, il ripetersi di queste situazioni contribuirà alla creazione di una bussola interiore che guiderà il comportamento di tua figlia, senza che sia necessario il tuo intervento. 

    I limiti servono per sentirsi sicuri e protetti.

    “Viviamo in un’epoca un po’ confusa in cui tutti, bambini e adulti, ci illudiamo di poter fare a meno, nella convivialità quotidiana, di regole piccole o grandi, di criteri di riferimento validi per ognuno. In realtà nessun essere umano potrebbe vivere e crescere bene in uno spazio illimitato, in apparenza privo di ostacoli. In situazioni del genere, anche all’interno del nucleo familiare, a risentirne maggiormente sono i bambini, che percepiscono di essere abbandonati, costretti a dover decidere ogni cosa della loro vita. Per questo è importante non dare tante regole, quanto piuttosto stabilire poche norme chiare e coerenti che aiutino il bambino nel suo percorso di crescita”. 

    G. Honegger Fresco

    L’educazione gentile (o montessoriana) NON è priva di regole

    Uno dei più grandi equivoci che ruota intorno a tutto ciò che oggi viene definito educazione dolce e gentile, (ma anche montessoriana!), riguarda l’idea diffusa che ascoltare i bambini significhi ridurre al minimo limiti e regole, evitando il più possibile di dire loro di no.

    Forse anche tu, nel diventare genitore, hai sposato questo approccio. 

    Presti molta attenzione ai bisogni emotivi di tuo figlio, fino al punto di tenerlo al riparo da qualsiasi delusione o frustrazione.

    E allora lasci che sia lui a decidere l’orario in cui puoi andare a prenderlo all’asilo, se può guardare i cartoni alle 6 del mattino o alle 9 di sera, a che ora andare a letto, quando spegnere il videogioco, a che ora tornare a casa dopo essere uscito con i compagni…. 

    Con il risultato che tuo figlio è convinto di poterla avere vinta ogni volta e di poter fare sempre tutto quello che vuole, perché tu sei sempre a sua completa disposizione.

    Non sentirti in colpa se ti ritrovi in quello che hai appena letto.

    Porre divieti ai propri figli non è una passeggiata. 

    Amiamo i nostri figli e vorremmo che fossero sempre felici. E poi, sappiamo molto bene con quanta velocità certe situazioni possono diventare catastrofiche se non ottengono quello che vogliono!

    Momenti in cui ci si sente costretti ad alzare la voce, a minacciare e a volte a usare la forza per ottenere quanto che chiediamo.

    Tuttavia,

    se ami tuo figlio e vuoi il meglio per lui devi essere in grado di sopportare la rabbia e la frustrazione che proverà ogni volta che fisserai dei paletti. 

    È inevitabile che farà difficoltà a tollerarli. 

    Ma si tratta di una fatica evolutiva che lo aiuterà, nel tempo, ad acquisire maggiore autocontrollo e a sviluppare una coscienza morale grazie alla quale sarà in grado di “sentire” che è giusto comportarsi in un certo modo e non in un altro.

    Diversamente, gli consegnerai un potere che non è in grado di gestire e che lo trasformerà ben presto in un piccolo e infelice tiranno.

    Se accondiscendi sempre a tutto quello che vuole tuo figlio non avrà l’opportunità di imparare lezioni di vita importanti:

    • saper aspettare ritardando la gratificazione
    • l’importanza di impegnarsi per raggiungere determinati obiettivi
    • saper gestire frustrazione e delusione…

    Devi sapere che i bambini e i ragazzi soffrono molto di più quando non sono contenuti da limiti e regole e, soprattutto, corrono il grande rischio di diventare adulti infelici perché sarà impossibile che al di fuori della famiglia trovino persone disposte ad accontentare ogni loro richiesta. 

    I limiti sono tra gli strumenti più importanti con cui puoi equipaggiare tuo figlio per affrontare la vita.

