• L’Ansia Da Separazione Dietro Ad Alcuni Strani Comportamenti Dei Bambini

    L’Ansia Da Separazione Dietro Ad Alcuni Strani Comportamenti Dei Bambini

    “Da un po’ di tempo a questa parte il nostro bambino si comporta in un modo alquanto strano” mi raccontano una mamma e un papà in consulenza. “Ogni volta che scarta un regalo si rifiuta di gettare carta e fiocchi. Ha sempre paura di perdere qualcosa. A volte, dopo essere stati a casa di amici o al supermercato, ci chiede di tornare indietro per controllare di non aver lasciato niente e ultimamente, durante il momento del bagno, si tiene stretti i giochini che abitualmente porta con sé, temendo di perderli nell’acqua. Abbiamo provato a rassicurarlo, ma a volte, non riuscendo nel nostro intento di aiutarlo a superare questo stato di apprensione, siamo stati anche molto duri, arrabbiandoci e dicendogli che doveva smetterla. Niente di tutto questo ha funzionato…e non capiamo ancora cosa possa esserci dietro questo strano comportamento. Ci sentiamo impotenti e sconfortati…”.

    Pur con tutte le sfumature del caso, si tratta di narrazioni, sempre più ricorrenti, nelle consulenze che i genitori mi richiedono.

    Bambini che

    • non vogliono indossare abiti con i bottoni per paura di perderli o che si disperano quando è necessario buttare via qualcosa, dai rotoli della carta igienica, alle bucce della frutta o agli oggetti di casa che si rompono e non possono essere più riaggiustati
    • rifiutano di andare all’asilo, a scuola, alle feste, di uscire di casa, esprimendo grande sofferenza al momento del distacco
    • non ne vogliono sapere di proseguire con il corso di nuoto, nonostante abbiano già frequentato diverse lezioni
    • rimangono serenamente a scuola, ma quando arriva il momento del pranzo chiedono insistentemente di andare a casa
    • hanno costantemente paura che possa accadere qualcosa a loro o a mamma e papà, pertanto, rifiutano di separarsene

    Situazioni che, seppur diverse tra loro per il modo e l’intensità con cui si presentano, hanno un comune denominatore: ansia da separazione.

    Una particolare fatica che sperimentano i bambini di tutto il mondo nell’allontanarsi dai loro genitori, ma che rappresenta, addirittura, un’evoluzione indispensabile per prepararsi a diventare una persona emotivamente e mentalmente autonoma.

    Ecco perché un po’ di ansia da separazione può essere considerata sana!

    Come si manifesta l’ansia da separazione

    Caro genitore, devi sapere che crescere non significa solo conquistare determinati traguardi, ma anche perdere qualcosa.

    E siccome ciò che si perde è sempre ciò che è familiare e noto e pertanto rassicurante (le attenzioni di mamma e papà come quando si era più piccoli, il loro tempo, le loro coccole), ecco che

    la “perdita” diventa un aspetto molto faticoso da affrontare sul piano emotivo e mentale tanto da manifestarsi attraverso comportamenti insoliti, irragionevoli, anomali.

    La consapevolezza di diventare “grande” genera in tuo figlio parecchia ansia, molto più di quanto immagini.

    Ogni volta che acquisisce nuove abilità e competenze, sia fisiche che mentali, oltre ad essere affascinato ed entusiasta per le nuove esperienze, il tuo bambino sperimenta un senso di incertezza che lo spinge a ritornare piccolo come prima. Ed è proprio in questi momenti che tu, caro genitore, devi essere lì non solo per sostenerlo quando si allontana, ma anche per accoglierlo tra le braccia quando ritorna e ha bisogno di ricevere la sua dose di “rifornimento affettivo”, quella che gli permette di allontanarsi senza timori. Per poi tornare nuovamente da te a ricevere attenzioni, coccole e affetto appena si sentirà scarico.

    Esattamente come i passi di una danza – un, due, tre – tuo figlio

    • si allontana
    • sperimenta la paura del distacco
    • ed esprime il bisogno di essere rassicurato affettivamente.

    A partire dagli 8 mesi circa, quando comincia ad avere la percezione del familiare e dell’estraneo, l’intero sviluppo di tuo figlio sarà caratterizzato ciclicamente da questo comportamento. Man mano che crescerà ci saranno momenti in cui sembrerà attirato come da una calamita da tutto ciò che è nuovo e diverso, altri durante i quali tornerà a cercare conforto e rassicurazione nel suo mondo di sempre.

    Come reagire di fronte all’ansia da separazione dei propri figli

    Certo, non tutti i bambini esprimono allo stesso modo l’ansia da separazione. Molto dipende dalla combinazione di diversi fattori: le caratteristiche genetiche, il temperamento, il tipo di attaccamento con mamma e papà, l’ambiente a cui ciascuno è esposto, le reazioni dei genitori di fronte alla fatica del proprio figlio di fronteggiare l’ansia.

    Ed è proprio su questo ultimo aspetto che vorrei invitarti a riflettere.

    Potrebbe accadere infatti che, nel tentativo di gestire la situazione, tu finisca per rinforzare le reazioni emotive di tuo figlio.

    Oppure, di fronte alle sue manifestazioni del tutto incomprensibili potresti irritarti e spazientirti dicendogli: “Ma come! Quando eri più piccolo eri coraggiosissimo e adesso che sei cresciuto hai tutte queste paure?”.

    Niente di più nocivo in quei frangenti!

    Questo tipo di reazioni genitoriali risultano molto insidiose in quanto rischiano di consolidare nel bambino la convinzione di essere pauroso, ansioso e di provare qualcosa di sbagliato di cui vergognarsi.  Ciò di cui ha veramente bisogno il tuo bambino è di essere compreso e rassicurato perché

    i bambini che soffrono di un’ansia da attaccamento amplificata richiedono una dose maggiore di amore, affetto, coccole e pazienza che li aiuti a interiorizzare un senso di sicurezza profondo e duraturo.

    Voglio, però, che tu sappia una cosa molto importante, caro genitore.

    Questa interiorizzazione non avviene in un batter d’occhio.

    Ci vorranno un’infinità di volte in cui consolerai tuo figlio, lo incoraggerai e gli farai capire che può contare su di te.

    Si lo so, purtroppo è sempre più diffusa l’idea che con i figli sia possibile ottenere risultati immediati e senza grandi sforzi. In realtà educare un bambino è un processo che richiede tempo, pazienza, perseveranza e duro lavoro.

    L’ansia da separazione dei genitori

    La relazione con i nostri figli è influenzata anche da una cultura familiare che si tramanda di generazione in generazione, a livello profondo e inconsapevole, ma che impatta notevolmente sul nostro modo di essere genitori.

    Una maggiore conoscenza di questa cultura può sicuramente aiutarci a costruire una relazione più efficace con i nostri figli.

    Per esempio: in che modo venivano vissuti il distacco e le separazioni dai tuoi genitori, durante la tua infanzia?

