• Invece Di Lodare Prova a Incoraggiare. Le Lodi Ai Bambini Tra Intuizioni Montessoriane e Conferme Neuroscientifiche

    Invece Di Lodare Prova a Incoraggiare. Le Lodi Ai Bambini Tra Intuizioni Montessoriane e Conferme Neuroscientifiche

    “Ma quanto sei intelligente! Hai preso il massimo dei voti!”
    “Brava! Hai un talento straordinario per la danza!”
    Wow che bel disegno! Diventerai sicuramente un artista!”

    Se ti trovi spesso a esaltare in questo modo l’intelligenza e i talenti di tuo figlio, pensando di aumentarne l’autostima e la fiducia in se stesso, sappi che in realtà frasi apparentemente così motivanti producono nei bambini l’effetto contrario.

    Ecco cosa scrive, dopo anni di studi ed esperimenti con centinaia di bambini, Carol Dweck, ricercatrice in psicologia dell’Università di Stanford: “Lodare l’intelligenza dei bambini danneggia la loro motivazione e danneggia le loro prestazioni”.

    “Aspetta Daniela!”  – starai pensando – “ma le lodi piacciono ai bambini! Loro amano i complimenti!”.

    Certamente!

    Ai bambini piace sentirsi dire che sono bravi, sapere che apprezziamo i loro successi.

    All’udire le nostre lodi provano emozioni indescrivibili, ma sono solo passeggere. Appena, infatti, si troveranno in difficoltà quell’apparente fiducia in sé svanirà, così come la motivazione.

    D’altronde,

    se essere intelligenti equivale ad avere successo, allora il fallimento è indice di incapacità!

    Non solo.

    Nel tempo, lodare o premiare i bambini per la loro intelligenza o le loro abilità, non farà altro che renderli schiavi, abituandoli ad agire, non per passione o per la loro determinazione, ma per ricevere in cambio un complimento, una ricompensa, una conferma.

    Niente di più seduttivo e manipolatorio!

    Una mamma che continuava a lodare sua figlia per i suoi disegni mi ha raccontato, in consulenza, che la bambina trascorreva pomeriggi interi a disegnare e a chiederle ininterrottamente se le piacessero le sue creazioni.

    Diversi anni prima che lo confermassero le Neuroscienze, ecco cosa scrive a questo proposito Maria Montessori: “I premi e i castighi si adottano per costringere i bambini a seguire le leggi del mondo (…) dettate quasi sempre dall’arbitrio dell’uomo adulto che investe se stesso d’una esagerata, sconfinata autorità”.

    Forse ti sembrerà strano, ma tuo figlio non ha bisogno di sentirsi dire che è bravo.

    La cosa migliore che puoi fare, invece, è incoraggiare costantemente i suoi sforzi e il suo impegno.

    Lodare tuo figlio lo renderà prigioniero di una mentalità statica

    Quando dici a tuo figlio che

    • ha un talento naturale
    • che è brillante a scuola perché è semplicemente intelligente
    • che è bravo perché ha riordinato la sua camera o ha mangiato le verdure
    • che è un genio per come suona bene il pianoforte

    lo induci a pensare che la sua intelligenza e le sue capacità sono innate e immutabili e tu le stai giudicando.

    Niente di più pericoloso.

    Col tempo, infatti, diventerà prigioniero di una mentalità statica, che lo porterà, nella convinzione di essere naturalmente geniale, a cercare di raggiungere a tutti i costi il successo e con la stessa irremovibilità a evitare il fallimento.

    Ma non per migliorarsi, come potresti credere, quanto per confermare, a se stesso e agli altri, la sua innata bravura.

    Purtroppo, come ci spiegano le neuroscienze, chi possiede una mentalità statica

    • crede di non aver bisogno di impegnarsi per raggiungere determinati risultati
    • evita le situazioni sfidanti
    • di fronte alle contrarietà rinuncia facilmente
    • ignora le critiche costruttive
    • si sente minacciato/a dal successo altrui

    Invece di lodare prova a incoraggiare.

    Aiuterai tuo figlio a sviluppare una mentalità di crescita

    Se vogliamo che i nostri figli crescano fiduciosi in se stessi e nelle loro capacità dovremmo incoraggiarli

    • ad amare le sfide
    • a non lasciarsi spaventare dagli errori
    • e soprattutto a gioire per quello che provano a realizzare con l’impegno, l’esercizio, la perseveranza.

    Come aveva intuito Maria Montessori e come dimostrano le ultime ricerche nel campo psicologico e neuroscientifico, il bambino non è predeterminato a sviluppare il coraggio, la generosità, il senso morale, l’empatia, la gentilezza, la calma, un certo tipo di carattere, ma vi è predisposto.

    Niente ci garantisce che svilupperà l’intelligenza che possiede alla nascita, a livello embrionale.

    Il bambino nasce con la possibilità di svilupparla.

    Ma tutto dipende da cosa gli offrirà l’ambiente in cui crescerà. “Il carattere perciò si sviluppa in rapporto agli ostacoli incontrati o alla libertà che ne ha favorito lo sviluppo”. Maria Montessori

    Come genitori, la nostra responsabilità è quella di aiutare i nostri figli a sviluppare il loro potenziale. Perciò, nel nostro modo di comunicare con loro è fondamentale che passi il messaggio: “Tu sei una persona in crescita e a me interessa che migliori sempre di più”.

    Mi spiego.

    Lodare tua figlia per la sua bravura nell’aver preso dei bei voti, non l’aiuterà a crescere sicura di sé.

    Sarà molto più utile aiutarla a riflettere sullo sforzo che ha investito nello studio, su come è migliorata rispetto all’anno prima, sulla costanza nel portare avanti il suo obiettivo: “Vedi Francesca, ti sei impegnata molto, ce l’hai messa tutta, hai letto più volte, hai ripetuto a voce alta e tutto questo ha funzionato! Sarai molto fiera di te!”.

    Si tratta di un approccio che spinge i nostri figli a sviluppare una mentalità dinamica, di crescita che li porterà a comprendere che le abilità e i risultati nascono dallo sforzo e dall’impegno.

    Per un bambino, sapere di essere competente perché si è impegnato per raggiungere un determinato obiettivo è decisamente diverso dal pensare che è intelligenti perché mamma e papà continuano a ripeterlo.

    Invece di lodare, perciò, prova a incoraggiare, a focalizzare le tue parole sull’azione positiva, sul comportamento o sul miglioramento che vorresti promuovere, piuttosto che sul risultato. 

    Incoraggiare le azioni positive di tuo figlio avrà un impatto profondo e duraturo.

    Inoltre, in questo modo lo aiuterai a collegare il suo successo allo sforzo e alle strategie che ha messo in campo rendendolo più abile e competente.

    Cara mamma, caro papà, l’incoraggiamento rappresenta un modo molto più efficace delle lodi per fornire un feedback positivo ai bambini. Li aiuta a sviluppare e consolidare le competenze di cui hanno bisogno e a replicarle per ottenere risultati migliori in futuro.

    Diversamente da chi possiede una mentalità statica, chi ha una mentalità dinamica orientata alla crescita

    • Accetta le sfide invece di evitarle
    • Persiste anche di fronte alle sconfitte
    • Vive lo sforzo come un’occasione per diventare più abile e competente
    • È consapevole che gli errori servono a imparare
    • Si lascia ispirare dal successo altrui

    Il potere del “non ancora”.

    Come usare al meglio l’incoraggiamento

    Molto spesso, spinti dal desiderio che i nostri figli si sentano sicuri delle loro capacità e nell’intento di stimolare la loro autostima, tendiamo a lodarli esageratamente. Come nel caso in cui li elogiamo in modo sproporzionato rispetto al risultato che hanno raggiunto. “Per me sei stata la migliore!”, “Sei intelligentissimo! La prossima volta ci riuscirai sicuramente!”.

    Vogliamo proteggerli a tutti i costi ed evitare che rimangano delusi e sperimentino la frustrazione.

    Purtroppo non si tratta di un’idea vincente, perché i bambini sanno nel profondo che non è quello che pensiamo veramente e allora i nostri complimenti vengono percepiti come insinceri e la fiducia nei nostri confronti rischia di traballare.

    Cosa fare allora?

    Devi sapere che a seconda di come reagiamo di fronte ai fallimenti dei nostri figli, li aiutiamo a sviluppare una mentalità dinamica, di crescita.

    A questo proposito, sempre Carol Dweck, parla del potere del “non ancora” e di come possiamo incoraggiare i bambini a trasformare il “non ce la faccio”, in “non ce la faccio, ancora”.

    Innanzitutto, è indispensabile partecipare sinceramente alla loro delusione – “Lo so come ti senti. Non è piacevole cercare di fare del proprio meglio e non riuscirci” – poi sarà importante fargli capire che anche se si sbaglia si può migliorare, impegnandosi ed esercitandosi, provando ancora tante altre volte – “Non ce l’hai ancora fatta. Vedrai che se ti impegnerai di più, la prossima volta ci riuscirai”.

    I nostri figli saranno incoraggiati, in questo modo, a non focalizzarsi sull’insuccesso del momento, ma a credere nella possibilità di migliorarsi.

    Quello che non si è “ancora” in grado di fare adesso è possibile realizzarlo in futuro, riprovandoci e dando il meglio di sé.

    Anche per Maria Montessori, gli sbagli devono essere sempre i benvenuti nella nostra vita, perché “da qualunque parti si guardi troviamo sempre il Signor Errore!”.

    Pertanto, diventa indispensabile accettare che si può sbagliare perché gli errori “esistono come esiste la vita stessa” e possono insegnarci sempre qualcosa:

    • cosa funziona e cosa no
    • cosa non fare

    • cosa migliorare.

    È solo il continuo esercizio che permette al bambino di “diventare sicuro di se stesso. Ciò non significa perfezione, ma conoscenza delle proprie possibilità, e quindi divenire capaci di fare qualcosa. Egli (il bambino) potrebbe dire: «Non sono perfetto, non sono onnipotente, ma so fare questa cosa e conosco la mia forza, e so pure che posso sbagliare e correggermi…» (…) il bambino deve rendersi conto da sé di quello che fa, e occorre dargli insieme con la possibilità di svilupparsi quella di controllare i propri errori”. Maria Montessori

    Invece di lodare prova a incoraggiare tuo figlio.

    Indicazioni pratiche

    Caro genitore, è possibile che a questo punto tu ti stia dicendo: “Tutto bello e interessante! Più facile a dirsi, però, che a farsi”.

    Hai ragione!

    In fondo, lodare i bambini è un’abitudine così profondamente radicata dentro di noi che solo un costante allenamento può aiutarci a cambiare il nostro atteggiamento per imparare a incoraggiare i nostri figli, invece che lodarli.

    Lascia che ti faccia alcune domande.

    Come stai crescendo i tuoi figli?

    Cosa ti aspetti da loro?

    • Che siano ossessionati dall’essere i più bravi, dall’ottenere sempre il massimo dei voti a scuola
    • che siano convinti di essere apprezzati per la loro “innata” bravura piuttosto che per gli sforzi che compiono per raggiungere determinati risultati,
    • che dipendano costantemente dall’approvazione altrui altrimenti dubiteranno di sé e del proprio valore

    Oppure che

    • si sentano amati a prescindere dai loro successi o fallimenti
    • imparino a sentire nel proprio intimo se quello che fanno li soddisfa o meno invece di dipendere dal giudizio altrui
    • apprendano quanto il successo ha a che fare non con i talenti naturali, ma con lo sforzo, l’impegno, il lavoro sodo
    • comprendano che se una strategia non ha funzionato questo non è motivo per gettare la spugna, ma per cercarne una più efficace ed esercitarsi di più
    • capiscano che fare errori è l’unico modo per imparare

    Perciò, la prossima volta

    invece di dire “Sei una campionessa! Nessuno impara ad andare in bici senza pedali così velocemente come te!”,

    prova a dire “Passare dalla bicicletta con le rotelle a quella senza, richiede uno sforzo notevole. Ti sei impegnata molto!”

    invece di dire a tuo figlio “Bravissimo!” perché ti ha aiutato ad apparecchiare,

    prova a dire “Grazie per essermi stato di aiuto. Stai imparando davvero a renderti utile”

    invece di dire “Comunque hai lavorato sodo!”, quando tuo figlio fallisce in un compito,

    prova a dire “Sono fiera dell’impegno che ci hai messo, ma forse devi trovare una strategia più efficace. Proviamo a scoprire quale potrebbe essere”.

    Incoraggiamento vs lode.

    Pensieri finali

    A conclusione di questo articolo molto probabilmente ti starai chiedendo come fare per modificare il modo in cui utilizzi le lodi con tuo figlio.

    Ti posso assicurare che non esiste metodo migliore se non quello di cominciare da te, dalla consapevolezza che ogni singolo giorno, attraverso le tue parole, ma ancora di più attraverso le tue azioni hai il potere di influenzare l’atteggiamento mentale dei tuoi figli.

    Sei convinta/o che la tua intelligenza, le tue caratteristiche, il modo in cui interpreti le difficoltà sono elementi ereditari e immutabili o pensi possano modificarsi con l’impegno fino a permetterti di raggiungere traguardi inaspettati?

    Non dimenticare che, volente o nolente, il tuo modo di essere ha un impatto rilevante su tuo figlio. Nel bene e nel male.

    Sappi che per poter influenzare la sua mentalità, devi prima lavorare sulla tua!

    “Noi siamo gli adulti e il bambino dipende da noi; le sue sofferenze, a dispetto delle nostre buone intenzioni, provengono da noi. Se, per un errore da parte nostra, questi mali si producono, allora è necessario che l’atteggiamento dell’adulto sia riformato”. Maria Montessori

    Quello che voglio dire è che non è sicuramente l’uso di alcune parole piuttosto che di altre a fare di te un buon genitore o meno.

    Non è dicendo a tuo figlio “Hai fatto un ottimo lavoro” al posto di “Sei bravissimo!” che lo aiuterai a crescere sicuro di sé.

    Il vero cambiamento non consiste nell’appropriarsi di qualche tecnica comunicativa.

    Certo, il linguaggio è importante, ma ancora di più, lo è l’intenzione affettiva con cui pronunci le tue parole che fa la differenza e che rappresenta l’aspetto della comunicazione a cui tuo figlio è maggiormente ricettivo.

    Ciò che fa di te un buon genitore non può essere definito da una singola parola o frase.

    È il tipo di relazione che giorno dopo giorno scegli di costruire con tuo figlio.

    E avere familiarità con parole e frasi incoraggianti e utilizzarle consapevolmente è uno dei modi migliori per mantenere la relazione con tuo figlio sulla strada giusta.

     Se vuoi essere aiutata/o a costruire con il tuo bambino una relazione più vera, meno condizionata dagli “automatismi” e più consapevole allora contattami per saperne di più sul percorso di consulenza genitoriale che propongo.

    Ti aiuterà a diventare un genitore migliore e consapevole!

  • “Se Non Finisci Di Mangiare Non Potrai Vedere i Cartoni!”. Cosa NON FARE e NON DIRE Quando Tuo Figlio Non Vuole Mangiare

    “Se Non Finisci Di Mangiare Non Potrai Vedere i Cartoni!”. Cosa NON FARE e NON DIRE Quando Tuo Figlio Non Vuole Mangiare

    L’alimentazione rappresenta da sempre un aspetto molto delicato nella relazione tra genitori e bambini. Non solo perché il cibo è carico di significati affettivi, ma anche perché è strettamente legato alla sopravvivenza fisica, elemento su cui si focalizza maggiormente l’attenzione dell’adulto che lo  considera un indicatore fondamentale del benessere fisico e psichico del proprio figlio.

    Se mangia va tutto bene.