    Si tratta di strumenti indispensabili e non di optional.

    Come dare limiti e regole: 5 regole d’oro

    1. Nessuna durezza, solo amorevole fermezza

    Dire di no non ha nulla a che vedere con l’obbligare o l’essere autoritari.

    “Non si tratta di assumere toni vendicativi, come «Adesso ti faccio vedere io!», ma di dare regole nel segno dell’affetto e della stima: «Insieme ce la faremo!»”.

    G. Honegger Fresco

    Il tono e l’atteggiamento in generale devono essere sempre quelli che avresti se tuo figlio fosse ammalato. Lo cureresti affettuosamente e soprattutto non ti sogneresti di fare a tuo piacimento con le medicine, ne osserveresti rigorosamente le indicazioni. Altrimenti metteresti a rischio la sua salute, giusto?


    Quindi, se tuo figlio protesta, urlando, piangendo e rispondendoti male “Non voglio spegnere la TV, sei cattivo!”, “Tu mi comandi, mi obblighi!”, “Sei la peggiore mamma del mondo!”, puoi fargli sapere che capisci il suo disappunto e gli vuoi bene (anche i bambini hanno diritto a esprimere le loro contrarietà!), ma si farà come è stato deciso. Nessuna durezza, solo amorevole fermezza. Senza esitazioni, come il segnale rosso al semaforo.

    Quando il limite viene posto con affetto i nostri figli comprendono che non si tratta di un attacco contro di loro. È solo una regola da rispettare.

    È tutt’altro che semplice, ma l’amore per tuo figlio e la consapevolezza che in quel momento è quel limite di cui ha bisogno, ti saranno di aiuto.

    2. Prima fissi dei limiti meglio è

    “Chi ben comincia è a metà dell’opera” recita un noto proverbio. 

    Se stabilisci una regola la prima volta che noti un comportamento non accettabile, ti risparmierai molta fatica in futuro.

    I primi “no” sono davvero importanti perché servono a orientare la relazione con il tuo bambino. Nei primi due anni vanno ovviamente ridotti al minimo e, piuttosto che a parole, dati in concreto.

    Il No “gli va detto non con l’urlo, ma con lo sportello bloccato e gli asciugamani posti altrove, le scale rese inaccessibili con un cancello, il vaso messo fuori della sua portata”.

    G. Honegger Fresco

    Ricorda, più il bambino è piccolo più le sue “marachelle” sono dovute semplicemente all’irruenza, alla curiosità e all’immaturità nel considerare le conseguenze delle proprie azioni. Non alla voglia di provocarti. 

    3. Limiti e regole devono essere chiari e soprattutto concreti

    A volte i nostri figli fanno fatica ad ascoltarci perché ciò che chiediamo loro è complesso da capire, in quanto vago e astratto.

    Invece di dire “Mi raccomando, a casa di Giorgio ci si comporta bene!”

    puoi specificare “Riccardo, ricordati di non alzare troppo il tono di voce quando giochi con Giorgio e di non correre per casa”.

    Anche dire “Metti in ordine!” rappresenta una richiesta poco concreta per un bambino (e non solo!).

    E’ meglio essere più precisi “Per favore Caterina, riponi i tuoi vestiti nell’armadio”.

    In questo modo ti assicurerai che tuo figlio capisca cosa gli stai chiedendo.

    4. Offri alternative

    “Non oggi, ma domani!”

    “Non questo ma quell’altro!”,

    “Non in questo luogo, ma in un altro!”.

    Tuo figlio deve capire che ci sono cose che deve evitare senza che tu diventi un genitore che dice sempre di NO (senza ottenere nessun risultato!) o che lo riprendi ad ogni occasione.

    Spiegagli chiaramente e con gentilezza cosa desideri e soprattutto offrigli delle alternative “Oggi non è possibile, ma nei prossimi giorni potrai organizzarti per uscire con i tuoi compagni”.