    Perché sai, un conto è confrontarsi con una cultura familiare che comunica l’idea che separarsi è un’esperienza emotivamente faticosa ma possibile, un’altra cosa è aver assorbito la convinzione che separarsi non è proprio possibile, è troppo rischioso, ci si può smarrire.

    La mia esperienza più che ventennale di lavoro con i genitori mi conferma che, spesso, dietro all’ansia da separazione che i bambini esprimono con i loro comportamenti incomprensibili e illogici ci sia la fatica di una mamma o di un papà a tollerare il distacco.

    “Noi siamo gli adulti e il bambino dipende da noi; le sue sofferenze, a dispetto delle nostre buone intenzioni, provengono da noi. Se, per un errore da parte nostra, questi mali si producono, allora è necessario che l’atteggiamento dell’adulto sia riformato”. Maria Montessori

    Anche per questo ho ideato una Scuola Genitori – https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/scuola-genitori-secondo-approccio-montessoriano/ – che, a differenza di altre proposte formative, accompagna con continuità le mamme e i papà nelle diverse fasi di crescita dei loro figli, per aiutarli ad affrontare le situazioni faticose in modo diverso ed efficace e stabilire relazioni sicure ed empatiche con i propri bambini.

    Cara mamma, caro papà, se il comportamento di tuo figlio ti sta preoccupando, guarda dentro di te, ai tuoi sentimenti sulla separazione.

    Potresti essere tu, più di lui, a fare fatica quando siete lontani.

    Il più delle volte, sono le nostre esperienze interne a rinforzare alcuni strani comportamenti dei nostri bambini. È il caso in cui, da esseri straordinariamente empatici quali sono, riescono a captare il nostro malessere e allora per cercare di “proteggerci” si rifiutano di lasciarci!

    Le questioni che abbiamo lasciato in sospeso si ripercuotono inevitabilmente sul nostro modo di essere genitori e provocano in noi e nei nostri figli frustrazioni e conflitti che potrebbero essere evitati.

    I miei corsi possono aiutarti a diventare un genitore migliore, a lavorare sui tuoi automatismi e a trasformare le situazioni faticose e frustranti in un vantaggio incredibile per te e per i tuoi bambini.

    Per iniziare il prima possibile a scoprire i risultati che puoi ottenere, ti basta contattarmi compilando il modulo qui sotto

  • I Bambini e i mostri sotto il letto! Come rassicurarli quando non vogliono andare a dormire

    I Bambini e i mostri sotto il letto! Come rassicurarli quando non vogliono andare a dormire

    Forse ti stai chiedendo come mai il tuo bambino ha cominciato ad avere paura di cose del tutto irrealistiche e assolutamente immaginarie, come i mostri sotto il letto.

    Non te ne fai una ragione.

    Ma soprattutto non sai più cosa inventarti per tranquillizzarlo; ogni sera, quando si fa ora di andare a dormire ti si attacca come una ventosa e con voce piangente ti dice che lui a letto non ci vuole andare…perché ci sono i mostri!

    Sai, per almeno i primi 7 anni di vita, l’immaginazione dei bambini può essere così nitida e vivida da provocare la stessa reazione paurosa scatenata da un pericolo “reale”.

    E’ proprio per questo motivo che raccomando ai genitori che incontro quotidianamente di fare molta attenzione a ciò che i loro figli guardano alla tv o sui vari dispositivi elettronici. Certi film o cartoni animati con le loro immagini e musiche spaventose possono contribuire, infatti, a un tale sovraccarico sensoriale da intensificare notevolmente le paure irrazionali tipiche dell’infanzia. I bambini fino a 6/7 anni circa non riescono a ragionare sul piano astratto, perciò, faticano a distinguere tra realtà e immaginazione, a tal punto che persino i giochi di luci e ombre sui muri hanno il potere di trasformare gli oggetti in qualcosa di terrificante e irriconoscibile.

    Questo per dire che

    I mostri esistono davvero…per tuo figlio, e il più delle volte rappresentano ciò che gli fa paura, ma a cui non riesce a dare un nome.

    Per esempio, spesso, anche i più grandicelli, vivono paure inspiegabili e così profonde da non riuscire a verbalizzarle. Potrebbero temere di rimanere soli, di essere abbandonati, potrebbero percepire che in casa c’è qualcosa che preoccupa mamma e papà – problemi di lavoro, di salute, incomprensioni – oppure avere paure legate alla scuola e agli amici.

    Cosa succede in questi casi?

    Nell’incapacità di comprendere ed esplicitare emozioni così forti i bambini le “traducono” in qualcosa di concreto come i mostri, i fantasmi, le streghe. Ecco perché è importante, anche quando non comprendi come mai tuo figlio è in ansia e ha paura, partire sempre dal presupposto che si tratta di un valido motivo. Almeno per lui!

    Perciò, di fronte alle sue paure irrazionali ricordati di confortarlo, come se la paura fosse “reale”, perché per lui lo è davvero. “Il bambino ha paura, non ha torto, né ragione, ha una ragione (o parecchie) per avere paura, anche se lui non la (le) conosce ancora, così come non la (le) conoscete voi”. I. Filliozat

    Ora, una volta compreso che è normale che tuo figlio manifesti certe paure, nonostante possano sembrarti immotivate o persino “sciocche”, vorrei suggerirti alcune strategie utili per rassicurarlo quando ti dice che non vuole andare a dormire perché sotto il letto ci sono i mostri.

    • Fai attenzione a non sminuire o addirittura ridicolizzare tuo figlio per le sue paure. Bandisci dal tuo vocabolario frasi come “Non c’è niente di cui aver paura!”, “Ma quanto sei fifone!”. Se un bambino si sente sminuito o deriso la sua paura non andrà via, ma si cristallizzerà e la sua fiducia nei confronti dell’adulto verrà meno. Piuttosto, è di fondamentale importanza allearsi emotivamente con lui, fargli capire che abbiamo compreso che è spaventato e che è legittimo avere paura: ”Capisco la tua paura. Vediamo cosa possiamo fare per farla andare via”.

    • Aiuta concretamente tuo figlio a distinguere la realtà dall’immaginazione. “Sotto il letto ci sono i mostri? Prendiamo la torcia e andiamo un po’ a vedere! Vedi che non ci sono”. In questo modo si sentirà preso sul serio e soprattutto gli avrai dato modo di rendersi conto che i mostri in fondo sono innocui, non si vedono neanche e forse non esistono.

    • Evita di utilizzare frasi come “Non urlare altrimenti arriva l’uomo nero!”, “Non allontanarti perché puoi incontrare la strega cattiva!” per farti ascoltare da tuo figlio. Rischieresti di confonderlo, disorientarlo e fargli credere che le sue paure sono reali.