    Se non mangia c’è sicuramente qualcosa che non va…

    In realtà, ciò che ai genitori il più delle volte non viene detto, – e forse anche tu ne sei all’oscuro! – è che molto spesso

    quello dell’inappetenza nei bambini è un segnale di superficie che varia a seconda

    • del loro temperamento
    • dei momenti di transizione da cui si sentono scombussolati (l’arrivo di un fratellino, il passaggio dal nido alla scuola dell’infanzia, un raffreddore, la stanchezza della giornata,…)
    • del loro stesso rapporto con il cibo.

    Perciò, non sempre quelli che vengono identificati come problemi legati al cibo, lo sono veramente. Spesso vengono ingigantiti dalla preoccupazione del genitore che il proprio bambino non mangi “abbastanza”.

    Come tanti altri comportamenti infantili, anche quello legato al cibo è soggetto a cambiamenti.

    In alcune fasi della sua crescita è fisiologico che un bambino mangi di meno, per riprendere successivamente il suo appetito abituale.

    Si tratta di una situazione molto più comune di quello che tu possa pensare e che ultimamente rappresenta un motivo ricorrente di tanti genitori che richiedono una mia consulenza in merito.

    Ecco perché ho pensato di scrivere questo articolo, nel quale voglio spiegare anche a te cosa non dire e non fare quando tuo figlio si rifiuta di mangiare.

    Di seguito i 4 errori da evitare, per non rischiare che il momento dei pasti diventi il problema principale della tua famiglia, trasformandosi in un campo di battaglia e togliendo, nel vero senso del termine, l’appetito al tuo bambino.

    RICORRERE AI RICATTI AFFETTIVI

    “Dai Caterina, sai con quanto amore ti ho preparato questa cena! Su, mangia!”

    Associare il cibo all’amore, nel tempo, si trasforma in un sistema infallibile che favorisce disordini alimentari. Il tuo bambino non deve mangiare per far felice te e neanche pensare “Se non mangio quello che mi ha preparato la mamma lei crederà che non le voglio bene”.

    I bambini devono mangiare perché hanno fame, il cibo è buono e perché è piacevole stare a tavola con mamma e papà.

    OBBLIGARE TUO FIGLIO A MANGIARE QUELLO CHE HA NEL PIATTO

    “Se non finisci quello che hai nel piatto non potrai alzarti da tavola!”

    Devi sapere che obbligare tuo figlio a lasciare il piatto vuoto gli insegna a mangiare anche quando è sazio, un comportamento che prepara il terreno all’obesità infantile, così come ad altri disordini legati all’alimentazione.

    È come se tu gli dicessi che non sa quanto deve mangiare e soprattutto che non può fidarsi della sua sensazione di sazietà.

    I bambini sani sono in grado di autoregolarsi, cioè, mangiano quando hanno fame e smettono quando sono sazi.

    Piuttosto offrigli poco cibo per volta. Può sempre chiedere il bis.

    E soprattutto, evita di mettergli nel piatto un alimento che non gli piace.

    Sappi che non è mai una buona regola educativa imporre a un bambino un cibo che non gradisce. Essere obbligati a ingoiare qualcosa che suscita disgusto viene vissuto come una crudeltà immotivata, un vero e proprio “atto sadico”.

    Conosco tanti adulti che da piccoli hanno subito queste imposizioni e ti assicuro che di fronte ad alcuni cibi hanno il voltastomaco solo a sentirne l’odore!

    Diverso è il tentativo di far familiarizzare tuo figlio con determinati cibi.

    A volte i bambini hanno bisogno di prendere confidenza con alimenti nuovi e diversi.

    Gli studi confermano che ci vogliono almeno 15 esposizioni ripetute e senza forzature di cibi rifiutati prima che un bambino possa decidere di mangiarli. L’olfatto e il gusto vanno allenati!

    Ovviamente, è importante ripresentare un alimento in modo diversificato. Per esempio con le zucchine si può preparare la pizza, ma si possono fare anche le polpettine oppure una torta salata o una crema con cui condire la pasta.

    Se proprio il rifiuto è categorico, si può anche fare saltare un pasto.

    Senza il timore che un bambino deperisca. Un rifiuto occasionale del cibo non avrà assolutamente conseguenze nefaste sulla sua salute.

    Se gli concedi la possibilità di scegliere di non mangiare comunichi al tuo bambino l’idea che mangiare è si importante, ma non deve diventare motivo di conflittualità.

    “Il bambino non vuol mangiare per un fatto psichico. In alcuni casi è per un impulso difensivo; quando si vuole imboccare il bambino e lo si obbliga a mangiare in fretta, cioè col ritmo dell’adulto. Mentre il bambino ha un ritmo tutto diverso e particolare”. Maria Montessori

    Ricorda: il momento del pasto deve essere occasione di relax, di piacere condiviso, di gioia nel ritrovarsi intorno alla tavola e non di tensione e conflitto.

    IMBROGLIARE

    Se hai l’abitudine di rincorrere tuo figlio per tutta la casa per imboccarlo o tenerlo fermo con lo smartphone o addirittura nascondere i cibi che non gli piacciono camuffandoli con altri alimenti, sappi che si tratta di pessime abitudini.

    Non devi dar da mangiare al tuo bambino suo malgrado.

    Facendo così, rischi seriamente di compromettere la fiducia che ripone in te perché, di fatto, si tratta di veri e propri inganni che ben presto demoliranno la tua credibilità nei suoi confronti.

    Non solo!

    Comportandoti in questo modo stai insegnando a tuo figlio a tiranneggiarti!

    Per Maria Montessori il momento del pasto non serve solo per “sfamare” i nostri bambini, ma rappresenta uno dei principali mezzi con cui li educhiamo.

    Non concentrarti solo su quanto e se tuo figlio mangia quando siete a tavola.

    Considera il momento dei pasti come una pausa importante della vostra giornata. Un’occasione speciale in cui nutrire non solo il corpo, ma anche la relazione con lui. Potresti, per esempio, incoraggiarlo a rimanere a tavola chiedendogli di raccontarti un episodio divertente successo durante la giornata.

    Non è importante quanto tuo figlio mangi, ma la qualità del tempo trascorso a tavola che gli renderà più gradevole e allettante ciò che gli avrai preparato.

    CONFONDERE IL BISOGNO DI “FARE DA SOLO” CON IL CAPRICCIO

    Il momento del pasto rappresenta per ogni bambino l’opportunità di sperimentare la propria autonomia. Esiste una normale e ricorrente tensione tra dipendenza e indipendenza nel comportamento alimentare durante il suo sviluppo. 

    Man mano che cresce il cibo diventa anche simbolo del suo progressivo e salutare distacco da mamma e papà. E’ possibile, perciò, che qualche volta rifiuti il cibo per affermare la propria capacità di saper scegliere da solo cosa mangiare o cosa rifiutare. Meglio quindi evitare ogni rigidità eccessiva e prestare piuttosto attenzione ai messaggi che tuo figlio ti lancia di volta in volta, cogliendoli come segnali di bisogni specifici, senza ridurli a strane capricciosità.  

    Accade anche che i suoi gusti cambino. Un altro segno che sta crescendo, che la sua personalità evolve e che sa esattamente cosa gli piace o meno.

    Ti suggerisco, pertanto, di considerare il momento del pasto come un momento in cui alcune decisioni spettano a te, mentre altre spettano al tuo bambino.
    Mangiare o meno e quanto mangiare potrà deciderlo lui, mentre fissare degli orari e cosa mettere in tavola lo stabilirai tu.

    Sappi anche che fino ai 6 anni l’ambiente familiare è estremamente affascinante per i bambini; desiderano partecipare ed essere coinvolti in tutto ciò che si svolge all’interno di esso.

    Nella visione montessoriana il momento del pasto offre un’opportunità educativa straordinaria per rispondere a questo bisogno di fare da soli, per esempio,

    • coinvolgendo i bambini nella preparazione dei pasti con compiti adeguati alla loro età (lavare  e tagliare le verdure, aggiungere il sale all’acqua della pasta, mescolare i cibi con un cucchiaio di legno mentre cuociono, ecc.. )
    • lasciando che apparecchino e sparecchino
    • offrendo loro la possibilità, una volta seduti a tavola, di potersi servire da soli, in modo da decidere autonomamente la quantità di cibo da mangiare. Concedere a tuo figlio la possibilità di esercitarsi in azioni così importanti, che solitamente vengono svolte dai “grandi”, avendo la possibilità di provare e riprovare secondo i propri tempi e le proprie modalità, gli renderà più appassionante e divertente mangiare insieme a mamma e papà.

    “La madre che imbocca il bambino senza compiere lo sforzo per insegnargli a tenere il cucchiaio, non lo sta educando, lo tratta come un fantoccio. Insegnare a mangiare, a lavarsi, a vestirsi è un lavoro ben più difficile che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”. Maria Montessori

    ULTIMI SUGGERIMENTI

    NON SOTTOVALUTARE LA STANCHEZZA

    Mi capita spesso di trovarmi di fronte a genitori che mi raccontano quanto le battaglie sul cibo avvengano per lo più al momento della cena.

    Sappi che è normale che i bambini si mostrino più restii a collaborare a tavola la sera, perché è la parte della giornata in cui sentono di più la stanchezza.

    Hai mai pensato, in questi casi, di organizzare uno spazio con un tavolino e una sedia adatti alla sua altezza, dove tuo figlio possa mangiare in pace, da solo, senza che gli adulti continuino “ogni due per tre” a dirgli: “Dai, mangia!”, “Finisci quello che hai nel piatto”, “Allora, ti sbrighi?”.

    A te, questa insistenza, farebbe venire voglia di mangiare?

    E SE VUOLE ASSOLUTAMENTE MANGIARE PRIMA DI PRANZO O DELLA CENA?

    Se vogliamo che i bambini mangino in modo da saziarsi e siano anche invogliati ad assaggiare cibi nuovi è fondamentale che si siedano a tavola con appetito. Proprio per questo diventa necessario stabilire una routine alimentare in cui anche gli spuntini dovrebbero essere regolari e prevedibili come i pasti.

    Spesso i bambini rifiutano il pasto vero e proprio perché hanno acquisito l’abitudine di mangiucchiare in continuazione.

    Può succedere, però, che tuo figlio ti chieda insistentemente di mangiare qualcosa poco prima di sedervi a tavola per pranzo o cena.

    Forse è appena tornato stanco e affamato da una partita di basket o forse avete fatto tanto movimento per la vostra passeggiata domenicale ma a breve vi fermerete a consumare il pranzo a sacco oppure stai preparando la cena e il profumo delle pietanze sollecita l’appetito del tuo bambino che non resiste alla tentazione di voler mangiare subito…

    Cosa fare?

    Sicuramente non rischierai di guastare il suo appetito se gli offrirai un “aperitivo”!

    Che sia, però, rigorosamente sano: due, tre mandorle, dell’uvetta oppure mezza mela o un succo di frutta. Da evitare, assolutamente, bibite gassate, caramelle, dolciumi e patatine fritte.

    Questi ultimi possono essere lasciati alle occasioni speciali (mai come ricompensa!): una festa di compleanno, una gita fuori casa che richiede tanto movimento fisico, al cinema…

    ACCOGLI LA SUA RICHIESTA DI ESSERE IMBOCCATO…ANCHE SE SAPREBBE FARE DA SOLO

    A volte accade che bambini autonomi nel mangiare chiedano, da un giorno all’altro, di essere imboccati. Solitamente, parlando con le mamme e i papà, emerge che si tratta di episodi legati a piccoli malesseri fisici o che avvengono in concomitanza con la nascita di un fratellino o una sorellina e che destano molta preoccupazione tra gli adulti.

    I genitori si domandano se sia il caso di accogliere queste strane richieste o se facendo così non si rischi di “cancellare” competenze che il proprio bambino ha già acquisito.

    Se è questa la situazione in cui ti trovi sappi che si tratta di un comportamento del tutto normale e accogliere questa richiesta non provoca nessun danno. “Questo è vero anche nel mondo degli uccelli. I fringuelli giovano, che sono già sufficientemente capaci di alimentarsi da soli, a volte, quando vedono i loro genitori, iniziano a chiedere di essere imbeccati”. J. Bowlby

    È il modo in cui il tuo bambino si assicura che è ancora il tuo piccolo.

    Potresti dirgli che sai quanto lui sia autonomo e come sappia mangiare bene da solo, ma comprendi che ha bisogno di questa coccola, perciò, lo imboccherai tu e la volta dopo farà solo.

    IN CONCLUSIONE

    Le “battaglie” a tavola rappresentano uno degli aspetti più comuni e faticosi della genitorialità.

     Ho aiutato tanti genitori a risolvere questo problema e mi piacerebbe aiutare anche te.

    Ricorda: il “braccio di ferro” durante i pasti è spesso un sintomo di una lotta più profonda tra l’adulto e il bambino, quindi se desideri più strategie per essere aiutata/o a risolvere le lotte di potere in casa vostra non devi fare altro che contattarmi scrivendo una mail a info@localhost o compilando il modulo qui sotto.

    Ti insegnerò a farti ascoltare dai tuoi figli senza urlare né ricattare o minacciare

  • Due Passi Avanti, Un Passo Indietro. Le Regressioni Dei Bambini Spiegate Da Una Pedagogista Montessoriana

    Due Passi Avanti, Un Passo Indietro. Le Regressioni Dei Bambini Spiegate Da Una Pedagogista Montessoriana

    “Il mio bambino ha ricominciato a farsi la pipì addosso. Usava benissimo il vasino e da un momento all’altro, non so cosa sia successo, non ne ha più voluto sapere!”.

    “Da qualche mese, nostra figlia di 9 anni, si comporta in modo inspiegabile. È sempre critica verso noi genitori, inquieta e oppositiva. Stiamo assistendo a un’enorme regressione nel suo comportamento che causa continue discussioni, di cui spesso ci rammarichiamo…”

    “Ultimamente mio figlio di 4 anni ha cominciato a parlare con un tono di voce e un linguaggio da bambino piccolo, sembra proprio che finga di non saper parlare…eppure non c’è stato nessun avvenimento particolare nella nostra famiglia che abbia potuto causare questa regressione…”.

    Forse anche a te, cara mamma, caro papà, così come a tanti genitori, le regressioni del tuo bambino stanno causando stress e disorientamento. Ti chiedi cosa possa essere successo e per quale misterioso motivo lo sviluppo di tuo figlio sembra avere subito improvvisamente una battuta d’arresto.

    “Si tratta di una fase temporanea o questo comportamento è una spia di qualcosa di più serio?”.

    Se questo è ciò che ti stai domandando, voglio dirti che è del tutto naturale che un genitore si preoccupi quando i propri figli sembrano retrocedere nel loro percorso di crescita.

    Da quando sono diventata mamma, è successo tante volte anche a me. So molto bene quanto i momenti di crisi di un figlio – nel mio caso una figlia – rappresentino un’esperienza altamente faticosa e frustrante per un genitore.

    Ma lo studio della pedagogia, in modo particolare di quella montessoriana, mi è stato di grande aiuto per conoscere le tappe fondamentali dello sviluppo di mia figlia e aiutarla nei momenti critici della sua crescita.

    Ho capito meglio il suo pensiero e il suo comportamento in determinati periodi.

    Ed è proprio questa conoscenza che voglio condividere con te, per aiutarti ad affrontare in modo efficace i momenti in cui ti sembra che tuo figlio, invece di progredire nel suo sviluppo, torni indietro.

    Le regressioni sono punti di svolta

    Devi sapere che la crescita non è un processo lineare, ma ricorsivo, che si svolge nella forma di due passi avanti, un passo indietro.

    E prima di un progresso c’è spesso una regressione.

    Mi spiego.

    I bambini alternano momenti in cui evolvono velocemente ad altri nei quali, spaventati all’idea di diventare grandi, esprimono il bisogno di “tornare indietro”. Ogni “balzo” in avanti nella crescita è spesso preceduto da un periodo di crisi – pianto, malumore, bisogno forte di dipendenza – una fase durante la quale i bambini richiedono, agli adulti che si prendono cura di loro, un’attenzione particolare, una maggiore “porzione” di coccole e rassicurazioni.