    5. Rendi i limiti divertenti

    Il segreto per fissare dei limiti che durino nel tempo e che siano considerati importanti dai nostri figli non consiste nell’essere rigidi e aggressivi, ma nel trovare la modalità più efficace per essere ascoltati.

    Un atteggiamento giocoso, per esempio, contribuisce ad allentare le tensioni, evita che tuo figlio diventi oppositivo e lo incoraggia a comportarsi come gli chiedi.

    Se tua figlia la mattina ti fa disperare perché non vuole mettere la giacca per uscire di casa, invece di chiederglielo con tono perentorio e urlando, potresti “improvvisare” una sorta di Acchiappa e Scappa in cui la afferri e la stringi affettuosamente e le dici che non la lascerai andare, finchè non avrà messo la giacca. Poi la inviterai a fare lo stesso con te. 

    Purtroppo, nella nostra vita frenetica e troppo seria da adulti è probabile che non ci venga naturale pensare di usare il gioco per insegnare ai nostri figli a comportarsi in modo accettabile.

    Tuttavia, più ci proveremo più risparmieremo tempo ed energie perché i bambini e i ragazzi sono più portati a collaborare quando le situazioni faticose vengono trasformate in qualcosa di divertente.

    Il confine è sottile, ma esiste un modo per tracciarlo e farti sempre ascoltare

    Aiutare tuo figlio a conoscere e rispettare i limiti è uno dei tuoi compiti più importanti, ma anche tra i più difficili. 

    La linea di confine tra l’ascoltare i suoi bisogni senza confondere l’indulgenza con l’amore e l’imporre rigide regole perché ubbidisca senza obiettare, per “questione di principio”, è molto, molto sottile. 

    Maria Montessori definisce questo spazio “soglia dell’intervento”. 

    È quel limite che segna il confine tra te adulto e il mondo interno di tuo figlio e che dovresti varcare solo dopo esserti chiesto: “Questo limite, questa regola, può essergli di aiuto o rischia di trasformarsi in un ostacolo per la sua crescita? Devo vietargli questa cosa o è meglio assecondare la sua richiesta?”

    Si tratta di una capacità che va allenata e conquistata con un grande lavoro su di sé.

    Non basta applicare qualche strategia o leggere libri sull’argomento. 

    Perché non si tratta di un lavoro esteriore, ma interiore che richiede tempo. Altrimenti l’indulgenza o il controllo eccessivo prenderanno il sopravvento. 

    Credimi, vorrei poterti dire che esistono soluzioni rapide, ma accompagnare i figli nella loro crescita è un percorso che non prevede scorciatoie e soprattutto non rientra nei lavori fai-da-te, come spesso erroneamente si crede. 

    Provare a svolgerlo senza qualcuno che ti accompagni a trovare le tue strategie e le tue soluzioni è molto rischioso. Nel momento in cui le cose non andranno come avevi previsto è probabile che ti sentirai un genitore inadeguato e sbagliato. 

    Un po’ come intraprendere una dieta senza consultare un bravo nutrizionista. Nella maggior parte dei casi si segue un programma non adatto al proprio corpo. Ma ogni persona è diversa, con caratteristiche e necessità proprie. Ecco perchè intraprendere un programma alimentare che non è stato messo a punto per il proprio fisico lo rende fallimentare in partenza. 

    Proprio per questo ho creato dei percorsi cuciti su misura per te durante i quali ti aiuterò a comprendere meglio i comportamenti di tuo figlio e a migliorare la vostra relazione. Imparerai a non sentirti in colpa per il fatto di stabilire dei limiti. Riuscirai a farlo la stessa fermezza e amorevolezza con cui gli offri i tuoi abbracci.

    È il percorso che ha già portato i genitori che ho seguito negli anni ad avere un rapporto sano ed equilibrato con i loro figli, ad ascoltarli ed essere ascoltati. 