    • Non mostrarti eccessivamente spaventata/o o allarmata/o perché questo potrebbe amplificare le paure del tuo bambino. Ricorda che ciò che gli risulta più rassicurante è percepire la tua calma, la tua capacità di accogliere i suoi stati d’animo per aiutarlo a fare chiarezza dentro di sé, la tua attenzione e il tuo incoraggiamento che lo guidano amorevolmente nel rendersi conto che non ci sono mostri sotto il letto.

    • Aiuta tuo figlio a familiarizzare anche con le emozioni “mostruose”. Mi spiego. I mostri, talvolta, possono essere emozioni mascherate: rabbia, tristezza collera, frustrazione…Se il tuo bambino non si sente legittimato nell’esprimerle, ogni volta che le proverà le giudicherà negativamente, tenterà di allontanarle, negarle. Ecco che esse torneranno da lui sotto forma di personaggi mostruosi e gli incuteranno paura. Perciò, la prossima volta che sarà molto arrabbiato ricordati di dirgli che tutti a volte si arrabbiano e che può esprimere questa emozione alzando il tono di voce o prendendo a pugni il suo cuscino. In questo modo imparerà ad accettare i “mostri” che vivono dentro di lui, ma soprattutto saprà controllarli.

    • Insegna a tuo figlio a trasformare le sue immagini mentali, per renderle meno paurose o più buffe. Puoi suggerirgli di immaginare il mostro con il pannolone o in costume da bagno, oppure potresti inventare una storia in cui i mostri vengono sconfitti. Ancora, individua un oggetto che possa servire al tuo bambino per “difendersi”: una bomboletta spray da spuzzare all’occorrenza sui mostri, o una torcia “cacciamostri” che li faccia scappare a gambe levate. E perché no? Potreste creare un cartello, disegnandolo in modo un po’ divertente, da mettere sulla porta della sua stanza e sul quale scrivere “Vietata l’entrata ai mostri”.

    Per concludere, non dimenticare che…

    I mostri sotto al letto sono perlopiù legati alla paura del buio, di andare a letto e addormentarsi.

    Con il buio si può perdere l’orientamento, tutto appare diverso, gli oggetti si trasformano e possono sembrare altro – l’armadio può trasformarsi in un gigante! – e allora è comprensibile che un bambino si senta solo e impaurito. A volte, perciò, può bastare poco…e i mostri spariscono: una lucina sul comodino, una torcia da tenere in mano, stelline e lunette fosforescenti con cui illuminare la notte.

    La paura di andare a dormire è più legata, invece, alla separazione che, per tutta l’infanzia, produce una reazione di allarme nei bambini.

    Rispondere in maniera “sensibile” alla richiesta di vicinanza e di rassicurazione di tuo figlio, durante il momento dell’addormentamento, è fondamentale. Gradualmente, si tranquillizzerà e consoliderà la consapevolezza che la mamma e il papà sono pronti ad accorrere e accogliere in maniera efficace il suo bisogno.

    Non solo.

    Nel tempo, lui stesso diventerà capace di calmarsi da solo e addormentarsi senza l’aiuto dell’adulto.

    Non dimentichiamo che l’educazione come “aiuto alla vita” di montessoriana memoria implica il saper riconoscere, accogliere e rispondere ai bisogni reali dei bambini, corrispondendo a questi bisogni al momento giusto e fornendo il “nutrimento” fisico, affettivo ed emotivo più adatto a ciascuno di loro.

    “L’adulto passa davanti accanto a questo mistico amore senza riconoscerlo: ma badate, quel piccino che vi ama crescerà e scomparirà. Chi vi amerà come lui? Chi vi chiamerà andando a letto, dicendo affettuosamente – Stai qui con me – anziché dire con indifferenza – Buonanotte -? Chi desidererà altrettanto ardentemente starci vicino (…), soltanto per guardarci? Noi ci difendiamo da quell’amore e non ne troveremo mai un altro uguale!” M.Montessori

    Se quello che hai appena letto ha risuonato dentro di te e senti che quello che ti serve è un nuovo punto di vista, allora contattami per fissare una consulenza. Compila e invia il modulo qui sotto con la tua richiesta

  • “Mamma, anche tu morirai?”. Come affrontare il tema della morte con i tuoi figli

    “Mamma, anche tu morirai?”. Come affrontare il tema della morte con i tuoi figli

    Tra i genitori che incontro durante le consulenze o i percorsi di Scuola Genitori c’è sempre qualcuno di loro particolarmente preoccupato perché non sa come affrontare il tema della morte con i propri figli.

    Spesso i bambini fanno domande esplicite su questo argomento dopo aver guardato un film, aver ascoltato un telegiornale. Altre volte l’occasione è rappresentata dalla morte di un animale domestico o dall’aver perso un parente caro.

    “Perché si muore?”, “Il criceto non si muove più, come mai mamma?”, “Papà, perché il nonno non torna più?”, “Mamma, anche tu morirai? Io non voglio!”

    Certo, è assolutamente normale sentirsi a disagio di fronte ai quesiti esistenziali che ci pongono i nostri figli.

    Quando diventiamo genitori quello che desideriamo di più è che loro siano felici.

    Sentiamo di doverli proteggere da tutto ciò che, in qualche modo, possa mettere a repentaglio la loro serenità. Perciò, la tristezza e le emozioni dolorose che provano entrano automaticamente in conflitto con il nostro desiderio di vederli sempre felici e contenti.

    Se mi conosci e mi segui da un pò sai che, come pedagogista montessoriana, il mio principale obiettivo è offrire ai genitori gli strumenti di cui hanno bisogno per accompagnare in modo efficace la crescita dei propri figli e contemporaneamente occuparsi della propria come genitore.

    Perciò, ho raccolto in questo articolo alcune informazioni per aiutarti a utilizzare l’approccio migliore nel parlare del tema della morte con i tuoi figli.

    Voglio segnalarti tre domande che dovresti assolutamente porti prima di affrontare la questione.

    1) Tuo figlio ha la maturità cognitiva per comprendere concetti molto complessi come l’irreversibilità?

    Questa è sicuramente la prima domanda da farsi.

    Fino ai 6/7 anni i bambini non riescono a comprendere appieno il concetto di morte come qualcosa di non modificabile.

    E la morte rappresenta l’evento irreversibile per eccellenza.

    Proprio per questo sono assolutamente da evitare frasi come “Il nonno è andato via e non torna più” o l’utilizzo di un linguaggio metaforico “si è addormentato per sempre”.

    Si tratta di espressioni che possono confondere un bambino piccolo a cui non interessano spiegazioni filosofiche, ma che ha invece bisogno di adulti che parlino con lui attraverso un linguaggio concreto: “Il nonno è morto: non respira più, non cammina più, non mangia più. Lo metteremo sotto terra come abbiamo fatto con il criceto e andremo a portargli dei fiori”.

    Anche se questo modo di descrivere la situazione può sembrarti eccessivamente crudo e aggressivo, in realtà risulta meno spaventoso di altre spiegazioni che richiederebbero una capacità immaginativa e di ragionamento che va oltre la dimensione concreta.

    E che il bambino al di sotto dei 7 anni non possiede ancora.