    Il loro corpo e il loro cervello si modificano velocemente e questi cambiamenti si riflettono inevitabilmente sul comportamento. Anche eventi temporanei, più o meno rilevanti, possono portare a una regressione:

    • il primo dentino
    • l’entrata al nido o alla scuola materna
    • un trasloco
    • un viaggio
    • l’arrivo di una sorellina
    • un raffreddore
    • una malattia
    • un lutto
    • la separazione dei genitori

    Ecco che ricominciano a succhiarsi il dito, parlano come fossero più piccoli, insistono per essere presi spesso in braccio, chiedono di essere imboccati anche se sanno mangiare da soli, vogliono tornare a dormire nel lettone…

    In questi periodi manifestano comportamenti regressivi perché sono disorientati dai grandi cambiamenti intorno a loro e nel proprio sviluppo. Cambiamenti grazie ai quali sono in grado di acquisire nuove abilità, ma da cui vengono colti alla sprovvista, ritrovandosi da un giorno all’altro in un mondo nuovo dove tutto è cambiato.

    Riflettici un momento.

    Immagina di svegliarti improvvisamente in un luogo sconosciuto dove tutto è diverso rispetto a ciò a cui sei abituata/o.

    Cosa fai?

    • Ti giri dall’altra parte e riprendi a dormire come niente fosse? Non credo.
    • Ti viene voglia di farti una bella mangiata? Anche di questo dubito…
    • Avresti bisogno di trovare un volto familiare a cui aggrapparti per sentirti consolato e rassicurata/o prima di partire alla scoperta di questo nuovo posto? Sicuramente!

    È proprio quello che prova tuo figlio!

    Perciò,

    quelle che comunemente vengono identificate come “regressioni” rappresentano in realtà dei punti di svolta nello sviluppo di ogni bambino. Si tratta di grandi passi in avanti nella crescita, ma allo stesso tempo di fasi in cui i bambini si disorganizzano, manifestando un enorme fatica ad autoregolarsi emotivamente e nel comportamento.

    Le regressioni non durano per sempre

    Queste disorganizzazioni agitano non solo i bambini, ma anche i loro genitori che di fronte ai comportamenti regressivi, per paura di sabotare il naturale percorso di crescita e che i bambini disimparino ciò che hanno imparato, evitano di assecondare le loro richieste di conforto e rassicurazione.

    “Il modo in cui proviamo a bandire queste manifestazioni spiacevoli è correggendo ancora di più, tentando con più forza che mai di costringere il carattere del bambino (…) a incanalarsi lungo le strade che noi riteniamo debba percorrere per il suo stesso bene. (…) Nell’ansia di aiutare lo sviluppo si rischia di cadere nell’estremo opposto.” Maria Montessori

    Ecco perché cara mamma, caro papà, è importante che tu sappia che le regressioni fanno parte della crescita e sono sempre momentanee. Perciò, non correrai il rischio di cancellare i progressi realizzati fino ad ora dal tuo bambino, se concederai spazio al suo bisogno di rassicurazione e conforto.

    Piuttosto è vero il contrario:

    se tuo figlio non si sentirà legittimato nell’esprimere la sua esigenza di tornare “temporaneamente” piccolo, con molta probabilità ci vorrà molto più tempo perché la regressione rientri; penserà che non lo capisci, che non lo vedi, si sentirà inadeguato e crederà di deluderti. Rimarrà bloccato.

    “L’aiuto più grande che noi adulti possiamo offrire è quello di renderci conto che i bambini sono liberi di svilupparsi a modo loro. D’altro canto, rischiamo di rendere il loro lavoro molto difficile. Se insistiamo nel dire: «Le mamme sanno cosa è meglio» e cerchiamo di formare l’intelletto e il carattere in crescita dei bambini secondo i nostri criteri, riusciremo solo a distruggerne l’autodisciplina; manderemo in frantumi la loro capacità di concentrazione se tenteremo di focalizzarne l’attenzione su argomenti a cui non sono ancora interessati, e se insistiamo con troppa durezza diventeranno bugiardi”. Maria Montessori

    Hai mai pensato che ciò che tu consideri un’involuzione, un peggioramento in realtà è solo una pausa che permette al tuo bambino di ricaricarsi per partire più sicuro e fiducioso?

    Cara mamma, caro papà, accorda a tuo figlio il tempo necessario per vivere le sue regressioni.

    Nella misura in cui sperimenterà la tua comprensione, durante questi fisiologici momenti di crescita, sarà in grado di voltare pagina e impadronirsi delle abilità di cui ha bisogno per progredire nel suo sviluppo.

    Non cedere al timore che questi periodi critici dureranno per sempre.

    Tua figlio non continuerà a fare la pipì a letto fino all’università. E non farà sempre fatica a dormire da solo o a fare i compiti o a gestire la sua collera.

    Molto spesso le fughe all’indietro di tuo figlio durano giusto il tempo che gli è concesso per ritornare “piccolo” e poi sarà proprio lui a desiderare di tornare grande.

    Sappi, però, che

    se da una parte è importante che tuo figlio percepisca che i suoi comportamenti regressivi sono compresi e riconosciuti è altrettanto indispensabile che tu ti accorga in tempo dei segnali, il più delle volte impercettibili, che dovrebbero farti capire che non è più necessario assecondare le sue richieste regressive.

    Se così non fosse, il rischio sarebbe quello di introdurre un’abitudine dannosa per la crescita del tuo bambino.

    Cosa fare di fronte alle regressioni dei bambini

    Per evitare di rinforzare eccessivamente i comportamenti regressivi è fondamentale mettere in gioco la tua sensibilità, la tua capacità di osservazione in modo da “tarare” i comportamenti più adatti a tuo figlio e guidarlo rispettando i suoi tempi, la sua individualità.

    “…se osserviamo con attenzione, impareremo qualcosa sui modi dell’infanzia. È una maniera nuova di guardare al problema della responsabilità che grava con pesantezza su molti genitori. Chi ha cercato di apprendere i modi dell’infanzia dai bambini (anziché dalle proprie idee di adulto) è rimasto davvero sorpreso dalle scoperte fatte”. Maria Montessori

    Nella visione montessoriana è l’adulto che deve farsi aiutare dal bambino per capire come rispondere ai suoi bisogni. L’osservazione lo sollecita a cambiare se stesso, esercitando un continuo controllo sulle proprie emozioni, sui propri stati d’animo, sui propri atteggiamenti.

    Un vero e proprio percorso autoriflessivo di trasformazione personale.

    Per questo è importante che tu abbia a disposizione esatte indicazioni di cosa non fare nei momenti di crisi del tuo bambino, per evitare di perdere tempo, energie, soldi e soprattutto di non avere a portata di mano gli strumenti giusti per migliorare la relazione con tuo figlio.

    Iscrivendoti alla mia Scuola Genitori o richiedendo una consulenza con me troverai un supporto pratico per sviluppare maggiore fiducia in te stesso come genitore ed essere preparato a rispondere in modo competente ed efficace ai reali bisogni di tuo figlio.

    Compila il modulo qui sotto ora

  • Lettino Montessori. Una Moda o La Risposta Ai Bisogni Di Tuo Figlio?

    Lettino Montessori. Una Moda o La Risposta Ai Bisogni Di Tuo Figlio?

    “La prima pulce nell’orecchio è arrivata un po’ prima della nascita di Caterina: due cugini ci avevano parlato del «lettino montessoriano» che avevano costruito per la loro bimba, e all’epoca siamo rimasti molto incuriositi da questo approccio «a misura di bambino».

    Da qui ci si è aperto un mondo, Caterina è nata, e noi ci siamo sperimentati genitori per la prima volta con tanti spunti “montessoriani” presi qua e là. 

    Ben presto però ci siamo resi conto di avere bisogno di una formazione di base che non fosse la semplice lettura di post su un blog e neanche di libri e saggistica.

    Eravamo un po’ perplessi dalla crescente attenzione commerciale rivolta ai cosiddetti “giocattoli montessoriani” (che ci sembravano solo costosi e in un certo senso “elitari”), ma ci rimaneva la voglia di capirne di più, e quando Caterina aveva un anno e mezzo abbiamo scoperto l’esistenza della Scuola Genitori secondo l’approccio montessoriano di Daniela”.

    Come è accaduto a Silvia e Fabio, sono tanti i genitori che, sull’onda di un travolgente marketing di moda promosso da “esperti” montessoriani improvvisati, vengono incessantemente incoraggiati ad acquistare corsi, consulenze, libri, manuali, oggetti e giocattoli che sembra abbiano il “potere” di rendere i bambini particolarmente intelligenti e gli adulti dei veri “genitori Montessori”.

    Riuscire a informarsi correttamente tra le miriadi di proposte di ogni genere, su come educare i figli con il Metodo Montessori, è diventata un’impresa al limite dell’impossibile e purtroppo il rischio di non comprendere il vero messaggio montessoriano, perdendo di vista i bambini, è molto alto.

    Ecco perché ho deciso di scrivere questo nuovo articolo nel quale ti spiego

    come applicare l’approccio montessoriano nella scelta del letto per il tuo bambino,

    senza farti confondere da chi ha individuato nel nome Montessori solo un modo interessante per far business,

    ma aiutandoti a diventare consapevole di quanto questo “metodo” risponde ai bisogni più profondi dell’anima infantile.

    E può renderti un genitore migliore.

    UN LETTINO A MISURA DI BAMBINO

    Intorno ai 5/6 mesi (per alcuni potrebbe essere prima e per altri dopo), quando il movimento è abbastanza sviluppato da consentire al bambino di spostarsi, è opportuno scegliere un lettino che favorisca la sua massima libertà per esplorare lo spazio e che gli permetta di salire e scendere a suo piacimento, senza l’aiuto dell’adulto e soprattutto senza il rischio di cadere e farsi male.

    Proprio per questo è importante che il letto sia basso, senza sbarre, né sponde.

    Un bambino, anche così piccolo, ha bisogno di uno spazio rassicurante e di poter essere favorito, progressivamente, nella sua indipendenza. Non gli serve una prigione!

    Ecco come descrive Maria Montessori il lettino con le sbarre:

    ” …è una gabbia alta di ferro, dove i parenti li fanno scendere su un giaciglio forzato, posta in alto perché l’adulto possa maneggiare il bambino senza avere il disturbo di chinarsi e perché possa abbandonarvi questa creatura che piangerà, sì, ma non si farà male.

    Per cui noi consigliamo, e già molte famiglie lo attuano, l’abolizione del classico letto del bambino e la sua sostituzione con un giaciglio molto basso, quasi rasente al suolo dove il bambino possa stendersi e alzarsi a suo piacere”.

    Il lettino con le sponde tranquillizza l’adulto, ma per il bambino è come essere in gabbia.

    LETTINO MONTESSORI

    UNA RISPOSTA AL BISOGNO DI INDIPENDENZA DI TUO FIGLIO

    La muta richiesta che il bambino fa all’adulto nei primi anni della sua vita è “Aiutami a fare da solo!”.

    Il tuo compito, perciò, è favorire, in ogni modo possibile, l’autonomia di tuo figlio.

    Fin dalla nascita.

    Altrimenti “il bambino che non ha mai imparato a fare da solo, a guidare le proprie azioni, a dirigere la propria volontà, si riconosce poi nell’individuo adulto che si fa guidare e che ha bisogno dell’appoggio degli altri”. Maria Montessori

    Cara mamma, caro papà, tuo figlio ha bisogno di un ambiente che risponda ai suoi veri bisogni, semplice e che non sia di ostacolo alla sua crescita. “Il letto piccolo e basso, quasi rasente a terra è economico come tutte le riforme che aiutano la vita psichica del bambino: perché esso ha bisogno di cose semplici e le poche cose che esistono per lui sono invece sovente complicate quasi a ostacolare la sua vita”. Maria Montessori

    Come continuo a scrivere e a condividere con i genitori che incontro quotidianamente, non basta amare i nostri figli.

    All’amore dobbiamo unire il discernimento, la saggezza, la conoscenza di come funzionano e la consapevolezza che oltre alle nostre esigenze dobbiamo guardare alle loro necessità, senza sacrificarle.

    Sono questi i motivi per cui il lettino montessoriano è basso e privo di sbarre.

    Il bambino ha bisogno di cose che favoriscono la crescita e che non ostacolano o complicano la sua vita.
    Quando sarà pronto per passare dalla culla al lettino avrà, quindi, bisogno della semplicità di un materasso da pavimento!

    Certo, ogni bambino ha bisogni specifici e non esiste un unico modo per rispondervi.

    In alcune situazioni mamma e papà preferiranno praticare il co-sleeping.

    Altri opteranno per culle o lettini che si agganciano al lettone.

    L’importante è che, né il bambino né i genitori, si sentano mortificati nei loro veri bisogni.

    Applicare Montessori in famiglia significa innanzitutto occuparsi della vita interiore dei bambini, prima ancora di arredare la casa in stile montessoriano.

    Purtroppo, ciò che spesso viene propinato e offerto, soprattutto per quel che riguarda l’applicazione dei principi montessoriani in famiglia, ha a che fare il più delle volte con tante indicazioni su come organizzare una casa “a misura di bambino”, lasciando credere ai genitori che basti allestire diversamente l’ambiente di casa e proporre attività “montessoriane”, perché i propri figli diventino bambini “modello”.

    Sai, quello che è conosciuto comunemente come il “Metodo Montessori”, in realtà è ben altro!

    Oggi c’è un sapere molto diffuso su Montessori, ma poco consapevole di ciò che questo approccio straordinario promuove.

    Cara mamma, caro papà, sappi che a nulla serve concentrarti in maniera compulsiva su come arredare gli spazi di casa tua e su quali oggetti proporre, se Montessori non influenza prima il tuo modo di stare con tuo figlio, di osservarlo, di conoscere in profondità il suo mondo interiore, la sua anima, le sue impellenti necessità psichiche, i suoi desideri.

    L’invito di Maria Montessori è di seguire il bambino, concentrando la nostra attenzione su ciò che sa fare, affidandoci alla sua intelligenza, alla sua motivazione spontanea.

    Senza nessuna forzatura sui suoi tempi, ma accogliendo favorevolmente e al momento opportuno il suo desiderio di essere più indipendente.

    È solo osservando tuo figlio che puoi fare le giuste proposte.

    Non acquistando un lettino Montessori perché questo “Metodo” fa tendenza, è trendy!

    Hai mai notato, per esempio, quanti movimenti compie durante il sonno?

    Ti sarà forse capitato di trovarlo con la testa ai piedi del letto o completamente scoperto, o di traverso. Ecco, in questi casi è chiaramente evidente che un letto con le sbarre ostacola i movimenti e la ricerca di una posizione comoda. Mentre, un letto basso e comodo, posizionato anche nella stessa camera dei genitori, permette al bambino di uscirne senza nessun pericolo e di andare a cercare mamma e papà, senza lasciarsi andare a pianti inconsolabili. “Un lettino comodo, che il bambino senta davvero come suo favorisce, più di quanto non si creda, la facilità ad addormentarsi e l’abbandono fiducioso al sonno ristoratore”. Grazia Honegger Fresco

    LETTINO MONTESSORI.

    QUALCHE ASPETTO PRATICO DA TENERE IN CONSIDERAZIONE

    CHE MISURE DEVE AVERE UN LETTO A MISURA DI BAMBINO

    Il vantaggio del lettino basso senza sponde, ne sbarre è che può essere progettato per adeguarsi alla crescita del tuo bambino. Perciò, le misure possono variare da 1,20 x 0,80, a 1,30 x 0,90, fino a 1,30 per 1,50. Si può acquistare o addirittura decidere di costruire un lettino fai da te (in rete esistono tanti modelli e tanti spunti per costruirselo in autonomia).  L’altezza da terra deve essere di circa 15/20 cm per dare al bambino la possibilità di salire e scendere da solo senza rischiare di farsi male. La struttura, inoltre, non è obbligatoria. Al suo posto basta collocare un materasso a pavimento.