    Per tutte le famiglie è partito sempre con una prima call gratuita in cui comprendere le esigenze di ciascun genitore, perché è da quelle che partiamo. 

    Dì addio alle urla in casa, le liti e il senso di frustrazione che provi ogni volta che devi alzare la voce e non vieni ascoltato. 

    Compila il form qui sotto per fissare la tua videocall conoscitiva gratuita

  • COSA SIGNIFICA APPLICARE I PRINCIPI MONTESSORIANI IN FAMIGLIA

    COSA SIGNIFICA APPLICARE I PRINCIPI MONTESSORIANI IN FAMIGLIA

    Spesso i genitori con cui entro quotidianamente in contatto mi chiedono quali materiali montessoriani possono proporre in casa, per “stimolare” i loro bambini a sentirsi competenti o per permettergli di apprendere rapidamente a leggere, scrivere, far di conto, credendo erroneamente che mettere in pratica Montessori con i propri figli significhi proporre i materiali, così come avviene in aula.

    Niente di più sbagliato!

    Sia a casa che a scuola.

    Per quanto Maria Montessori gli riconosca un ruolo importante, l’essenziale, nella sua visione educativa, non è il materiale.

    Devi sapere che Maria Montessori riteneva che l’utilizzo del materiale da lei creato dovesse essere appannaggio solo dell’insegnante, e non del genitore.  Era fermamente convinta, invece, che

    il bisogno delle mamme e dei papà fosse quello di comprendere, quanto più possibile, lo sviluppo psichico del bambino.

    I genitori, per la Dottoressa,

    hanno necessità di essere adeguatamente sensibilizzati ai bisogni dei loro bambini, per poter assumere un comportamento e uno stile educativo coerenti.

    QUESTA E’ L’ESSENZA DELL’EDUCAZIONE MONTESSORI!

    Sarò sincera. Sono molto preoccupata della deriva “modaiola” che sta assumendo Montessori nel nostro Paese. Una deriva che rischia di fare tanto male a genitori e bambini.

    Perché ci fa perdere di vista il bambino!

    “Le ho anche comprato la learning tower per coinvolgerla nella preparazione della cena più montessoriana di così!mi ha detto l’altro giorno una mamma che non riusciva a capire come mai, nonostante si fosse prodigata per organizzare la casa in “stile Montessori”, la sua bambina di 22 mesi non degnava di uno sguardo quegli oggetti “montessoriani” messi a disposizione per lei, ma continuava a chiederle di stare in braccio.

    Non riusciva a fare proprio niente!

    Neanche preparare un “boccone” per cena.

    Dopo una giornata trascorsa al nido, l’unica richiesta della sua bambina era di starle vicino, a stretto contatto, come a recuperare il tempo “perso”. Non c’era verso di farle cambiare idea!

    In braccio e solo in braccio!

     “Segui la tua bambina, lei sa”, le ho detto, offrendole quel monito di Maria Montessori che ci sollecita a un nuovo tipo di relazione da instaurare con i nostri figli. Una relazione fondata su una profonda conoscenza di chi sono veramente i bambini, ma anche sulla consapevolezza che, per aiutare il loro sviluppo e non intralciarlo, è necessario lavorare molto su noi stessi, “depurarci” da atteggiamenti educativi cristallizzati – e anche Montessori lo può diventare se lo consideriamo un metodo, l’approccio “alternativo” che può “salvarci” dai momenti di crisi con i nostri figli!

    Prima ancora di una casa “a misura di bambino” c’è il bambino con la sua storia, con i suoi desideri, con i suoi bisogni.  

    Come scrive la stessa Dottoressa, Montessori non è un metodo, bensì

    “un aiuto affinchè la personalità umana possa conquistare la sua indipendenza (…). È la personalità umana e non un metodo di educazione che bisogna considerare: è la difesa del bambino, il riconoscimento scientifico della sua natura, la proclamazione sociale dei suoi diritti”.