    Dirgli “il nonno ci ha lasciato” lo sconcerta. Non può crederci e rischia di suscitare in lui rabbia e rancore nei confronti del nonno perché se n’è andato, e proprio per questo è da considerarsi “cattivo”.

    Piuttosto, per aiutare un bambino così piccolo – che non è ancora in grado di spiegarsi l’irreversibilità di un evento – ad avere la percezione che in qualche forma la relazione con la persona a lui cara continua sono indispensabili i riti, come, per esempio, dare sepoltura al proprio animale o andare al cimitero “a trovare il nonno per raccontargli come va a scuola…”.

    2) Pensi che sia meglio evitare di parlarne per evitare di farlo soffrire?

    Spesso noi adulti siamo convinti che stiamo proteggendo i nostri figli, ma non ci rendiamo conto che in realtà gli stiamo complicando la vita.

    Succede, per esempio, nel caso in cui muore qualcuno a loro molto caro, una nonna, un fratello, un amico (ma anche un pesciolino!) e allora “raccontiamo” la morte minimizzando quanto accaduto, li lasciamo a casa con qualcuno per evitare di portarli al funerale e quando fanno domande esplicite su quanto successo o ci chiedono se anche loro e noi moriremo, rispondiamo che sono ancora troppo piccoli per capire.

    Così gli suggeriamo di “non pensarci”.

    Caro genitore, se è in questo modo che stai affrontando il tema della morte con tuo figlio, credi davvero che evitare di parlarne sia il modo migliore per non farlo soffrire?

    Devi sapere che anche se mosso da buone intenzioni dire a tuo figlio che “non sono cose a cui deve pensare un bambino” non gli servirà a non pensare a ciò che gli fa paura o lo preoccupa.

    Certo, la morte non è un argomento leggero da affrontare.

    Si tratta sicuramente di un evento molto doloroso nella vita di un bambino che gli farà provare emozioni intense di paura, tristezza, dolore perché, soprattutto se si tratta di persone a lui care, vengono a mancargli punti di riferimento importanti.

    Cercare di nascondere la verità o non dire cosa è accaduto fa sentire a un bambino che non può fidarsi degli adulti che lo circondano.

    È questo si che è un vero trauma!

    Purtroppo non possiamo evitare ai nostri figli di sperimentare prima o poi il dolore per la perdita di qualcuno.

    Possiamo e dobbiamo, invece, evitare di tradire la loro fiducia.

    Maria Montessori sosteneva che non bisogna ingannare i bambini perché ripongono fiducia totale in noi. Ogni travisamento della realtà, anche se “innocuo” rischia di rovinare il terreno su cui si costruisce una salda relazione tra loro e noi genitori.

    Cara mamma, caro papà, non è parlando della morte o vivendola direttamente, nel caso muoia una persona conosciuta, che il tuo bambino ne rimane traumatizzato.

    Piuttosto è il contrario.

    Evitare di parlarne, di ascoltare ciò che nostro figlio ha da dirci o addirittura bloccarlo se tenta di farlo, alimenta a dismisura le sue paure, lo fa sentire “sbagliato” per quello che prova e gli passa il messaggio che “è così spaventosa e terrificante che non se ne può parlare”, “se ne parlo la mamma si rattrista e si spaventa. Deve essere proprio terribile. È meglio che tenga per me questi pensieri”.

    Un bambino che trattiene un dolore per “tranquillizzare” mamma o papà terrà questa sofferenza nel più profondo del suo cuore e quando sarà adulto si sarà indurito così tanto da non essere in grado di riconoscere, accettare e comprendere le proprie e altrui emozioni.

    Attenzione, però!

    Essere schietti e sinceri con i nostri figli non significa ricorrere a spiegazioni troppo dure “La morte è la fine di ogni cosa” o a giri di parole che tentano di edulcorare il discorso.

    I bambini ne rimarrebbero impauriti, confusi. Bisogna invece fare riscorso a parole e immagini rassicuranti, comprensibili, facilmente assimilabili e offerte attraverso simboli a loro accessibili.

    Per esempio, il ciclo di vita delle piante e dei fiori o l’andamento delle stagioni possono aiutarci a spiegare ai nostri figli concetti legati alla transitorietà e alla temporaneità. E non stanchiamoci di ascoltarli, anche quando continuano a porci ossessivamente le stesse domande. In fondo, è un modo per sentirsi rassicurati.

    I bambini sono in grado di gestire la realtà molto meglio di quanto immaginiamo.

    L’importante è presentargliela amorevolmente, cercando di vedere le cose dal loro punto di vista, dandogli la possibilità di fare domande, esprimere emozioni e aiutandoli, giorno dopo giorno a prendersi cura del loro dolore, cercando qualcosa che vada bene a loro:

    • portare fiori sulla tomba
    • raccogliere foto e oggetti che mantengano vivo il ricordo della persona che non c’è più
    • piantare semi e prendersi cura di ciò che crescerà
    • regalare un cucciolo che possa fargli compagnia soprattutto quando si sentiranno soli…

    “E importante rispettare e riconoscere il dolore di un bambino. Quando tentiamo di evitarglielo è forse a noi stessi che tentiamo di evitare il dolore che ci procura il veder soffrire un bambino, ma in questo modo priviamo sia lui che noi stessi di una cosa molto importante”. A. Marcoli

    Ed ecco la prossima domanda che dovresti porti:

    3) Come risuonano dentro di te le sue parole, le sue emozioni, i suoi pensieri?

    Se sei tra i genitori che mi seguono da un po’ sai molto bene che la consapevolezza emotiva rappresenta uno dei pilastri del lavoro che svolgo quotidianamente con le mamme e i papà che si rivolgono a me per essere aiutati a realizzare nel miglior modo possibile il loro compito educativo.

    Affrontare il tema della morte con i nostri figli ci fa entrare in contatto con le nostre paure, le nostre ansie, ed è da queste che dobbiamo partire per non ostacolare il loro processo di accettazione del dolore legato a una perdita.

    L’eco di ciò che i nostri bambini vivono di fronte alla morte di qualcuno a loro familiare deve risuonare dentro di noi senza che il loro vissuto calamiti le nostre paure, le nostre angosce più profonde, la rabbia, la sofferenza. Non dobbiamo soccombere con loro, ma offrire ai nostri figli la sicurezza necessaria per affrontare le loro fatiche emotive.

    In poche parole, per aiutare i nostri figli dobbiamo prima aver elaborato noi il nostro lutto.

    Altrimenti ci sentiremo “minacciati” dalle loro reazioni e tenderemo a mettere in atto comportamenti che hanno lo scopo di prevenire o inibire le emozioni dei nostri bambini e che invieranno i seguenti messaggi “E’ insopportabile per me vederti così triste”, “Non hai il diritto di provare queste emozioni così intense, mi fai soffrire troppo”.

    Lo so. Non è facile.

    Se lo pensi non posso fare altro che darti ragione.