    COSA DEVI FARE SE HAI PAURA CHE TUO FIGLIO ROTOLI GIU’

    Se ti rendi conto che un letto basso risponderebbe meglio al bisogno di movimento di tuo figlio, ma stai esitando a proporglielo perché ti terrorizza il pensiero che possa cadere dal letto e farsi male, ti suggerisco di usare degli asciugamani arrotolati lungo i bordi del letto, in modo che non si senta perso nel vuoto e si abitui gradualmente a un letto così spazioso. Inoltre, basta collocare un grande tappeto morbido sotto il letto ed eventualmente aggiungervi dei cuscini intorno, in modo da evitare che si faccia male in caso di caduta.

    COME AIUTARE IL TUO BAMBINO A FAMILIARIZZARE CON IL NUOVO LETTINO

    Tempo e gradualità sono le parole d’ordine che dovrebbero caratterizzare ogni cambiamento a cui sottoponi il tuo bambino.

    Inizialmente, potrebbe essere utilizzato solo per il sonnellino pomeridiano o per ritrovarsi in occasione della lettura di un bel libricino. Ti accorgerai che pian piano tuo figlio ricercherà il lettino per andarci a dormire. A questo punto, appena ti accorgerai che comincia ad aver sonno potrai sederti accanto a lui, coccolandolo, parlandogli e sorridendogli, cantandogli una ninna nanna, aiutandolo con piccoli rituali – la porta della stanza lasciata aperta, una luce soffusa per evitare il buio completo, oggetti a lui cari messi vicino – e allontanandoti progressivamente.

    Nel tempo, avrai consolidato un sistema di addormentamento che permetterà al tuo bambino di considerare il suo lettino un punto di riferimento per il riposo e decidere di sua iniziativa di andare a dormire.

    Che tu ci creda o no, il letto basso consentirà a tuo figlio di gestirsi e autoregolarsi con il sonno, rimanendo in sintonia con i propri ritmi di sonno-veglia e costruendo una grande fiducia in se stesso. Inoltre, con il tempo il tuo bambino diventerà sempre più autonomo nell’andare a letto quando sentirà di aver sonno, nell’alzarsi da solo per raggiungerti o per andare a giocare senza chiedere aiuto.

    PENSIERI FINALI

    Cara mamma, caro papà, organizzare una casa a misura di bambino significa innanzitutto garantire a tuo figlio un ambiente adatto, in grado di influire sulla sua mente, nello stesso modo in cui una dieta equilibrata ha effetti positivi sulla salute.

    Sappi che il “Metodo” Montessori può offrirti un modello straordinario e vincente di relazione con il tuo bambino, a patto che tu sia disposta/o a trasformare il tuo atteggiamento interiore, ad affinare la tua capacità osservativa, a seguire con pazienza i tempi rarefatti di tuo figlio e così tanto diversi dai tuoi, a riconoscere nel tuo bambino, in tutto ciò che fa, una sua competenza innata, anche se a volte poco comprensibile.

    Ancora prima di preoccuparti dell’ambiente materiale.

    Forse, anche tu, come tanti genitori che si rivolgono a me, hai provato ad applicare con estrema precisione il Metodo Montessori in casa tua, ma non hai ottenuto i risultati sperati.

    Proprio per questo, per evitare che accada ancora, ho messo a punto un corso diverso da ogni cosa altro corso rivolto ai genitori, in quanto contiene un vero e proprio sistema di miglioramento genitoriale, studiato, modellato e testato da me nel lavoro costante con le famiglie.

    Se davvero vuoi appropriarti dell’essenza dell’educazione montessoriana e lasciarti stupire dai risultati che potrai raggiungere nella relazione con i tuoi figli, allora contattami per saperne di più sui prossimi corsi in partenza a breve.

  • Mio Figlio Non Accetta di Sbagliare. In che modo l’Approccio Montessori può Aiutare i Bambini a Tollerare l’Errore e a Crescere Sicuri di Sè

    Mio Figlio Non Accetta di Sbagliare. In che modo l’Approccio Montessori può Aiutare i Bambini a Tollerare l’Errore e a Crescere Sicuri di Sè

    “Simone ha 7 anni e mezzo ed è sempre stato un perfezionista” mi racconta la sua mamma in consulenza. “Se un gioco non va come vuole lui o non riesce a fare qualsiasi altra cosa come si aspetterebbe, oppure gli capita di sbagliare, comincia a disperarsi, urla, lancia oggetti e si lascia andare a un pianto ininterrotto. Avrei bisogno di qualche strategia che mi aiuti ad affrontare questa situazione ricorrente…”

    Quella che hai appena letto è la richiesta di aiuto che mi ha rivolto qualche giorno fa una mamma, durante una consulenza.
    Non è un caso isolato.
    Ogni settimana parlo con genitori che si ritrovano davanti a bambini che si arrabbiano per ogni minimo errore, che vogliono “vincere” a tutti i costi altrimenti esplodono in crisi di pianto e sconforto incontenibili, che mollano appena qualcosa non va come vorrebbero, che trasformano ogni “sconfitta” in un dramma epocale.

    E allora la domanda che si fanno è sempre quella:


    “Come possiamo aiutare i nostri figli a non andare in crisi ogni volta che sbagliano?”

    Come possiamo contenere quella rabbia, quel pianto, quell’ansia che cresce ogni volta che qualcosa non va come loro vorrebbero?“.

    D’altronde l’errore è inevitabile.

    Fa parte dell’apprendimento. Fa parte della vita. Ma a un certo punto, per alcuni bambini, diventa intollerabile

    Credimi, non è un capriccio.

    È piuttosto il risultato di un contesto educativo e culturale che ha perso confidenza con l’errore. Viviamo in una società che esalta la performance, la velocità, il risultato e che ci ha convinto che valere significhi riuscire. Che l’amore si guadagni con la perfezione. Che sbagliare voglia dire essere sbagliati.

    L’errore non è previsto. È escluso dal copione.

    E i bambini, anche se nessuno glielo dice apertamente, lo apprendono da ogni sguardo, ogni sospiro, ogni silenzio carico di aspettativa. Così iniziano a interpretare ogni inciampo non come un passaggio fisiologico, ma come un segnale di inadeguatezza. Non come parte del viaggio, ma come fosse un pericoloso. Non come una possibilità di crescita, ma come una minaccia alla loro identità.

    Il problema, però, non sono i bambini, quanto piuttosto il significato che diamo noi adulti all’errore. È lì che si gioca tutto: nel modo in cui

    • reagiamo
    • rispondiamo
    • etichettiamo ogni loro tentativo che non va “a buon fine”.

    Perciò, finché continueremo a considerare ogni sbaglio come un fallimento da evitare piuttosto che un’opportunità da abbracciare, cresceremo figli ansiosi, bloccati, perfezionisti che vivono la scuola, i giochi, le relazioni come palcoscenici dove dimostrare di essere “abbastanza”.

    Eppure, esiste un altro modo di guardare all’errore. Un modo più umano. Più profondo.

    Maria Montessori lo aveva capito benissimo: 

    “E’ necessario ammettere che tutti possiamo sbagliare; è una realtà della vita, cosicchè l’ammetterlo è un gran passo verso il progresso. (…) meglio sarà avere verso l’errore un atteggiamento amichevole e considerarlo come un compagno che vive con noi ed ha un suo scopo, perché veramente ne ha uno”.

    L’errore non è un ostacolo. È un indicatore. Ci mostra dove siamo e dove possiamo arrivare. Proprio per questo, come suggerisce Maria Montessori, sarà opportuno che l’errore diventi un amico. L’unico modo per trarne vantaggio.

    La vera sfida, quindi, non è impedirlo.
    Ma creare le condizioni interiori ed educative perché i nostri figli non si identifichino con esso. Perché possano continuare a provarci, anche se sbagliano.

    Senza sentirsi inadeguati. Senza pensare di dover essere perfetti.

    Nel resto dell’articolo ti accompagno a scoprire:

    • cosa succede nel cervello di tuo figlio (o tua figlia) quando sbaglia (e perché esplode o si blocca)
    • come puoi intervenire senza giudizio ma con presenza
    • e quali strategie quotidiane trasformano il fallimento in fiducia.

    Pronta/o a cambiare il modo in cui tuo figlio vive gli errori?
    Andiamo in profondità. E cominciamo da ciò che nessuno ti ha mai detto davvero.

    INVECE DI INTERVENIRE PROVA A…

    Quando tuo figlio scoppia in lacrime o si arrabbia perché qualcosa non gli è riuscito… anche se ti sembra che stia “facendo un dramma per niente”, trattieniti dal correre a calmarlo.

    A meno che non rischi di farsi male (o di far male a qualcuno), intervenire in quel momento serve solo a peggiorare la situazione. Perché quando è travolto dalla rabbia, tuo figlio non ascolta. Non ragiona. È come se dentro di lui si fosse esplosa una tempesta e tu non puoi domarla con le parole.

    In quel momento non ha bisogno che tu gli dica “Calmati!” o “Non è successo niente!”.
    Ha bisogno di sentire che lo capisci.
    Che va bene anche se ha sbagliato.
    Che il suo valore non dipende da quel foglio stropicciato o da quel castello di Lego crollato.

    Solo dopo, quando la rabbia si trasformerà in dispiacere, potrai avvicinarti davvero. Un abbraccio, una carezza, un tono calmo: spesso bastano più di mille discorsi.
    È da lì che riparte la connessione.

    Successivamente, a seconda della situazione che ha scatenato la sua rabbia potrai fare qualcosa in più. Passata la tempesta emotiva sarà sicuramente più ricettivo e maggiormente disponibile a parlare e ad ascoltare ciò che vorrai dirgli. 

    Per esempio, se si è arrabbiato perché il disegno non gli veniva come voleva, puoi proporgli di colorare un mandala con te. Aiuta a calmarsi e a liberare la mente.
    Oppure, come mi raccontava una mamma in uno dei miei gruppi durante un percorso di Scuola Genitori, potete trasformare “il disegno sbagliato” in qualcosa di nuovo e divertente, aggiungendo colori, linee, fantasia.
    Così l’errore smette di essere una macchia… e diventa materia per creare.

    Altre volte, però, la cosa migliore da fare è proprio non fare niente.
    Lascia che finisca ciò che ha iniziato, anche se ci mette tanto, anche se lo vedi sbagliare.
    Resisti alla tentazione di correggere o di sostituirti a lui.

    Se la tua bambina ti sembra tentennante mentre prova la sua nuova bicicletta senza rotelle, lascia che faccia i suoi “maldestri” tentativi (in fondo chi nasce sapendo già fare tutto?), permettile di “correggersi” da sola, di perdere l’equilibrio e di ritrovarlo. Rimani accanto a lei per sostenerla nel caso avesse un reale bisogno di aiuto. Sappi che il tuo intervento potrebbe essere vissuto come una mancanza di fiducia nelle sue possibilità, se non addirittura come un’offesa.

    Lo so, non è semplice.
    Guardare senza intervenire è una delle prove più difficili per un genitore.
    Ma è lì, in quei momenti in cui lo lasci tentare e ritentare, che tuo figlio costruisce la sua vera forza.
    Come diceva Maria Montessori: “Correzione e perfezionamento vengono soltanto quando il bambino può esercitarsi a volontà per lungo tempo”.

    EVITA SIA LE CRITICHE CHE GLI ELOGI

    Tuo figlio ha bisogno di imparare a sbagliare senza sentirsi “sbagliato”. A tollerare la frustrazione di non riuscire, senza che il suo valore venga messo in discussione.

    Quando gli dici “Guarda, è semplice… com’è possibile che non riesci?” o “Lascia stare che lo faccio io!”, non lo stai aiutando a migliorare: stai minando la sua fiducia, in te e in se stesso. Come scriveva Maria Montessori:

    “Dire: «Sei stupido», è umiliante: è insulto e offesa, ma non correzione, perché il bambino per correggersi deve migliorare, e come può migliorare se (…) viene umiliato?”.

    Molti di noi sono cresciuti con l’idea che “far notare gli errori” serva a stimolare il miglioramento. Ma la verità è che un bambino criticato di continuo smette di provare. Smette di divertirsi nel fare. E finisce per credere che non è mai abbastanza.

    Crescendo si adeguerà all’immagine negativa che gli adulti hanno di lui e si porterà dentro frasi come:
    “Non sono capace!”
    “Non sono abbastanza intelligente!”
    “Non ce la farò mai!”

    Spesso, la causa di un atteggiamento che tende a sottovalutarsi, presente in tanti bambini e ragazzi, nasce proprio da lì: da un modo di educare pieno di buone intenzioni, ma che lascia addosso la paura costante di sbagliare.

    Come diceva Grazia Honegger Fresco, allieva di Montessori:

    “La questione di fondo è se si ha o no fiducia nelle forze originarie e autoformative di ciascun bambino, se ci preme che nulla distrugga in lui il piacere di fare, se vogliamo sostenere dall’esterno questa formidabile «autoscuola»: io so correggermi da solo”. 

    E qui arriva il colpo di scena: anche gli elogi, sì, proprio loro, possono fare danni.

    Perché se le critiche bloccano, gli elogi creano dipendenza. Montessori li chiamava “strumenti di schiavitù”.
    Gli studi più recenti in psicologia lo dicono chiaramente: lodare un bambino con frasi come “Sei intelligente!” o “Sei bravissimo!” non lo rafforza, lo intrappola. Perché in quel momento, senza che tu te ne accorga, gli stai insegnando una cosa sottile ma potentissima: che il suo valore dipende dal risultato, non da quanto si impegna.

    Il punto è questo: i bambini devono imparare a trovare soddisfazione nel fare, non nel piacere di essere applauditi. Non serve dire loro che sono speciali, serve farli sentire capaci, competenti.

    Non lodare il talento di tuo figlio: aiutalo piuttosto a scoprire la soddisfazione che nasce dall’impegno. Perciò, invece di dire: “Come sei bravo!” prova con:“Hai fatto proprio un buon lavoro, devi essere proprio fiero di te.”

    Sembra una sfumatura, ma cambia tutto. Perché un bambino che si sente gratificato dai suoi stessi sforzi costruisce una sicurezza che non crolla davanti al primo errore.

    “Ma come è possibile!”, penserai! “I bambini amano essere lodati, sentirsi dire che sono intelligenti, bravi!”.

    Si, è vero. A loro piace ricevere complimenti, li fa sentire elettrizzati. Ma si tratta di un effetto temporaneo, perché alla minima difficoltà la fiducia in sé e la motivazione svaniscono.

    In fondo se essere intelligenti significa avere successo, sbagliare vorrà dire essere incapaci.

    CONDIVIDI CON TUO FIGLIO LE STORIE DI QUANTI CE L’HANNO FATTA

    Ai bambini serve sapere che chi riesce non è chi non sbaglia mai, ma chi ha avuto il coraggio di continuare. Raccontagli le storie di chi ha trasformato le cadute in trampolini:

    • di Marie Curie che ha provato e riprovato centinaia di volte prima che un esperimento funzionasse davvero
    • di Michael Jordan escluso dalla squadra del liceo perché non era abbastanza alto rispetto ai suoi compagni
    • di Serena e Venus Williams che si sono alzate all’alba per anni per allenarsi
    • di Maria Montessori che ha dovuto affrontare i pregiudizi e l’isolamento a causa delle sue idee innovativa sull’educazione dei bambini
    • o di J. K. Rowling, rifiutata da dodici case editrici prima che Harry Potter vedesse la luce.

    Non servono discorsi lunghi. A volte basta dire: “Vedi? Anche loro hanno sbagliato cento volte. Ma non si sono fermati.”

    E poi portalo dentro la tua storia.
    Raccontagli le volte in cui ti sembrava di non farcela, ma hai trovato la forza di andare avanti e ogni errore ti ha insegnato qualcosa, ti ha resa/o più forte, più vera/o, più te.