    Cara mamma e caro papà che mi leggi,

    l’essenziale non è il materiale.

    Montessori è un modo di comprendere il tuo bambino. E per comprenderlo è necessario osservarlo, osservare il suo comportamento in modo continuo, partecipe, rispettoso ed essere disponibili a trasformarsi, divenendo “nuovi” adulti, persone capaci di una relazione garbata, delicata e rispettosa con quel bambino, il nostro bambino.

    Sta qui la promessa di un’umanità migliore.

    Nell’essere in grado di “guardare” al bambino, in modo che questo provochi in noi una “conversione” del nostro atteggiamento, a suo favore e in un periodo della vita che determinerà la qualità di tutta la sua esistenza.

    Non dimenticarlo, dall’infanzia ci si passa solo una volta.

    Quello che i nostri bambini pensano, provano, sperimentano e vivono in questa prima fase della loro esistenza è l’unico e fondamentale indicatore di ciò che sarà il resto della loro vita.

    “Ciò che avviene nell’infanzia” diceva Maria Montessori “rimane stampato nell’anima umana” (Maria Montessori, Creative development in the child).

    Applicare i principi montessoriani in famiglia significa fare proprie queste consapevolezze.

    Per mettere in atto un cambiamento che ci consenta di intraprendere un percorso di consapevolezza dell’essere genitori può essere utile incontrarsi con altri genitori che abbiano lo stesso desiderio di cambiamento.

    Proprio per questo, nel 2016 nasce il mio progetto di SCUOLA GENITORI secondo l’approccio montessoriano, un progetto PRIMO E UNICO a livello nazionale, nel suo genere, rivolto a quei genitori che desiderano trovare, alla luce del Modello montessoriano, un modo giusto e consapevole di entrare in una RELAZIONE più efficace con i propri figli e fare le giuste scelte educative.

    Scrivi a info@localhost per avere informazioni su questo progetto

  • AMARLI AD ALTO CONTATTO

    AMARLI AD ALTO CONTATTO

    “Credo proprio di poter dire che esiste una memoria cieca che riguarda le nostre esperienze più lontane (…) è come se avessi riscoperto questi ricordi della pre-coscienza e sono ricordi di un grande calore, di una grande presenza carnale. Una madre che non parlava tanto, ma che era estremamente presente con la sua persona. Tanto per fare un esempio, quando sono stata ammalata di otite lei passava le notti intere con la mano sul mio orecchio perché il tepore della sua pelle mi dava sollievo. Lo segnala nei suoi diari, non per lamentarsi o per sottolineare il sacrificio fatto, ma solo come cronaca, cronaca della normalità dell’amore materno, aggiungo io” (D. Maraini). (altro…)

  • CAPRICCI O BISOGNI INSODDISFATTI?

    CAPRICCI O BISOGNI INSODDISFATTI?

    Nei percorsi a loro dedicati i genitori mi chiedono spesso se è vero che i bambini sono davvero cambiati rispetto ad alcuni decenni fa, risultando più incontenibili, aggressivi, svogliati, tirannici, capricciosi e rendendo in questo modo più difficile il compito di educarli.

    O se c’è qualcosa che oggi come adulti non sappiamo più fare.

    Ad ogni modo, percepiscono di essere in difficoltà nel prendere le giuste decisioni educative. (altro…)

  • L’AMORE NON BASTA!

    L’AMORE NON BASTA!

    La scena si svolge all’interno di un supermercato.

    Un bambino di tre anni, a un certo punto “senza un apparente motivo”, esplode in una crisi di pianto disperato.

    Urla e si getta per terra, di fronte agli sguardi sconcertati delle tante persone che affollano il grande magazzino. In preda al panico di non saper gestire questa improvvisa ed esagerata reazione, un tenero papà mette in mano al suo bambino un iPhone.

    Magicamente il piccolo si calma! (altro…)