    Ma sappi, che è ancora più difficile essere figli nel momento in cui bisogna accollarsi le paure, le preoccupazioni, le ansie, i dolori dei propri genitori!

    Un carico di stress emotivo poco sostenibile per un bambino.

    Purtroppo, come scrive I. Filliozat “se non siamo stati autorizzati a versare lacrime quando avevamo l’età dei nostri figli, allora cerchiamo di far cessare le loro. Non vogliamo vederli soffrire perché la loro sofferenza ci mette a disagio”.

    Cosa fare allora?

    Se un dolore di vecchia data, legato a una perdita, ti blocca emotivamente, devi liberartene.

    Fa parte della tua responsabilità di genitore affinchè non siano i tuoi figli a sentirsi costretti a farsene carico. “I bambini sono pronti ad abdicare a gran parte della loro personalità per tentare di riportare il sorriso sul volto di un genitore troppo triste”. I. Filliozat

    Sulla base degli studi e delle ricerche degli ultimi decenni i genitori capaci di padroneggiare le loro emozioni sono più consapevoli delle emozioni dei propri figli ed in grado di empatizzare con loro, rasserenarli e guidarli.

    Cara mamma, caro papà, cosa stai facendo per aumentare la tua consapevolezza emotiva?

    Ricorda che tutto ciò che non hai risolto dentro di te dovrà, in un modo o nell’altro, affrontarlo tuo figlio, tua figlia.

    Se vuoi migliorarti e guarire dalla tua infanzia ferita per diventare un genitore emotivamente consapevole capace di agire affinchè le esperienze più faticose possano trasformarsi, per i tuoi figli, in opportunità di crescita, allora posso darti una mano a farlo.

    Contattami direttamente compilando e inviando il modulo che trovi qui sotto

  • Gestire la Lagna dei tuoi Figli in 3 Mosse

    Gestire la Lagna dei tuoi Figli in 3 Mosse

    Da un po’ di tempo, puntuale come un orologio, arriva il lamento di tua figlia.

    • ti chiama chiedendo – “maaammaaaaa voglio l’aaacquaaaa”, ma poi quando gliela porgi ti risponde che non la vuole
    • le proponi di entrare in vasca, invece di fare la doccia, e comincia a piagnucolare
    • le dici di “no” quando vuole il gelato prima di cena e scoppia in un pianto lamentoso
    • la mattina piagnucola perché non vuole mettere i pantaloni, ma quando le suggerisci di provare la gonna ti dice – lamentandosi – che vuole i pantaloni
    • non trova il suo peluche e fa la lagna
    • rovescia un po’ di acqua dalla brocca, mentre cerca di riempire il bicchiere, e scatta il pianto/lamento.

    “Vorrei che qualche volta piangesse per un motivo valido! Per esempio, se qualcuno le desse un morso…” ha esclamato tempo fa una mamma in consulenza. “Non mi fraintenda dottoressa, non sto dicendo che preferisco che le facciano del male. Ma non capisco perché qualsiasi cosa la mandi in crisi. Anche quando non ce ne sarebbe motivo! E comunque le ho provate tutte. Mi sono arrabbiata, l’ho rimproverata, in altri momenti ho cercato di spronarla…ma il piagnisteo continua ancora a regnare sovrano!”.

    Cara mamma, caro papà, forse anche tu ti trovi ad avere a che fare con questo tormentone infantile e non sai come venirne fuori.

    Beh, lasciami dire che non sei sola/o. 

    Sono certa che non esiste un genitore che non abbia avuto mai a che fare con la lamentosa cantilena dei propri figli.

    Ma sono anche convinta che spesso dietro ai loro comportamenti irragionevoli si nascondano motivi diversi da quelli a cui abbiamo sempre pensato che, pertanto, richiedono nuovi approcci per essere affrontati in modo efficace.

    I BAMBINI FANNO LA LAGNA PERCHE’ SANNO CHE FUNZIONA!

    Quando i nostri figli piagnucolano, sanno che la nostra attenzione si focalizzerà su di loro. Certo non lo fanno per irritarci o manipolarci. Si lamentano perché non riescono ancora a gestire bene tutti gli impulsi interiori come la stanchezza, la noia, la fame o le richieste esterne come il dover attendere, prendere la medicina, lasciare il confort di casa propria per andare a scuola e non conoscono un modo più maturo di esprimere i bisogni.

    È rilevante, perciò, riuscire a rispondere adeguatamente ai loro lamenti.

    Se lo facciamo cedendo alle loro richieste per sfinimento o rimproverandoli – “Ti ho detto di smetterla!”, gli confermiamo comunque la nostra attenzione, ma non nel modo in cui ne avrebbero necessità. E’ molto probabile, allora, che continueranno a lamentarsi perché, in questo modo rinforziamo il comportamento che non vorremmo che si ripetesse.

    COME FARE QUINDI PER FAR CESSARE IL PIAGNUCOLIO?

    1. Sintonizziamoci sulla lunghezza d’onda dei loro sentimenti e accentuiamo il positivo

    Quando i nostri figli ci danno filo da torcere con il lamento è come se ci dicessero: “Mamma, papà, ho bisogno di fare pratica su come esprimere in modo adeguato la mia frustrazione perché mi dici di no, perché sono stanco, perché vorrei più attenzioni da parte tua”. Ed è proprio in questi momenti che i bambini hanno maggiormente bisogno del nostro aiuto, della nostra comprensione.

    La prima cosa da fare, perciò, è quella di sintonizzarsi con il loro stato emotivo, con la loro vita mentale interiore, mettendoci sulla stessa lunghezza d’onda dei loro sentimenti, dei loro pensieri, di tutto ciò che è importante per loro. Sintonizzarsi emotivamente significa proprio “sentire ciò che sentono”: “Ti capisco, non è facile”, “Anch’io al tuo posto mi sentirei così arrabbiata”.

    Più che sul comportamento in sé, dovremmo rivolgere la nostra attenzione al vissuto emotivo che ha provocato quel comportamento, resistendo all’impulso di lasciarci prendere dalla rabbia o di fare la cosa più facile e veloce.

    È solo entrando in sintonia con i loro stati d’animo che mettiamo i nostri figli nelle condizioni di imparare a “comportarsi bene”.

    Nel caso della lamentela una strategia utile è quella di sottolineare i lati positivi del comportamento dei nostri figli, concentrandoci su ciò che vogliamo piuttosto che su ciò che non vogliamo: “Chiedimelo con la tua voce normale che mi piace molto, altrimenti non capisco”.

    2. Impariamo a dire di NO con amorevole fermezza

    Quando cediamo alle lamentele dei nostri figli dopo avergli detto di no è perché in quel momento è molto più facile fare così. Lasciargli guardare uno, due, tre cartoni in più di quelli che avevamo concordato, per evitare che si mettano a strillare e partano “in quarta” con la lagna, sarà molto più semplice nell’immediato, ma a lungo termine i nostri bambini continueranno ad aspettarsi di poter avere sempre tutto quello che vogliono nel momento in cui lo vogliono.