    E ricordagli da dove viene la sua forza. Parlagli delle cose che non riusciva a fare e che oggi gli riescono con naturalezza:“Sai quante volte sei caduto e ti sei rialzato prima di imparare a camminare? Provando e riprovando alla fine ce l’hai fatta e adesso, addirittura, quando corri non ti prende più nessuno!”

    FAI IN MODO CHE L’ERRORE SIA SEMPRE IL BENVENUTO

    Nell’educazione montessoriana, l’errore non è un nemico. È un ospite di casa. Sempre il benvenuto. Maria Montessori lo diceva con una chiarezza disarmante:

    “Da qualunque parte si guardi, troviamo sempre il Signor Errore!”

    Sembra una battuta, ma è una lezione di vita: l’errore esiste perché esiste la vita.
    È la bussola che ci indica sempre qualcosa: cosa funziona e cosa no, cosa non fare, cosa migliorare. Perciò, non è importante correggere gli sbagli, ma aiutare tuo figlio a riconoscerli e a rimediare da solo. Perchè è proprio in quel momento che impara davvero, quando capisce con le proprie forze dove non è riuscito e come può migliorare.

    In quanto genitori, il nostro compito è creare le condizioni perché i nostri figli possano fare pace con l’errore per considerarlo non come un fallimento, ma come un vero amico, un’opportunità per correggere e migliorare le proprie prestazioni.

    Sappi che ogni “Ti aiuto io, lascia stare!”, ogni “Faccio io al posto tuo!” priva tuo figlio della possibilità di scoprire quanto vale davvero. E anche se lo dici con amore, quel gesto finisce per indebolire la sua fiducia.

    Pensaci: se ogni volta che prova ad allacciarsi le scarpe lo interrompi con un “Ma quanto sei lento!” o un“Adesso sei piccolo, te le allaccio io, quando sarai più grande potrai fare da solo!”, non sorprenderti se a 9 anni non vorrà nemmeno provarci. Perché gli hai insegnato, senza volerlo, che è meglio non tentare che sbagliare davanti a te.

    L’errore, invece, è la palestra della fiducia. Solo quando un bambino può sbagliare, correggersi e riprovare, scopre di poter contare su se stesso. È da lì che nasce la vera autonomia.

    Montessori lo spiegava con parole che suonano ancora attuali:

    “Quanto è più importante invece capire gli sbagli che si fanno e sapersi controllare. Una delle più grandi conquiste della libertà psichica, è il rendersi conto che noi possiamo fare un errore e possiamo riconoscere e controllare l’errore senza aiuto. Se vi è cosa che rende il carattere indeciso, è il non saper controllare qualcosa senza dover ricorrere all’aiuto di altri. Nasce un senso di inferiorità scoraggiante e una mancanza di confidenza in noi stessi. Il controllo dell’errore diventa una guida che dice se siamo sulla giusta via”.

    La vera fiducia in se stessi nasce dal praticare il coraggio di provare, sbagliare e accettare se stessi sia quando le cose ci riescono, sia nel momento in cui sperimentiamo la sconfitta.

    Se non permettiamo ai nostri figli di fare da soli (di versare l’acqua nel bicchiere, infilarsi i calzini, affrontare un’interrogazione o gestire un piccolo fallimento con un amico), li priviamo della possibilità di conoscersi davvero. E col tempo, quella mancanza si trasforma in due rischi: rinunciare prima ancora di provarci oppure vivere con l’ansia di non dover sbagliare mai.

    Per Montessori, solo il continuo esercizio permette al bambino di “diventare sicuro di se stesso. Ciò non significa perfezione, ma conoscenza delle proprie possibilità, e quindi divenire capaci di fare qualcosa. Egli (il bambino) potrebbe dire: «Non sono perfetto, non sono onnipotente, ma so fare questa cosa e conosco la mia forza, e so pure che posso sbagliare e correggermi…» (…) il bambino deve rendersi conto da sé di quello che fa, e occorre dargli insieme con la possibilità di svilupparsi quella di controllare i propri errori”.

    Non impeccabile, ma consapevole.
    Non infallibile, ma capace di guardarsi e dire: “Non sono perfetto, ma so fare questa cosa. E se sbaglio, so anche come rimediare.”

    Ecco dove comincia la vera libertà: non quando tutto riesce al primo colpo, ma quando un bambino scopre di poter cadere e rialzarsi da solo.

    Per Montessori è solo il continuo esercizio che gli permetterà di “diventare sicuro di se stesso. Ciò non significa perfezione, ma conoscenza delle proprie possibilità, e quindi divenire capaci di fare qualcosa. Egli (il bambino) potrebbe dire: «Non sono perfetto, non sono onnipotente, ma so fare questa cosa e conosco la mia forza, e so pure che posso sbagliare e correggermi…» (…) il bambino deve rendersi conto da sé di quello che fa, e occorre dargli insieme con la possibilità di svilupparsi quella di controllare i propri errori”.

    OSSERVA COME TI PONI TU DI FRONTE AGLI ERRORI

    La paura di sbagliare che vedi in tuo figlio, quella sua smania di voler fare tutto bene, quella delusione che lo travolge quando qualcosa non gli riesce, raramente sono situazioni che nascono dal nulla.

    Insomma, non piovono dal cielo!

    “Sono invece spesso preparate nella quotidianità del giorno dopo giorno nell’ambiente in cui un bambino cresce: c’è chi ne risente di meno, c’è chi ne risente tanto da condizionarne tutta la vita. Si tratta frequentemente di situazioni e ambienti familiari in cui anche noi adulti facciamo spesso fatica a riconoscere l’utilità dell’errore e quindi a tollerarlo, dimenticando che invece si tratta del prerequisito fondamentale per imparare”. Alba Marcoli

    Prima di preoccuparti di insegnare a tuo figlio che “sbagliare è normale”, chiediti:

    • Come reagisco quando sbaglio?
    • Mi arrabbio con me stessa/o? 
    • Mi giudico? 
    • O riesco a sorridere e a riprovare?

    Ricorda che i bambini imparano molto più da come ci vedono vivere, che da quello che ci sentono dire.

    Ogni singolo giorno, con i tuoi comportamenti insegni a tuo figlio se gli errori sono opportunità per crescere o trappole da evitare a tutti i costi. Perciò, prova a dare l’esempio. Prova, ogni tanto, a tollerare i tuoi piccoli errori. A non giudicarti troppo in fretta. A mostrarti umana/o.

    È da lì che tuo figlio imparerà che si può sbagliare senza sentirsi meno capace.

    Le imperfezioni fanno parte dell’essere genitori.
    E non devi averne paura: tuo figlio crescerà bene anche vedendo le tue mancanze. Anzi, spesso è proprio lì che nasce il legame più profondo.

    Maria Montessori lo aveva intuito con una sensibilità straordinaria:

    “Gli errori commessi dagli adulti hanno un che di interessante, e i bimbi simpatizzano con essi. Diventa per loro un aspetto della natura, ed il fatto che tutti possiamo sbagliare provoca nel loro cuore un grande affetto; è una nuova ragione di unione fra madre e bambino”. 

    PENSIERI FINALI

    A questo punto forse ti starai chiedendo:
    “Ok, ho capito cosa dovrei fare… ma come si fa davvero a restare calmi, pazienti, presenti, quando tuo figlio esplode per un errore?”

    Perché la verità è che tra il sapere e il riuscirci c’è un abisso. Ed è proprio in quell’abisso, tra teoria e realtà, che si perdono la maggior parte dei genitori. Non perché non ci provino. Ma perché nessuno gli ha mai mostrato come farlo nella pratica, passo dopo passo, dentro le situazioni vere: quando i figli piangono per un compito, si bloccano per la paura di sbagliare, o urlano “Non sono capace!”.

    È lì che serve una guida. Qualcuno che ti aiuti a leggere quei momenti, a capire cosa c’è davvero sotto e come intervenire in modo efficace, senza peggiorare la tensione o farti sentire impotente.

    È il lavoro che faccio ogni giorno con genitori come te.
    Persone che amano i loro figli più di ogni altra cosa, ma che si trovano intrappolati in dinamiche che non riescono più a gestire.
    E ogni volta, la svolta arriva quando capiscono che non devono “fare di più”, ma fare diversamente, con consapevolezza, strumenti e supporto.

    Per questo ti invito a prenotare una videocall gratuita di 30 minuti con me.
    Non è una consulenza standard né una chiacchierata leggera.
    È un incontro mirato, in cui ti ascolto, analizzo la tua situazione e ti spiego cosa sta realmente accadendo e quale primo passo concreto può cambiare la dinamica con tuo figlio.

    Ti avverto: più lasci passare il tempo, più questa paura di sbagliare si radica, in lui, ma anche in te. E a un certo punto non si tratterà più solo di giochi o compiti, ma di fiducia in se stessi, autostima e libertà interiore.

    Prenota ora la tua chiamata compilando il form qui sotto.
    Trenta minuti per capire cosa succede, e per iniziare a cambiare ciò che, da sola/o, non si riesce a cambiare.

    Io ti accompagno. Ma il passo decisivo è tuo.

  • Le 5 Caratteristiche Indispensabili per essere un Genitore di Pace

    Le 5 Caratteristiche Indispensabili per essere un Genitore di Pace

    In questo articolo voglio condividere con te 5 condizioni che considero indispensabili per essere un genitore di pace.

    CONOSCERE I BISOGNI DEI PROPRI FIGLI IN CIASCUNA FASE DELLA LORO CRESCITA

    A partire dalla nascita i bambini attraversano diverse fasi di sviluppo, o “periodi sensitivi” come li definisce Maria Montessori. Per ciascuna di queste fasi manifestano bisogni specifici che è importante conoscere per poter dare loro “quell’aiuto che gli è necessario”. Maria Montessori

    Come genitori abbiamo urgenza di conoscere profondamente le leggi che regolano la crescita dei nostri figli, per rispondere adeguatamente alle loro necessità. Per esempio, è di fondamentale importanza garantirgli la possibilità di fare determinate esperienze nel loro tempo, altrimenti l’interesse svanisce, ma soprattutto passa il valore formativo di queste stesse esperienze.

    Mi spiego.

    Non ha senso spingere i nostri bambini verso traguardi per i quali non sono ancora pronti, né tantomeno sostituirci al loro voler fare – come quando gli diciamo: “Ma sei ancora troppo piccolo, faccio io” – perché in questo modo rallentiamo un ritmo di crescita guidato da leggi naturali.

    Devi sapere che nello stesso modo in cui, in precisi momenti della vita, avvengono delle maturazioni nell’organismo (come per esempio la comparsa dei denti), così esistono dei periodi durante i quali, soltanto, è possibile realizzare degli apprendimenti importanti per la costruzione della personalità umana.

    Lo sviluppo non va forzato, non va anticipato, ma va osservato e sostenuto con amore e comprensione.

    È in questo modo che possiamo offrire nel corso del tempo risposte appropriate e adeguate ai bisogni di crescita dei nostri bambini.

    Solo se conosciamo nel modo giusto i nostri figli possiamo amarli in modo giusto.

    Essere un genitore di pace significa, pertanto, rispettarli, non imponendo i nostri ritmi ma cercando di assecondare i loro, anche se questo comporta dover aspettare tempi molto lunghi. Come quando, ancora piccoli, provano ad allacciare da soli la cerniera della giacca.

    “Il fatto più pericoloso per lo sviluppo infantile è questo: tendere a sostituire le proprie energie a quelle del bambino oppure obbligare il bambino ad agire secondo la volontà dell’adulto”. Maria Montessori

    AVERE FIDUCIA NELLA SPINTA A CRESCERE DEI BAMBINI

    Caro genitore, se ti senti stressato perché continui a preoccuparti che i tuoi figli studino, crescano onesti, sinceri, felici, non litighino …sappi che non sei il loro proprietario!

    Non devi modellarli perché siano perfetti, perciò, abbandonare pure il tuo potere e riponi la tua fiducia nella loro spinta a crescere.

    “La pace si costruisce allevando il bambino in un clima di rispetto, riconoscendo che la molla dello sviluppo è interna a lui, come a ogni organismo vivente. Ha dentro di sé potenzialità misteriose: chi diventerà? Illuminerà di  sé il mondo, come è dato a pochi esseri umani o sarà una persona semplice, contenta della propria vita, dei suoi legami affettivi? Chissà. Questo è il mistero del bambino, il segreto del suo sviluppo. Non possiamo agire al fine di ottenere…il prodotto perfetto, eccezionale. Il segreto è inesplorabile. Possiamo solo mettere le nostre energie al servizio di questo segreto, perché il bambino nascosto a poco a poco emerga e non anneghi nella paura, nel conformismo, nella passività le sue parti migliori”. Grazia Honegger Fresco

    PRATICARE L’AMOREVOLE FERMEZZA

    “Non pensate neppure per un istante che io affermi che un bambino debba fare sempre ciò che vuole. Non è ciò che intendo quando dico che è sbagliato ostacolare i bambini. Esistono tuttavia due modi per cercare di insegnare l’obbedienza. Nel vecchio modo sbagliato non si fa altro che dire loro di fare questo e quello, e non c’è altro da sapere; vengono puniti se disobbediscono. Esiste poi l’altro modo. Chiedete a vostro figlio solo ciò che è in grado di darvi; ossia chiedete obbedienza nei modi in cui lui sarà felice di darla, e imparerà con facilità l’abitudine all’obbedienza perché l’avrà imparata in modo naturale”. Maria Montessori

    Cara mamma, caro papà, sai chiedere l’obbedienza ai tuoi figli nel modo giusto?

    No, non si tratta di essere rigidi, punitivi, vendicativi: “Smettila, altrimenti le prendi!”.

    Ma fermi.

    Amorevolmente fermi.

    Dando limiti nel segno dell’amore.

    Se è giusta, la fermezza degli adulti, fa bene ai bambini. Soprattutto, dona loro sicurezza.

    Ricordiamoci costantemente che il nostro compito è quello di essere gli adulti della relazione. Dobbiamo essere calmi e fermi e nello stesso tempo continuare a esercitare il nostro ruolo genitoriale di àncora in mezzo alla tempesta delle emozioni dei nostri figli che devono sapere di poter contare sulla nostra stabile e continua presenza, anche quando sono emotivamente sottosopra. Il modo in cui affrontiamo e gestiamo il loro caos emotivo, definendo, con amorevole fermezza, limiti e confini chiari da non oltrepassare – “capisco che sei arrabbiata, ma i morsi a papà non si danno” -, li aiuta a sentirsi al sicuro e gli fornisce un prezioso esempio di come ci si comporta in queste situazioni impegnative.

    ESSERE PAZIENTI

    È indubbio. Siamo continuamente presi dalla mania del “tutto e subito”.

    Basti pensare ai messaggi di Whatsapp. Ovunque ci troviamo basta un clic e il gioco è fatto.

    Ma con i bambini non funziona così!

    Loro hanno bisogno di tempo; tempo per capire verso cosa si volge il loro interesse, tempo per concentrarsi, per eseguire bene le azioni. Essi necessitano di tempi non stretti, compressi, ma dilatati. Non hanno bisogno che gli buttiamo addosso l’ansia dei risultati. Questo non appartiene al loro mondo, ma a quello di noi adulti che pensiamo solo che nel loro prendersi tempo i bambini lo stiano perdendo.

    “Noi (…) che li vediamo «faticare» e «perder tempo» a compiere un’azione che potremmo in un attimo e senza fatica compiere, ci sostituiamo al bambino e la facciamo noi. Sempre per lo stesso pregiudizio che lo scopo da raggiungere sia il compimento dell’atto esteriore, noi vestiamo e laviamo il bambino, gli strappiamo dalle mani oggetti che tanto ama di maneggiare; noi gli versiamo la minestra nella scodella, lo imbocchiamo, gli sparecchiamo la tavola. E dopo tali servizi, lo giudichiamo, con molta ingiustizia (…) come un incapace, un inetto: egli spesso è giudicato da noi «impaziente» sol perché noi non sapemmo trovare la pazienza di attendere i suoi atti che obbediscono a leggi di tempo diverse dalle nostre”. Maria Montessori

    Non tormentiamoci con l’idea che i nostri figli debbano comportarsi in modi e tempi rigidamente prestabiliti: “Non cammina ancora…”, “Dovrebbe già parlare…”, “Sua sorella, alla sua stessa età, sapeva già…”.

    Sforziamoci di essere pazienti con la “lentezza” che caratterizza lo sviluppo infantile.

    “I vostri figli piccoli sono donne e uomini in formazione. Vedrete, nel corso degli anni, come il segreto della loro infanzia si trasformi in adulta fermezza di carattere e in meravigliosa indipendenza”. Maria Montessori

    FARE PACE CON IL PROPRIO BAMBINO INTERIORE

    Spesso quello che ci irrita nei nostri figli è qualcosa che tocca un nostro “nervo scoperto”, una sofferenza interna.

    Se ci prendiamo cura di noi stessi, dei bambini che siamo stati abbiamo meno necessità di arrabbiarci con i nostri figli.

    I nostri bisogni infantili che sono rimasti inappagati non appartengono ai nostri figli, ma al nostro bambino interiore. Prendiamocene cura perché se non ce ne facciamo carico noi è facile che lo faccia, inconsciamente, qualcun altro al nostro posto. Molto probabilmente saranno i nostri bambini a sobbarcarsi i nostri conti in sospeso, a rimanere intrappolati nelle tempeste emozionali delle nostre questioni irrisolte. Non dimentichiamo che sono esseri particolarmente vulnerabili e se non portiamo a consapevolezza le nostre emozioni inconsce e i nostri vissuti infantili, facilmente li proietteremo su di loro che ne diventeranno i bersagli principali.

    “Ogni bambino” scriveva la nota psicologa Alba Marcoli “è l’intrecciarsi di tre storie: la sua, quella di sua madre e quella di suo padre. Non si può assolutamente cercare di capire quello che succede nel mondo interno del bambino se non si conoscono le altre due”.

    Se al termine di questa lettura senti bisogno di contattarmi per una consulenza compila il modulo qui sotto

  • 5 motivi per cui il tuo Bambino, ogni mattina, Rifiuta di Vestirsi

    5 motivi per cui il tuo Bambino, ogni mattina, Rifiuta di Vestirsi

    “Ogni mattina la stessa storia! Mio figlio fa il diavolo a quattro perché non vuole vestirsi. Non ne posso più! Non posso mica portarlo a scuola in pigiama?”

    Accade spesso che i racconti delle mamme e dei papà che si rivolgono a me vertano sulla fatica di gestire la parte iniziale della giornata. I loro figli non ne vogliono sapere di vestirsi, malgrado gli venga chiesto ripetutamente. Ecco che nel giro di alcuni minuti la mattina si trasforma in un incubo: urli, scenate di pianto a cui, inevitabilmente, seguono da parte degli adulti rimproveri, ricatti “se non ti sbrighi puoi dimenticarti il parco, oggi!”, oppure timide preghiere “dai, fallo per la mamma!”, fino a quando, presi dall’ansia di arrivare tardi al lavoro e dopo averle provate tutte, mamma e papà decidono di prendere di peso il proprio piccolo e vestirlo con la forza. Una “decisione” per nulla indolore. Eh, si perché spesso, in questo caso, sarà il senso di colpa a tormentare per tutto il giorno il genitore che continuerà a dirsi: “forse potevo evitare di innnervosirmi così tanto!” 

    Ma perché i bambini non vogliono farsi vestire al mattino?

    Non si tratta di “capricci”.  Spesso le motivazioni che spingono i bambini a comportarsi in modo irragionevole sono molto diverse da quelle che immaginiamo noi, “semplicemente” perché i bambini “funzionano” diversamente dagli adulti.

    Ecco 5 motivi, per cui il tuo Bambino, ogni mattina, Rifiuta di Vestirsi

    • vuole decidere da solo cosa indossare
    • ha una percezione del tempo diversa dalla tua
    • protesta per i ritmi troppo incalzanti
    • non vuole separarsi da te
    • c’e’ qualcosa nei vestiti che lo infastidisce

    Vuole decidere da solo cosa indossare

    Come ci ricorda Maria Montessori, il bambino è biologicamente programmato per fare da solo.

    Già a partire dai 18 mesi, la sua voglia di agire autonomamente, che a questa età si manifesta attraverso la forza esplorativa delle mani, lo spinge a provare a infilarsi le mutandine, a mangiare da solo, a volersi levare le scarpe senza l’aiuto di nessuno.

    Quello verso l’indipendenza, è un cammino che il bambino intraprende a partire dalla nascita ed è fondamentale, a qualsiasi età, non impedirgli di sperimentare con i suoi tempi e le sue modalità, altrimenti si ingaggia una vera e propria lotta che può portare a epiloghi dolorosi. 

    La sua opposizione va riportata in una cornice di normalità e accettabilità. Diversamente da quelle che sono le nostre convinzioni e credenze, i bambini hanno necessità, durante la loro crescita, di opporsi a noi per cercare ciò che più gli corrisponde e li interessa, e noi dovremmo legittimare, custodire e preservare questo loro bisogno.

    Come?

    Per esempio, offrendo la possibilità di scegliere: “E’ ora di andare marco, se lo desideri puoi vestirti da solo, oppure posso aiutarti io: scegli”. Per evitare scontri “all’ultima lacrima” potreste anche preparare la sera prima un paio di alternative (non di più!) tra cui vostro figlio sceglierà cosa indossare.

    Ha una percezione del tempo diversa dalla tua

    E’ solo verso i 6/7 anni, quando avranno completato lo sviluppo del senso di realtà, che i bambini acquisiscono la capacità di ragionare sul piano astratto.

    Pertanto, espressioni del tipo. “si è fatto tardi!”, “ancora 5 minuti e dopo devi assolutamente vestirti!” sono per loro prive di significato. Il tempo, prima dei 6 anni, ha senso solo nel qui ed ora.

    Per il modo in cui funziona il pensiero dei bambini in questa fase della loro crescita è necessario agganciarli ad elementi concreti e tangibili che li aiutino a interiorizzare, un po’ alla volta, la percezione del tempo “reale”. “Quando la sabbia sarà scesa del tutto dobbiamo cominciare a di vestirci”, oppure “proviamo a metterci la maglia prima che la sabbia finisca!”.

    Protesta per i ritmi troppo incalzanti

    I bambini non hanno orari, se non quelli legati ai loro bisogni di crescita e di sviluppo. Quando al mattino gli urliamo di “sbrigarsi” o di “fare in fretta perché è tardi”, stiamo in realtà dichiarando guerra alla loro natura che si nutre di lentezza, di bisogno di ripetere, di tempo per concentrarsi. Fargli fretta significa esporsi, inevitabilmente, a una levata di scudi!

    Non solo.

    Fare vivere ripetutamente l’esperienza della fretta sottopone il cervello, ancora immaturo, dei nostri figli a un intenso stress che può indebolire la loro intelligenza. In età adulta potrebbero avere grandi difficoltà a calmare le loro emozioni, i loro impulsi e a gestire le situazioni particolarmente sfidanti.

    E allora, cosa bisogna fare? 

    “Comunque” – penserai – “noi genitori dobbiamo arrivare puntuali sul posto di lavoro e i nostri bambini a scuola. e poi, è la società che ci impone questi ritmi così pressanti e non possiamo fare diversamente!”

    Ancora una volta, è necessario partire da noi e abbandonare l’idea che debbano essere i nostri bambini a modificarsi.

    Ecco alcuni suggerimenti utili:

    • prova ad alzarti prima dei tuoi figli in modo da essere parzialmente pronta/o quando si saranno svegliati. In questo modo potrai avere tempo a sufficienza per gestire con più calma tutta l’emotività che caratterizza questa parte della mattinata
    • per affrontare meglio il risveglio è necessario che educhi i tuoi figli ad andare a letto presto per dormire una buona quantità di ore (almeno 9!). Perciò, niente tv poco prima di dormire, niente smartphone, nessun gioco “scalmanato” di sera. Se riposeranno bene e abbastanza si risveglieranno più rilassati e in tempo per prepararsi senza dover correre. Diversamente saranno più suscettibili a innervosirsi e irritarsi, anche per futili motivi. Perciò, 
    • se vuoi evitare il “muro contro muro” prova a trasformare tutto in un gioco divertente e attraente. Maria Montessori, riferendosi all’adulto educatore, utilizza un’espressione molto potente, che anche se – come scrive lei stessa – può prestarsi ad essere fraintesa, è indispensabile che faccia parte del bagaglio di “competenze” dell’adulto. Egli deve essere “seducente” e saper “attrarre il bambino”. E aggiunge che se si rivolgesse al bambino in modo sgarbato “verrebbe a mancare la base essenziale del compito che si prefigge”. Quindi, non esitare a rendere piacevole il momento in cui il tuo bambino deve vestirsi per uscire di casa. La clessidra può essere nuovamente utile in questo caso, oppure potresti proporgli un gioco in cui i vostri ruoli risultano invertiti: tu sarai il bambino e lui farà finta di essere il genitore. 

    Non vuole separarsi da te

    Rifiutare di vestirsi al mattino per uscire di casa, può rappresentare per il tuo bambino un modo per esprimere la sua fatica a separarsi da te. A nulla servono minacce e ricatti – “Smettila di urlare quando bisogna vestirsi, altrimenti me ne vado e ti lascio qui da solo a casa!”, “Se ti vesti velocemente ti lascerò giocare in macchina col cellulare mentre andiamo a scuola!”.

    Entrambe queste modalità spingono i figli ad opporci più resistenza, gli insegnano che per averla vinta possiamo legittimare la violenza e inoltre, nel caso del ricatto, li incoraggerà ad aspettarsi sempre una ricompensa se si comporteranno come vogliamo noi e li convincerà che saranno amati solo se saranno bravi, ubbidienti e calmi come desideriamo.

    Piuttosto valorizziamo il loro spirito di collaborazione: “E’ stato di grande aiuto che tu ti sia vestita da solo; chissà come saranno contenti i tuoi amici oggi quando ti vedranno arrivare a scuola così presto!”. Oppure ri-orientando la sua attenzione su qualcosa che lo rassicuri possiamo dire: ”Dopo esserci vestiti io andrò in ufficio, tu andrai a scuola e poi stasera saremo felici di rivederci e ci daremo tutti gli abbracci che non ci siamo dati durante tutto il giorno!”.

    C’e’ qualcosa nei vestiti che lo infastidisce

    Ricordo una mamma che durante un incontro della scuola genitori in cui si parlava di questo argomento raccontò che da piccola odiava vestirsi perché gli indumenti erano freddi. La sua mamma se ne accorse e così, ogni mattina, li metteva alcuni minuti sul calorifero per scaldarli.

    Alcuni bambini si rifiutano di vestirsi perché sono infastiditi dai tessuti, dalle etichette, dalle cuciture, da indumenti troppo stretti, freddi, pungenti. 

    Bambini con queste caratteristiche potrebbero rientrare in quella percentuale – 15/20% – che li identifica come bambini con una “marcata” sensibilità, facilmente infastiditi da cose a cui altri bambini non fanno assolutamente caso. Si tratta di una variazione normale del temperamento umano innato, ancora poco conosciuta addirittura tra gli esperti del mestiere e che, sicuramente, necessita di uno spazio di confronto diverso da questo.

    In ogni caso, al di là della necessità di approfondire questo aspetto della personalità qualora tu lo ritenessi opportuno, vorrei suggerirti, nel caso il tuo bambino si rifiutasse di vestirsi per i motivi che ti ho appena elencati, di provare, per esempio, a tagliare le etichette sui suoi indumenti. In alternativa potresti acquistare capi di abbigliamento che invece di avere etichette sporgenti le abbiano stampate.

    Cosa fare allora quando tuo figlio rifiuta di vestirsi?

    Conclusioni

    Ciò che spesso etichettiamo come comportamento irragionevole e capriccioso è per i nostri figli un modo di reagire sensato…se lo osserviamo con uno sguardo diverso.

    Nei prossimi giorni, prova a guardare tuo figlio, tua figlia da un’altra angolatura. Invece di darti subito delle risposte – “E’ capricciosa”, “Che figlio testardo!”, “Ma perché fa sempre il difficile quando bisogna vestirsi?”, “Ma proprio a me doveva capitare una figlia così impegnativa?”

    prova a farti le giuste domande: “Come mi sentirei al suo posto?”, “Come desidererei che i miei genitori reagissero se vivessi la stessa situazione”, “Le ho mostrato come si fa quello che le sto chiedendo?”, “E’ pronto per farlo?”, “Cosa posso fare per trasformare questa fatica in un’opportunità di crescita per me e per mio figlio?”.

    “Bisogna innanzi tutto educare l’adulto, perché esso trasformi il suo comportamento verso le nuove generazioni”. Maria Montessori

    Contattami se hai bisogno di aiuto e vuoi parlare con un’esperta che ti aiuti a svolgere nel modo migliore il tuo compito educativo

  • Come Rispondere Al Pianto Del Tuo Bambino, Anche Se Ti Sembra Di Averle Provate Tutte

    Come Rispondere Al Pianto Del Tuo Bambino, Anche Se Ti Sembra Di Averle Provate Tutte

    Ti hanno detto che il pianto è l’unico modo che ha un bambino molto piccolo, soprattutto appena nato, di esprimere le proprie necessità. Lo sai bene, in teoria…

    ma quando tuo figlio comincia a piangere, i sentimenti che il suo pianto accende dentro di te non corrispondono all’amore che provi nei suoi confronti. Ti senti in ansia o provi irritazione, fastidio, senso di impotenza, inadeguatezza e più di tutto senti l’urgenza che il tuo bambino smetta in fretta di piangere.

     

    D’altronde, cosa ne sai di questo essere venuto al mondo da poco tempo?

    • Come interpretare il suo comportamento?
    • Ha fame?
    • Ha sete?
    • Prova qualche fastidio?
    • Sta piangendo senza alcun motivo?
    • E poi…lo devi prendere subito in braccio o lo lasci piangere come ti hanno suggerito in tanti, altrimenti lo vizi?

     

    Cara mamma, caro papà, devi sapere che un bambino piccolo non può essere né buono, né cattivo.

    Figuriamoci capriccioso!

    Non possiede l’intenzionalità di provocare fastidio, ma esprime precisi bisogni: se si tratta di un neonato può aver fame o sentire l’esigenza di essere cullato, coccolato. Spesso anche solo un rumore può sembrargli così strano da causarne il pianto. O addirittura una posizione che a noi può sembrare confortevole, al nostro piccolo può risultare molto fastidiosa. O forse è sollecitato da troppi stimoli: troppa luce, troppa gente intorno, troppi cambiamenti nell’ambiente…

    In ogni caso, se piange c’è sempre una ragione.

    E’ un essere estremamente sensibile, pertanto, cose apparentemente insignificanti potrebbe percepirle come terribili e dolorosissime.

     

    Cosa puoi fare, allora, quando il tuo bambino piange?

     

    Maria Montessori ci incoraggia a coltivare la sensibilità nel “riconoscere tutti i bisogni del bambino”, perché è solo in questo modo che l’adulto “potrà dargli quell’aiuto che gli è necessario”. Bisogna, pertanto, procedere con calma e non aver fretta di farlo smettere di piangere.

    Il bambino va compreso, non solo calmato o zittito!

    Se vogliamo che la situazione non ci sfugga di mano dobbiamo agire con tranquillità, con atteggiamento empatico, provando a metterci nei suoi panni. È fondamentale osservarlo con attenzione, in maniera accurata, imparando a leggere il linguaggio che si esprime attraverso il suo corpo.