    Entrare in empatia con gli stati d’animo dei nostri figli, con i loro desideri non significa dargli qualsiasi cosa chiedano, cedendo ai loro voleri. Da un po’ di tempo a questa parte, si è creato un grande malinteso su cosa significhi crescere i figli con amore e tenerezza, un malinteso che porta i genitori a confondere l’indulgenza con l’amore e la comprensione.

    Ecco che di fronte al primo piagnucolio si arrendono, abdicano al loro ruolo di guida.

    “Siamo talmente ansiosi di correre in suo aiuto, ci sembra che il peso della crescita e dello sviluppo sia così grande che dobbiamo fare tutto il possibile per facilitargli il cammino. E così il nostro amore rischia di strafare; distoglie il bambino dal sentiero naturale dello sviluppo, dirotta la sua energia in modo che questa ritorni su se stessa generando molte malattie nervose e un ventaglio di altre caratteristiche indesiderabili che avrebbero potuto essere evitate”. Maria Montessori

    Amare i nostri bambini non significa evitargli ogni frustrazione.

    Sappi che il cervello, mentre si fanno determinate esperienze, crea delle associazioni. Cedere a ogni loro richiesta ci porterà nel tempo a dover gestire le pretese e la rabbia che esprimeranno ogni volta che non otterranno quello che vogliono. In base, infatti, alle esperienze passate si aspetteranno di averla vinta ogni volta.

    Possiamo invece dire di NO amorevolmente e con la consapevolezza che stiamo facendo la cosa giusta. Più ci dimostreremo sicuri, tranquilli e  affettuosi nel dire di NO, più facile sarà per i nostri figli comprenderlo.

    3. Diamo ai nostri figli una quantità sufficiente di attenzioni

    Ritagliamoci ogni giorno 10/15 minuti da trascorrere esclusivamente con i nostri bambini per condividere insieme un’attività – una lettura, la preparazione della merenda, un gioco, una passeggiata – o semplicemente per parlare e ascoltare ciò che hanno da raccontarci. Mi raccomando, TV e cellulari spenti!

    Facciamo in modo che si caratterizzi come un momento “magico”, che torna regolarmente ogni giorno e che proprio per queste assume un potere rassicurante con un unico messaggio: “Siamo qui l’uno per l’altro e ci ascoltiamo”.

    In un tempo in cui la nostra quotidianità è messa a dura prova dai ritmi frenetici a cui siamo continuamente sottoposti, i bambini possono avvertire che anche se siamo presenti fisicamente accanto a loro, non lo siamo altrettanto con la nostra mente perché focalizzati sul tenere sotto controllo più elementi (il lavoro, la cura delle relazioni familiari, della casa…) e con la cosante preoccupazione di non arrivare a fare tutto quello che abbiamo programmato.

    Ecco che nella paura di “perderci”, diventano insopportabili, lagnosi e poco collaborativi.

    CONSIDERAZIONI FINALI

    Non dimentichiamo che i buoni comportamenti non si consolidano da un giorno all’altro, quindi disinnescare il lamento dei nostri figli può richiedere giorni e persino settimane di impegno da parte nostra. Tuttavia, con un po’ di pazienza, pratica ed esercizio di consapevolezza, li aiuteremo a disimparare una modalità “inefficace” per impararne una molto più efficace.

    Contattami se hai bisogno di aiuto e vuoi parlare con un’esperta che ti aiuti a svolgere nel modo migliore il tuo compito educativo

  • Il Bambù e Il Valore dell’Educazione a Lungo Termine

    Il Bambù e Il Valore dell’Educazione a Lungo Termine

    Cara mamma, caro papà,

    ti capita mai di sentire che tutto l’impegno, l’amore e l’energia che dedichi ogni giorno alla relazione con i tuoi figli… non si traduce nei risultati che speravi?

     

    Se è così, leggi attentamente questa storia perché potrebbe aiutarti a guardare la tua esperienza con occhi completamente nuovi.

     

    In un tempo lontano, due agricoltori stavano passeggiando tranquillamente tra il mercato, quando qualcosa attira la loro attenzione. In una bancarella vi erano dei semi che non avevano mai visto, così decisero di chiedere cosa fossero al venditore della bancarella. Uno dei due uomini chiese al commerciante: “Che semi sono questi?”. “Sono semi di bambù, sono speciali e vengono dall’Oriente”, rispose il commerciante. “E perché sono così speciali?” chiese uno dei due agricoltori. “Se li acquisterai e li pianterai, saprai perché. Hanno bisogno di acqua e concime, nient’altro”.

     

    Così entrambi gli agricoltori comprano quei semi di bambù. Una volta tornati nei loro terreni, piantarono quei semi e iniziarono ad annaffiarli e concimarli. Ma dopo un periodo ancora non erano germogliate, a differenza di altre piante che già davano i frutti. Uno dei due agricoltori disse all’altro: “Quel vecchio mercante ci ha ingannati con i semi. Da questi semi non crescerà mai nulla”. E decise di smettere di prendersene cura. L’altro invece continuò a coltivare i propri semi, dando loro tutta l’acqua e il concime necessari. Continuava a passare il tempo, ma i semi non germogliavano. 

     

    L’agricoltore era ormai sul punto di gettare la spugna, quando un bel giorno vide che il bambù stava finalmente crescendo. Ma non solo, l’uomo era rimasto letteralmente sorpreso per il fatto che in sole sei settimane le sue piante avevano raggiunto un’altezza di 30 metri. Come è possibile che il bambù abbia impiegato 7 anni per germogliare e che in sole sei settimane sia riuscito a raggiungere una tale altezza? Molto semplice: durante i 7 anni di apparente inattività, il bambù stava generando un complesso sistema di radici che gli avrebbe permesso di crescere così tanto.

    (Leggenda Giapponese – Autore Sconosciuto)

     

    Questa antica leggenda ci insegna qualcosa di fondamentale sull’educazione.

    Forse anche tu, oggi, ti senti come quel primo contadino.

    • Ti stai impegnando
    • studi
    • leggi
    • applichi
    • provi

    ma…

    • ti mancano le forze per gestire le crisi improvvise
    • perdi la pazienza più spesso di quanto vorresti
    • a volte gridi. A volte minacci. Anche se dentro ti senti in colpa, subito dopo
    • ti sembra di non riuscire a “raggiungere” tuo figlio, tua figlia. Di parlare un linguaggio diverso.

    Eppure, non fai altro che cercare di fare la cosa giusta.
    Rimani calma/o. Cerchi dialogo. Offri amore, disponibilità, presenza.
    Ma… quel cambiamento che sogni non arriva mai.

    Forse perché, come per il bambù, quello che sta crescendo… non lo puoi vedere. Non ancora.

     

    Essere genitori oggi è una delle sfide più grandi.

    Soprattutto in un mondo dove ti vendono soluzioni istantanee per ogni cosa.
    Percorsi “miracolosi” che promettono bambini perfetti in 3 settimane.

    Ma la verità è questa:

    I bambini non sono problemi da risolvere. Sono radici da nutrire.

    E ogni volta che ti sembra di fallire, forse in realtà stai solo costruendo invisibilmente il futuro di tuo figlio.
    Come il bambù.

    Accompagnare un figlio nel suo percorso di crescita non è una corsa al risultato. E’ un processo.  Richiede tempo, presenza e strumenti reali.

    Non serve sopravvivere alle urla in fila al supermercato.
    Serve costruire un dialogo che durerà anni.

    Non serve “farlo/a smettere di piangere”.
    Serve insegnargli/le a reggere la frustrazione, la rabbia, la fatica di vivere.

    Per questo ho creato un percorso continuativo, la Scuola Genitori – ispirata all’approccio montessoriano –
    che ti accompagna passo dopo passo, nelle sfide vere, nei giorni difficili, quando nessun consiglio generico basta https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/scuola-genitori-secondo-approccio-montessoriano/ .

    Ci vogliono nove mesi perché un bambino nasca, così come ogni seme ha bisogno di stare sotto terra per un po’ di tempo prima di germogliare e crescere. E occorre tempo perché un bambino cresca, si sviluppi e impari a controllare i suoi impulsi.

    Impiegherà 25 anni per sviluppare pienamente la sua capacità di autocontrollo.
    Serve, perciò, pazienza.
    Serve saper reggere il “non ancora”.

    Cara mamma, caro papà,
    smetti di misurare il tuo valore con risultati immediati.
    Smetti di pensare che tuo figlio, tua figlia debba “comportarsi bene” per dimostrarti che stai facendo un buon lavoro.

    Tu stai seminando. E le radici sono la parte più importante.

    Anche quando non le vedi.

    Il tuo bambino, la tua bambina sta crescendo. Sta assorbendo ogni tuo gesto, ogni parola, ogni sguardo.
    Sta creando dentro di sé le basi per diventare una persona libera, consapevole, forte.

    E tu puoi accompagnarlo/a lì.

    “I vostri figli piccoli sono donne e uomini in formazione. Vedrete, nel corso degli anni, come il segreto della loro infanzia si trasformi in adulta fermezza di carattere e in meravigliosa indipendenza”. Maria Montessori

    Se oggi ti senti bloccata/o, esausta/o o confusa/o… non aspettare ancora.

    Prenota ora la tua videocall gratuita con me.
    Perché ogni giorno che passa senza una guida concreta, è un giorno in cui ti affidi al caso.

    Tu non sei sola/o.
    E tuo figlio, tua figlia merita un genitore che ha gli strumenti per capirlo/a davvero.

    Fallo adesso. Per lui, lei. Per te. Per il futuro che state costruendo insieme.

    Contattami direttamente, scrivendo una mail a info@localhost

  • Mio Figlio Mi Dà Filo Da Torcere! Montessori Per Un’Educazione Amorevole e Consapevole

    Mio Figlio Mi Dà Filo Da Torcere! Montessori Per Un’Educazione Amorevole e Consapevole

    Quante volte, in preda allo sconforto e al senso di impotenza di fronte al rifiuto di tuo figlio di fare ciò che gli chiedi, ti sei ritrovata/o a dire “Mio figlio mi dà filo da torcere!”.

    Momenti in cui ti sembra di non farcela più e durante i quali provi la sensazione che, letteralmente sordo alle tue richieste, ti dia “filo da torcere” con i suoi comportamenti esagerati e scorretti, non permettendoti, in questo modo, di essere la “brava” mamma o il “bravo” papà che vorresti essere!

     

    Probabilmente in queste circostanze ti domandi se esista da qualche parte un approccio educativo equilibrato e “giusto” che ti aiuti ad essere convincente, in modo che il tuo bambino possa rivelarsi più collaborativo nei tuoi confronti. Soprattutto quando:

    • piange apparentemente senza nessuna ragione
    • si butta per terra perché gli hai appena detto che quel gioco non glielo compri
    • si rifiuta di collaborare e ad ogni tua richiesta ti risponde “Non voglio farlo!”
    • strilla perché vuole continuare a guardare i cartoni, nonostante avevate concordato che dopo due episodi avresti spento la TV
    • dice parolacce
    • non vuole andare a dormire la sera
    • ti dice le bugie.

    Esperienze che ultimamente la pandemia ha reso ancora più faticose da sostenere! E alle quali si aggiungono nuove paure da parte dei nostri figli: irrequietezze notturne (tornano spesso nel lettone, si risvegliano più volte) e reazioni spropositate di fronte a richieste apparentemente semplici – “E’ ora di fare la doccia!”, “Metti il pigiama!”, “Preparati che dobbiamo uscire!”.

    E a te viene da dire: “Me lo fa apposta, per provocarmi!”, “E’ capriccioso!”, “Si impunta!”, “Mio figlio mi dà filo da torcere!”.

     Il braccio di ferro è dietro l’angolo! Così come le tue reazioni automatiche!

     

    Frequentemente, sono queste le difficoltà dei genitori con cui entro quotidianamente in contatto durante le consulenze o i percorsi di Scuola Genitori.

    Non sanno più come comportarsi. Spesso hanno provato a fare finta di niente, a rimanere fermi sulle loro posizioni, a non cedere, hanno cercato risposte in rete, hanno letto tanti manuali sull’educazione. Le hanno davvero provate tutte!

    In alcuni casi, ciò che ha funzionato bene qualche giorno prima, ha sortito l’effetto contrario successivamente, anche di fronte allo stesso comportamento del proprio figlio.

    Tanti di loro mi raccontano di sentirsi come se avessero perso la bussola. Si sentono in balìa di sentimenti di ansia e inadeguatezza. E si domandano se esista una soluzione a tutto questo, un modo giusto per disinnescare tutte quelle situazioni che portano all’esasperazione, una soluzione che potrebbe aiutarli a sentirsi genitori migliori, a non scivolare nelle sabbie mobili dei sensi di colpa che provano quando reagiscono come non avrebbero voluto!

    “Cosa devo fare, Daniela?”, “Come devo comportarmi?”, sono le domande più frequenti che le mamme e i papà mi rivolgono.

    Forse te lo stai chiedendo da tempo anche tu cara mamma, caro papà che mi leggi.

     

    Innanzitutto, devi sapere che essere genitori è un compito complesso e ricco di sfide. Non è un gioco da ragazzi!

    Come mamma di una bambina conosco molto bene le difficoltà del mestiere. L’ho detto e scritto spesso.

    La mia pazienza non è illimitata e anche a me è capitato e capita ancora, a volte, di non riuscire nel mio intento, pur mettendo in campo le migliori strategie.