    • Se per esempio fa un pianto lungo e forte è molto probabile che sia stanco o sovraccarico di stimoli (questo accade soprattutto se li portiamo in giro in posti caotici ed affollati come supermercati, ristoranti, negozi e altri luoghi pubblici).
    • Se, invece, ha mangiato, non sembra stanco e non è neanche interessato alla giostrina, ma continua a piangere, sicuramente si tranquillizzerà in braccio. Il neonato ha bisogno della presenza dell’adulto non solo per essere cambiato e nutrito, ma anche per sentirsi rassicurato dal contatto fisico, dalle dolci parole con cui gli parliamo, dalla nostra compagnia.

    È necessario “imparare a capire il linguaggio dell’anima che si forma” (Montessori).

     

    Harvey Karp, famoso pediatra ed esperto in sviluppo infantile, sostiene che i primi tre mesi di vita extrauterina vanno considerati come un “quarto quadrimestre”. Alla nascita un bambino è ancora immaturo, perciò, si sente confortato e rassicurato quando sperimenta le stesse sensazioni che lo hanno accompagnato nel ventre materno – la suzione, i movimenti ritmici, la calda esperienza di contenimento, i suoni ovattati…

    Questi primi mesi possono essere paragonati a un ponte che mette in comunicazione la vita dentro e quella fuori.

     

    “Il quarto trimestre è il regalo che i neonati desiderano veramente dai loro genitori”.

    H. Karp

    Per un bambino molto piccolo, tutto ciò che sperimenta nel “nuovo” mondo può sembrare terribilmente spaventoso e doloroso. Ecco perché è importante accorrere prontamente per rispondere al suo pianto. Nella misura in cui riceverà tempestiva risposta, imparerà a ridimensionare il proprio sconforto. Diversamente, se lo faremo aspettare a lungo, la sua sofferenza aumenterà e potrebbe arrivare a non piangere più. E non perché è riuscito a tranquillizzarsi da solo, ma perché la sua fiducia è stata minata e il suo pianto si è congelato dentro al suo cuore.

     

    Cara mamma, caro papà, sappi che è fondamentale rispondere al pianto del tuo piccolo, nello stesso modo in cui rispondi al suo sorriso. Ignorare quanto ti sta comunicando attraverso le sue lacrime gli farà percepire di essere amato solo quando è felice. Nel tempo si convincerà che la rabbia e la tristezza sono emozioni negative, non accettabili, da non esprimere e non potrà fare esperienza dell’amore incondizionato di cui ha bisogno per crescere bene.

     

    “Seguire attentamente tutte le espressioni dell’anima infantile, rendere il bambino libero in modo che possa manifestare i suoi bisogni e garantirgli tutti i mezzi esteriori occorrenti per il suo progresso, questa è la premessa per un libero ed armonioso svilupparsi e formarsi delle sue forze germoglianti”.

    Maria Montessori

     

    A questo punto, forse, ti stai chiedendo? “Ma se faccio così, non rischio di viziarlo?”

     

    Ascoltare un bambino, accogliendo il suo pianto, non ha niente a che vedere con il viziarlo.

    Tutt’altro!

    Quando prendiamo in braccio nostro figlio per confortarlo, oppure lo culliamo, gli cantiamo una ninnananna, non solo lo rassicuriamo e gli facciamo sperimentare una situazione a lui familiare, ma sollecitiamo una profonda risposta neurologica che il pediatra H. Karp chiama “riflesso della calma”, un automatismo che la natura mette in atto per far cessare il pianto del bambino molto piccolo.

    Perciò, la prossima volta che tuo figlio comincerà a piangere, non averne paura, non irritarti. Piuttosto, lasciati raggiungere dal suo pianto. E sappi che ogni genitore ha dentro di sé la capacità di ricevere le emozioni che il suo bambino esprime e di restituirgliele accettabili, tollerabili. All’inizio sono la madre e il padre che pensano al posto del proprio figlio, filtrando i suoi sentimenti. Fino a quando non sarà in grado di farlo da solo.

     

    È così che funziona.

    Inizialmente i bambini “interpretano” ogni esperienza attraverso le nostre reazioni, alle quali, perciò, dobbiamo fare molta attenzione. Eh si, perché a volte possono essere impulsive, soprattutto se siamo particolarmente stanchi (forse abbiamo trascorso la notte in bianco, oppure non possiamo contare sull’aiuto di amici o parenti per la cura del nostro bambino).

     Il nostro stato emotivo influisce inevitabilmente su di loro e sul loro comportamento. Se sono molto piccoli, difficilmente riescono a “spiegarsi” razionalmente i nostri stati d’animo. “Sentono” come ci sentiamo ed entrano immediatamente in risonanza con le nostre emozioni.

     

     

    Allora, se ti senti particolarmente stanca/o, disturbata/o dal continuo pianto del tuo piccolo e l’unico desiderio che nutri è di farlo tacere, prova a fermarti.

    Fai un profondo respiro, “rientra” in te stessa/o prima di avvicinarti a lui, che ha bisogno di trovare in te tranquillità, calma, fiducia, sicurezza in se stesso.

    Non è colpa tua se tuo figlio piange tanto. Puoi fare solo del tuo meglio per aiutarlo ad adattarsi il più possibile alla sua nuova vita.

     

    E’ solo sperimentando da subito questa relazione così intensa che potrà diventare col tempo autonomo e indipendente.

     

    E abbi fiducia: col passare del tempo imparerai a conoscere meglio il tuo bambino e i suoi bisogni e a reagire in modo sempre più adeguato alle sue richieste.

    ———————————————————————————————————————————–

     

    Devi sapere che esiste un Approccio, quello Montessori, le cui intuizioni, continuamente confermate dalla ricerca pedagogica e dalle neuroscienze, possono fare la differenza nel tuo rapporto con tuo/a figlio/a.

     

    Vuoi conoscerlo e beneficiare della sua efficacia?

     

    Contattami scrivendo una mail a info@localhost

     

  • Educare Con Calma Non Vuol Dire Viziare

    Educare Con Calma Non Vuol Dire Viziare

    Educare con calma non significa approvare i comportamenti scorretti dei tuoi figli e lasciarti tiranneggiare dai loro desideri. Reagire senza alzare la voce, o minacciando, non  vuol dire viziare i propri figli.

    Sappi che per un bambino è fonte di stress non sapere che cosa ci si aspetta da lui, quali sono le regole del “gioco”.

    “Ok, ma praticamente, come devo comportarmi se mio figlio colpisce con un pugno il fratellino perché è stato bruscamente interrotto, mentre si divertiva a ritagliare?”, mi ha chiesto una mamma durante un incontro di Scuola Genitori.  Le ho risposto che in questo caso, sarà importante che faccia sapere al suo bambino che comprende la sua arrabbiatura e anche a lei dà fastidio essere interrotta mentre è concentrata in un’attività, ma con tono fermo e non punitivo deve comunicargli che le mani non si usano per infierire su chi ci infastidisce. Quando, poi, si sarà calmato e si troverà in uno stato mentale più ricettivo la mamma potrà soffermarsi a parlare con lui di quanto è successo, mostrandogli modi diversi e più maturi di gestire le emozioni spiacevoli.

     

    Educare con calma, sintonizzandosi emotivamente con gli stati d’animo dei nostri figli e ponendo dei limiti rappresentano due aspetti della relazione con i bambini che possono andare di pari passo.

     

    Ogni volta che riteniamo necessario mettere dei “paletti” ai comportamenti sbagliati dei nostri figli, occorre farlo con amore e fermezza, cercando di vedere il mondo con i loro occhi e guidati dalla consapevolezza che dare regole non significa imporre ordini o gestire le situazioni impegnative in un’ottica di comando o manipolazione –“Si fa così perché lo dico io!”, ma rimanere coerenti e fermi nella regola, nel limite posto e allo stesso tempo interagire con i nostri figli con empatia e affetto: “So che ti piacerebbe attraversare da solo la strada, ma non posso permettertelo adesso. Tra un po’ di tempo sarai più grande e pronto per poterlo fare. Capisco comunque perché piangi e urli così forte. Rimarrò vicino a te fino a quando ti calmerai”. “Se ci si comporta così, il bambino si esprimerà liberamente e saprà prendere iniziative via via più complesse; soprattutto imparerà a correggere da solo ciò che sta facendo. “Chi tenta di correggere il bambino con la forza e con il peso della propria autorità, si accorge ben presto di aver fallito nel suo intento: il bambino risponderà in modo forte, esplicito, perfino violento”. Maria Montessori

     

    Certo, non è sempre semplice, soprattutto quando si tratta di sostenere la fatica nel tollerare e gestire le reazioni oppositive dei bambini!

     

    Ci sentiamo frustrati, la prendiamo sul personale, ci irritiamo, ci lasciamo assalire dal panico: “Ecco! Non mi ascolti mai! Quante volte te lo devo ripetere che non ci si alza da tavola?”. In realtà, soffriamo perché i nostri figli si discostano molto da noi, dal modello di bambino ideale che abbiamo in mente.

    Devi sapere che i bambini hanno necessità, durante la loro crescita, di opporsi agli adulti per cercare ciò che più gli corrisponde e li interessa, e noi dovremmo legittimare, custodire e preservare questo loro bisogno. “I genitori non sono i costruttori del bambino, ma i suoi custodi. Essi devono proteggerlo e curarlo in un senso profondo, come chi assume una missione sacra”. Maria Montessori

    Perciò, non avere timore di accogliere le loro contrarietà, si tratta di una fase necessaria che i bambini devono attraversare, ciclicamente, per crescere, diventare autonomi e imparare a controllare le proprie emozioni.

     

    Ricorda: queste opposizioni sono del tutto normali.

    Vanno solo comprese, accolte e gestite con amorevole risolutezza. Siamo noi gli adulti della relazione. La calma e la fermezza con cui ci relazioniamo ai nostri figli quando sono emotivamente sottosopra, definendo limiti e confini chiari da non oltrepassare – “capisco che sei arrabbiata, ma i morsi a papà non si danno” -, li aiuta a sentirsi al sicuro e gli fornisce un prezioso esempio di come ci si comporta in queste situazioni sfidanti e impegnative.

     

    Per costruire il futuro è necessario vigliare sul presente. Quanto più verranno curati i bisogni di un periodo, tanto maggiore successo avrà il periodo successivo”. Maria Montessori

     

    Certo, non otterremo sempre i risultati desiderati. E non sempre riusciremo a mantenere uno stato d’animo sereno.

    Ma, lavorando sulla calma, come ti ho spiegato nel mio articolo https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/educare-con-calma-e-possibile/saremo in grado di lasciarci andare sempre meno alla rabbia e alla frustrazione; emozioni che se vissute per troppo tempo diventano seriamente dannose per la nostra salute psicofisica.  

     

    A lungo termine, se avremo lavorato con perseveranza, consolideremo una relazione intima e soddisfacente con i nostri bambini e soprattutto li avremo aiutati a crescere più sicuri di sé e più felici.

     

    ****************************************************************************************************

     

    Vuoi approfondire questo argomento per relazionarti con più calma con i tuoi figli? Sei interessata/o a saperne di più sul mio progetto di Scuola Genitori?

    Contattami qui: info@localhost

     

  • Educare Con Calma. 4 Irrinunciabili Benefici

    Educare Con Calma. 4 Irrinunciabili Benefici

    Se vuoi diventare un genitore meno stressato, più lucido, in grado di ascoltarsi e ascoltare meglio i propri figli, più creativo ed efficace nel risolvere i problemi, allora devi lavorare sulla calma. Ne parlo dettagliatamente nel mio precedente articolo https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/educare-con-calma-e-possibile/

     

    Creare dentro di sé l’esperienza della calma, produce inevitabilmente dei benefici.

    In questo nuovo articolo voglio elencartene quattro:

     

    • PIU’ PAZIENZA. Sperimentare la calma dentro di sé significa essere più concentrati, funzionare meno in “automatico”, e reagire con i nostri figli in modalità “ragionata” e meno impulsiva. Maria Montessori mette in guardia l’adulto che si lascia sopraffare dall’impazienza e segnala con molta chiarezza le conseguenze di questo inefficace comportamento. “Chi è impaziente non sa dare il valore alle cose: non apprezza altro che i propri impulsi e le proprie soddisfazioni”. La calma, invece, riesce a renderci più pazienti e ci dona la capacità di metterci nei panni dei nostri figli, per essere in grado di comprendere le ragioni per cui si comportano in un determinato modo.
    • PIU’ TOLLERANZA. Se sei più calma/o, sarai in grado di considerare i tuoi figli “perfetti” così come sono. La calma è un potente antidoto contro il muro di aspettative che tanto spesso nutriamo verso i nostri figli, e che sono, il più delle volte, irrealistiche! Lavorare sulla calma ci permette di modificare l’immagine che abbiamo in mente, dei nostri bambini. E di conseguenza cambiano anche le relazioni e i comportamenti, perché riusciamo a vedere e interpretare diversamente ciò che prima sfuggiva al nostro sguardo. Per esempio, potresti accorgerti che tua figlia è così oppositiva da quando le tue preoccupazioni lavorative hanno preso il sopravvento su di te. Non riesci a trovare soluzione alle tue ansie e trasferire tranquillità alla tua bambina. Grazie all’allenamento alla calma sei, però, più tollerante nei suoi confronti e aumenta la tua capacità di accettare tutto ciò che in lei è dissonante con le tue aspettative. Comprendi perché in questo periodo non ascolta e “trasgredisce” più frequentemente. La calma ti offre nuovi strumenti per vivere meglio la relazione con tua figlia. Lo stesso comportamento che prima veniva interpretato come “E’ diventata insopportabile!”, adesso ha un’altra possibilità di lettura!
    • PIU’ EFFICACIA. Con la calma interiore diventi possibilista. Grazie al tuo impegno quotidiano, hai fiducia che ciò che ti sembrava difficile da realizzare, nella relazione con i tuoi figli, è possibile raggiungerlo. La calma ti aiuta a padroneggiare i tuoi pensieri, le tue convinzioni e a modificarle. In questo modo, non solo riesci a gestire meglio i tuoi stati d’animo, ma con la stessa efficacia riesci a dare risposte più appropriate alle richieste dei tuoi figli. Ecco cosa scrive Eliana, mamma di Luca e Silvia, che ha frequentato i tre livelli di Scuola Genitori“Quando Silvia scoppia di rabbia, urlando come un’indemoniata, ora cerco di non perdere anche io il controllo, non la chiudo fuori dalla porta, non le tappo la bocca con la forza, ora cerco di capire qual è il grido di aiuto che ci sta dietro.  La stringo la coccolo e quando si è calmata le parlo:“…immagino come ti senti…”. Funziona! Trovi qui la sua testimonianza https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/testimonianze/
    • PIU’ FELICITA’. Se la tua mente è calma, stai decisamente meglio. Hai più energia, ti senti meglio fisicamente ed emotivamente, ti rapporti meglio con chi ti sta intorno. Non voglio essere fraintesa: ciò non significa che non ti arrabbierai mai più, che non perderai la pazienza, che ti sentirai definitivamente libera/o dalle preoccupazioni. Lavorare sulla calma ti permette di non essere più schiava/o delle tue emozioni, di non trascorrere più tempo di quanto serva in stati d’animo limitanti che ti fanno perdere energia. Così, invece di “scivolare” nel braccio di ferro con i tuoi figli, l’allenamento alla calma ti permette di fare posto a reazioni più “spensierate”, che mettono meno sulla difensiva i tuoi figli e rafforzano il legame con loro. Ricordo quanto raccontava di recente, una mamma, durante un percorso di Scuola Genitori, a proposito del saper trasformare le situazioni sfidanti in gioco. Invece di fare la predica al suo bambino, definendolo capriccioso, perché la mattina non ne voleva sapere di prepararsi per andare a scuola, provava a “recitare”, fingendosi un personaggio di un cartone che piaceva tanto a suo figlio. La sua capacità di sdrammatizzare le aveva permesso di affrontare il comportamento difficile del suo bambino e invogliarlo a collaborare. Con la calma era riuscita a cambiare e rendere più giocoso il suo approccio.

    Come ci ricorda Z. Bauman “La felicità non consiste nella libertà dai problemi, dalle preoccupazioni, dalle ansietà, ma al contrario sopraggiunge quando superiamo i problemi, le angustie, le difficoltà della nostra vita”.

     

    Se stai cercando un modo per educare con calma i tuoi figli e ottenere il meglio dalla relazione con loro allora contattami, scrivendo a info@localhost

     

     

  • Come Parlare Ai Tuoi Figli. 3 Suggerimenti

    Come Parlare Ai Tuoi Figli. 3 Suggerimenti

    “Basta con questo piagnucolio, vieni che ti faccio piangere per qualcosa!”

    “Ma sai quante volte ti ho chiamato? Sei sordo?”

    “Riordina immediatamente la tua stanza. Sbrigati!”

    “Guarda tua sorella come si sa vestire da sola…ed è più piccola di te!”

    “Non ti arrampicare! Guarda che se cadi e ti fai male ti do pure il resto!”

     

    Cara mamma, caro papà che mi leggi, se ti rivolgi abitualmente in questo modo ai tuoi figli, probabilmente, non sei consapevole di quanto, questa modalità di comunicazione, non solo non li incoraggia a prestarti ascolto, ma rischia anche di danneggiarli.

    Voglio subito precisare che si tratta di un’esperienza comune a tanti genitori.

    Perciò, non sentirti in colpa se ti riconosci in questi esempi. Nelle espressioni, come quelle che ho riportato all’inizio di questo articolo, ci sono parole che ciascuno di noi ha assorbito durante la propria infanzia e di cui, con molta probabilità, non ci si ricorda il significato e, soprattutto, il peso che possono avere sull’autostima di ogni bambino. Eh si, perché spesso sono frasi pronunciate con tono predicatorio e mortificante – prive di qualsiasi valore pedagogico – che, se ripetute nel tempo, abituano i bambini ad accettare senza remore il giudizio e la disapprovazione.

    Siamo esseri di memoria.

    Ciò che diciamo ripetutamente ai nostri figli si “incollerà” in maniera indelebile nella loro mente e nella loro anima. Oggi diversi studi confermano che ciò che ereditiamo dai nostri genitori va al di là delle caratteristiche fisiche che si vedono ad occhio nudo. Una situazione, una parola, un modo di dire di oggi ci rimanda, inevitabilmente, a una memoria registrata in anni lontani e in ambienti “familiari”.

    Lo sappiamo molto bene che è così.

    Se ripeschiamo tra i nostri ricordi d’infanzia ritroviamo quelle stesse parole che pronunciamo ai nostri figli, rivolte a noi, dagli adulti con cui siamo cresciuti. E scopriamo, il più delle volte, che non ci hanno fatto stare bene, né ci hanno fatto diventare più “bravi”. Ad ogni modo, quello che ci siamo sentiti ripetere più spesso da bambini ha contribuito in modo significativo a costruire la nostra identità.

    Recenti studi sul funzionamento del cervello, confermando quanto scopriva Maria Montessori più di cento anni fa, sostengono che siamo quello che i nostri neuroni hanno registrato più frequentemente.

    Le esperienze, scrive la Dottoressa, “si incarnano in lui. Il bambino crea la propria «carne mentale», usando le cose che sono nel suo ambiente”.

    Per molti anni, mentre i nostri figli vivono la loro vita, la loro mente “annota” le informazioni che ascoltano di più, senza avere la capacità di filtrarle. Il loro cervello registra le esperienze emotivamente più forti e le lascia nel più profondo del loro essere. Verranno usate, successivamente, come modelli con cui orientarsi nel mondo.

    Sappi, pertanto, che attraverso il tuo linguaggio non pronunci solo parole, ma comunichi emozioni, aspettative, bisogni.

     Ci hai mai pensato?

    Quando, ripetutamente, in preda alla rabbia, rimproveri il tuo bambino dicendogli “Basta con questi capricci, oggi sei proprio insopportabile!”, devi sapere che difficilmente comprenderà il motivo di tanta collera e, soprattutto, che ciò che gli stai dicendo è riferito solo a quel momento in cui ti sta facendo perdere le staffe. A causa della sua immaturità cerebrale, tenderà a generalizzare le tue parole. Le “subirà” passivamente e le percepirà come verità assoluta, associandole a se stesso. Nel tempo, sarà portato a sentirsi una persona “insopportabile” che merita la rabbia degli altri e diventerà sempre di più dipendente dal giudizio altrui. “Il cammino non è difficile, ma facile e chiaro: abbiamo di fronte delle creature come i bambini, incapaci di difendersi e di comprenderci e che accettano tutto quanto loro si dice. Non solo accettano le offese, ma persino si sentono colpevoli di tutto ciò di cui li accusiamo”. Maria Montessori

     

    COSA FARE?

     Ecco 3 suggerimenti che possono aiutarti a migliorare la comunicazione e farti ascoltare dai tuoi figli.

     

    1.  Evita di esprimere giudizi negativi.no al comportamento dei tuoi figli, ma non alla loro persona. Invece di dire “Sei proprio cattivo!” puoi dire con tono fermo, ma non rabbioso “Non mi piace quello che hai detto”, “Non mi piace quello che hai fatto”. Il giudizio è mortificante e offensivo per il bambino e soprattutto non lascia margini alla speranza di poter superare quel momento di difficoltà, di cambiare e migliorare. Ricorda che i tuoi atteggiamenti, le parole che usi, il modo in cui gestisci le difficoltà e le emozioni che esprimi e fai vivere ai tuoi figli, creano le convinzioni con cui interpreteranno il mondo e che influenzeranno ogni aspetto della loro vita.

     

    1. Nei momenti difficili, mantieni la calma e parla con pacatezza. In questo modo sarà più semplice per i tuoi figli sforzarsi di ascoltarti e insegnerai loro come si gestiscono le situazioni critiche. Urlare, invece, rischia di metterli sulle difensive, costringe il loro cervello a irrigidirsi e scatena reazioni incontrollate. Un pò alla volta, mina la loro autostima e li rende particolarmente aggressivi. Diversamente, se la nostra voce è mite e paziente, i nostri figli proveranno la sensazione di essere “visti” e compresi e ciò trasformerà la loro tempesta emotiva in calma. Il cervello abbasserà la guardia e si attiverà la zona cerebrale più riflessiva, quella che li mette nella condizione di prestarci ascolto. Certo, si tratta di una modalità comunicativa che richiede un notevole autocontrollo da parte dell’adulto e tanta tanta pazienza! “E’ proprio una vera educazione che occorre per vincere questo stato: bisogna padroneggiare e superare se stessi”. Maria Montessori 

     

    1. Conta le tue parole. Perché qualsiasi esperienza possa trasformarsi, per i tuoi figli, in opportunità di crescita è necessario che tu parli con consapevolezza e intenzionalità. Sappi che non sono le prediche o gli “spiegoni” a convincere i tuoi figli ad ascoltarti. Tutt’altro! Se ne difenderanno strenuamente “non ascoltando, proprio come chi, vivendo presso il mare o una linea ferroviaria, alla lunga non ne percepisce più i rumori”. Grazia Honegger Fresco   Quando i nostri bambini non ci ascoltano, domandiamoci se questo non abbia a che fare con il nostro stile comunicativo! Purtroppo, se c’è una cosa in cui siamo poco esperti, come genitori, è tacere! Spesso, infatti, quando chiediamo qualcosa ai nostri figli, li sovrastiamo con le nostre parole, abbondiamo nelle spiegazioni, ignorando quanto tutto questo si traduce per loro in un sovraccarico di informazioni tale, da indurli a smettere di ascoltarci. Un atteggiamento e uno stile educativo coerente con i loro bisogni non necessita di molte parole. Perciò, una volta che siamo sicuri di avere la loro attenzione, chiediamo ai nostri figli ciò di cui abbiamo bisogno, solo una volta, e attendiamo: i loro tempi di risposta sono molto più lunghi dei nostri. Eventualmente, ripetiamo una seconda volta, spiegando i motivi della nostra richiesta “Carlotta, ho bisogno che tu ti vesta, perché dobbiamo andare a prendere la nonna, altrimenti arriverà tardi dal dottore”. Per Maria Montessori l’adulto educatore deve accompagnare il bambino nelle situazioni e nelle esperienze della vita in modo sempre discreto, senza fretta, evitando pressioni e forzature. E usare le parole con moderazione, solo quelle che servono realmente. La comunicazione che spiega troppo, ricca di particolari e ridondante risponde al bisogno dell’adulto e crea nervosismo e confusione nel bambino. Ciò che serve, secondo la Dottoressa, è una marcata capacità da parte del genitore nell’osservare, “nell’accorrere o nel ritirarsi, nel parlare o nel tacere, secondo i casi e i bisogni”. Ricorda: c’è modo e modo di dire le cose. Come scriveva Anna Maria Maccheroni, preziosa collaboratrice di Maria Montessori “dire continuamente: non fare questo, non fare quest’altro; proibire continuamente, rimproverare continuamente è far perdere ogni valore a quello che si dice. Quel «glielo dico sempre» delle mamme è uno sciupìo dai due lati: il bambino si abitua a lasciar dire  e l’adulto si abitua a parlare a caso”.

     

    Se desideri richiedere una consulenza contattami direttamente, scrivendo una mail a info@localhost


     

  • Gelosia Tra Fratelli E Sorelle. Ancora Consigli Utili Per Mamma E Papà

    Gelosia Tra Fratelli E Sorelle. Ancora Consigli Utili Per Mamma E Papà

    Un bambino non potrà mai non essere geloso nei confronti dei fratelli che arrivano dopo di lui. Ne ho scritto in un mio precedente articolo https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/mamma-ma-io-non-la-volevo-giulia-in-famiglia-la-gelosia-tra-fratelli-e-sorelle/dove ho anche elencato alcuni suggerimenti pratici per prevenire e gestire la gelosia tra figli.

    Si tratta di un’esperienza che porta un grande smarrimento nella vita di un figlio, soprattutto se primogenito. C’è chi improvvisamente diventa “capriccioso”, chi torna a farsi la pipì addosso, chi perde l’appetito, qualcuno inizia a balbettare. Certo, molto dipende dall’ età, dalla capacità di esprimere i propri sentimenti, dal temperamento.

    In ogni caso, la questione più importante riguarda l’aiuto che possiamo offrire ai nostri figli per sostenerli in modo appropriato mentre vivono questo momento critico.

    Spesso, invece, “dinanzi all’atteggiamento ostile del maggiore nei confronti del nuovo venuto, lo si rimprovera, gli si fa intendere ragione, si tenta di provargli dolcemente o rudemente che il suo comportamento è egoista, brutto, e dispiace all’adulto. Che grave errore!”. F. Dolto

     

    Già! Di fronte a questo atteggiamento, da parte dell’adulto, il bambino, infatti, potrebbe cominciare a “sopportare” l’ultimo arrivato perché ha compreso che questo è il prezzo da pagare per non essere più rimproverato.

    Se pensi che questo sia il tuo caso, devi sapere che la gelosia non espressa rischia di diventare un macigno nell’anima di tuo figlio, un’emozione ancora più sorda e profonda che, nel tempo, lo renderà eccessivamente sensibile a cogliere le differenze nel tuo comportamento, anche in dettagli marginali, con il rischio che ciò si trasformi in una vera e propria ossessione.

     

    Al contrario, per prevenire la gelosia, sia con i più piccoli che con i più grandi, è necessario accettare e legittimare l’espressione di tutto il loro fastidio, senza sgridare o ironizzare. Si tratta di reazioni del tutto sane e normali e vanno accettate per come sono.

    “Il primogenito è il solo a conoscere la prova che affronta, potete solo dirgli che lo comprendete e che in realtà è doloroso”.

    F. Dolto

     

    Rispecchiare le emozioni dei nostri figli, nominandole, si rivela una strategia vincente. Permette loro di trovare sollievo nel momento in cui si sentono in balìa di emozioni troppo forti, ma anche di diventare consapevoli dei propri stati d’animo e imparare, nel tempo, a governarli e a non lasciarsene sopraffare. 

    “Osservate il fratello maggiore con amore partecipe e parlategli. Non chiedetegli di «essere bravo», di «fare silenzio», ma piuttosto, dopo una crisi di rabbia o dopo un pianto inaspettato, ditegli frasi come «Forse sei molto triste perché c’è lui, ma io ti voglio tanto bene, sei il mio amore grande!».

    Grazia Honegger Fresco

     

    Può comunque succedere che un genitore con più figli ne preferisca uno piuttosto che un altro. Se questo è ciò che stai sperimentando sappi che le preferenze sono assolutamente frequenti, naturali e istintive. L’importante è che tu le riconosca, perché solo l’esserne consapevoli può esserti di aiuto per non comportarti in modo ingiusto verso i tuoi bambini. D’altronde, e soprattutto in particolari periodi della nostra vita di relazione con i figli, ci si può sentire più o meno distanti da qualcuno di loro perché, per esempio, piangono più spesso, sono più irritabili, difficilmente si lasciano consolare, sono più restii a esprimere apertamente le loro emozioni. È inevitabile, perciò, che ci “attirino” di meno dei fratelli che, invece, sono più tranquilli e sorridenti. 

    Cosa fare se i nostri figli se ne accorgono?

    Possiamo rispondere: “Hai ragione, mi innervosisco di più con te quando piangi ininterrottamente e ti rifiuti di farti consolare, ma questo non vuol dire che ti amo di meno”. Oppure, “E’ vero, preferisco tua sorella perché non urla quando mi chiede qualcosa, ma preferisco te perché sai inventarti tante storie divertenti!”. Non dobbiamo uniformare il nostro atteggiamento verso i figli perché non esiste un solo modo di dimostrare l’amore. Piuttosto che negare, riconosciamo queste differenze, accettiamole fino in fondo, facendo risaltare agli occhi dei nostri bambini gli aspetti positivi della loro personalità e, soprattutto, domandiamoci se queste diversità di approccio nei loro confronti provocano una reale differenza di trattamento.

    “Tutto questo fa parte dei naturali equilibri che si stabiliscono nella famiglia. Se non è possibile evitare le preferenze, certo si può fare in modo che non acuiscano la normale dose di rivalità già presente fra fratelli: l’importante è mantenere un’imparzialità di fondo, saper dosare cure e attenzioni, spostandole ora verso uno e ora verso l’altro, senza mai dare ai figli l’impressione che i giochi siano fatti. E i posti ormai assegnati una volta per tutte: da una parte il prediletto, e dall’altro la pecora nera”.

    Silvia Vegetti Finzi

     

    Infine, per aiutare i tuoi bambini a superare la gelosia il mio suggerimento è di ripensare alla tua storia d’infanzia. Insisto molto, con i genitori che seguono i miei percorsi e che incontro durante le consulenze, sull’importanza di diventare consapevoli delle proprie esperienze infantili, in modo da non proiettare sui figli ansie e contrasti irrisolti. Spesso le mamme e i papà che più difficilmente riescono a gestire la rivalità tra fratelli e sorelle sono coloro che da piccoli l’hanno vissuta fortemente, senza superarla in modo adeguato.

    “Se in noi sono presenti elementi lasciati in sospeso o non risolti, è di cruciale importanza trovare il tempo di riflettere sulle risposte emozionali che diamo ai nostri figli. Cercando di comprendere noi stessi offriamo ai nostri bambini la possibilità di sviluppare un proprio senso di vitalità e la libertà di sperimentare il loro mondo emozionale senza restrizioni e paure”.

    Daniel J. Siegel – Mary Hartzell

    La nascita di un altro bambino può rappresentare davvero una grande opportunità per un genitore, per lavorare sulle proprie modalità relazionali ed evitare di schierarsi inconsapevolmente a favore di uno o dell’altro figlio, amplificando in questo modo la loro gelosia e rendendo difficile una naturale risoluzione.

     

    Se desideri approfondire questo argomento e richiedere una consulenza pedagogica contattami direttamente scrivendo a info@localhost