    Ma ci sono delle consapevolezze che ho guadagnato con tanto studio, tanto entusiasmo e tanto tanto lavoro su di me che si riflette nella relazione con mia figlia. Grazie a Maria Montessori ho compreso determinate cose, mi ci sono anche scontrata con esse e nel tempo ho imparato a gestirle con maggiore serenità. Ho fatto dell’errore il mio migliore amico e questo ha modificato positivamente la percezione dei miei sbagli, ma anche di quelli della mia bambina. Ho imparato, così, a educare con amorevole consapevolezza. Per questo, mi sono posta l’obiettivo di trasferire quanto ho acquisito ai genitori che desiderano vivere la relazione con i loro figli in modo emotivamente sostenibile, adottando uno stile educativo che invece di continuare a “infiammare” gli animi è in grado di riportare alla calma sia i bambini che gli adulti.

     

    La via maestra per vivere relazioni soddisfacenti con i nostri figli è la conoscenza profonda dei loro bisogni e contestualmente un percorso di consapevolezza che ci permetta di “riprogrammare” le nostre convinzioni sull’educazione.

    Non ci sono altre strade.

    Si, hai letto bene. Non ci sono altre strade.

    Perciò, se vuoi diventare il genitore che avresti voluto avere da bambino non devi affannarti a cercare le risposte, ma impegnarti a porti le giuste domande. Ti accorgerai, strada facendo, che il più delle volte sono proprio queste a mancare.

    Chi è il mio bambino? In che modo lo guardo? In profondità o in superficie? Cosa penso di lui? In che modo la mia storia d’infanzia influenza il nostro rapporto?

     

    Essere un genitore sufficientemente buono non significa imparare tecniche e strategie che sì, potranno sortire qualche buon effetto nell’immediato, ma a lungo termine, se non avrai lavorato su di te, si riveleranno solo delle chimere.

    “L’adulto non può diventare maestro d’amore senza un esercizio speciale e senza aprire gli occhi della coscienza, per vedere un mondo più vasto”.

    Maria Montessori

     

    No, non sto dicendo che dobbiamo andare avanti a tentoni senza avere in mente procedure ben precise, ma come ho già scritto nel mio articolo https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/stai-affilando-lascia/ le tecniche e le strategie non faranno di te un genitore migliore se prima non sarai pronto a metterti in discussione, a “riprogrammare” le tue credenze sull’educazione, a cambiare il tuo paradigma, ad uscire dai tuoi schemi mentali, a spostare il tuo “focus” dal “cosa fare” al “come farlo”.

     

    Perciò, quando tuo figlio ti dà “filo da torcere”, in realtà, non lo fa perché è mosso dall’intenzione di metterti in difficoltà. Ti sta, invece, comunicando che le sue emozioni hanno preso il sopravvento, in modo “incontrollato”, sulla sua capacità di pensare e reagire adeguatamente.  I nostri figli non si comportano in modo scorretto perché vogliono indispettirci, ma perché le zone cerebrali preposte al controllo e alla gestione degli impulsi, delle emozioni, delle frustrazioni non sono ancora mature e loro non sono in grado di relativizzare.

    Ma noi, spesso, non lo comprendiamo.

    “I capricci e le disobbedienze del bambino non sono altro che aspetti di un conflitto vitale fra l’impulso creatore e l’amore verso l’adulto, il quale non lo comprende. Quando, invece di trovare obbedienza, insorge un capriccio, l’adulto deve pensare sempre a cotesto conflitto e individuarvi la difesa di un gesto vitale necessario allo sviluppo del bambino”.

    Maria Montessori

     

    Né l’ostinarci a rimanere sulle nostre posizioni, costringendo i nostri figli a fare quello che vogliamo noi – magari utilizzando minacce e punizioni -, né l’essere arrendevoli di fronte alle loro levate di scudi, lasciando che si trasformino nei nostri più spietati tiranni, rappresentano la risposta adeguata ai loro bisogni di crescita. Sia in un modo che nell’altro, nel tempo, la relazione si indebolisce e viene meno la fiducia.

     

    Ma allora, cosa si deve fare?

    Voglio offrirti tre spunti di riflessione.

     

    1. Innanzitutto bisogna imparare a considerare questi momenti, in cui i bambini sono in preda alle loro intense emozioni e non riescono a contenerle né tantomeno a controllarsi, da una prospettiva diversa. Ecco cosa scrivono J. Siegel e T. P. Bryson, voci autorevoli nell’ambito delle neuroscienze applicate all’età evolutiva: “(…) i nostri figli non vogliono sentirsi frustrati, farsi assalire dalla rabbia o perdere il controllo. Non solo non è piacevole, è anche estremamente stressante. Generalmente, il comportamento sbagliato del bambino deriva da una sua difficoltà a far fronte a ciò che succede intorno a lui – e dentro di lui. Prova emozioni intense che non ha ancora la capacità di gestire e così si comporta male. Le sue azioni – soprattutto quando è fuori controllo – ci comunicano che ha bisogno di un sostegno. Sono una richiesta di aiuto e di vicinanza”. Anche per Maria Montessori la disubbidienza del bambino è da collegarsi a una mancanza di maturità, di sviluppo della coscienza, di controllo di sé e dei propri impulsi. Per la Dottoressa, anticipatrice delle moderne scienze sullo sviluppo infantile, la capacità infantile di ascoltarci pazientemente non è immediata. Il bambino, infatti “edifica la sua mente, finchè pezzo per pezzo giunge a costruire la facoltà di capire, la facoltà di ragionare”. E’ solo adottando questo diverso punto di vista che potremo essere veramente di aiuto ai nostri figli: “Quando ci rendiamo conto che la mente infantile è diversa dalla nostra, allora tutto il concetto dell’educazione cambia e diventa quello di un aiuto alla vita del bambino e non imposizione a ritenere idee e fatti e parole nostre”.

     

    1. E’ proprio nei momenti in cui i bambini ci danno “filo da torcere” che hanno maggiormente bisogno del nostro aiuto, della nostra comprensione. La prima cosa da fare, perciò, è quella di sintonizzarsi con il loro stato emotivo, con la loro vita mentale interiore, mettendoci sulla stessa lunghezza d’onda dei loro sentimenti, dei loro pensieri, di tutto ciò che è importante per loro. Quando tuo figlio, nel pieno di una crisi di rabbia, si butta a terra piangendo o comincia a urlare come un ossesso, ti sta comunicando che è sopraffatto dalle sue emozioni e ha bisogno, perciò, che gliele rendi più sopportabili. Sintonizzarsi emotivamente con lui significa proprio “sentire ciò che sente”: “Ti capisco, non è facile”, “Anch’io al tuo posto mi sentirei così arrabbiata”. Più che sul comportamento in sé, dovremmo rivolgere la nostra attenzione al vissuto emotivo che ha provocato quel comportamento, resistendo all’impulso di lasciarci prendere dalla rabbia o di fare la cosa più facile e veloce. Sappi che, entrando in sintonia con lo stato d’animo di tuo figlio, lo metterai nelle condizioni di imparare a “comportarsi bene”. “Si tratta di dare al bambino la possibilità di svilupparsi tranquillamente secondo le leggi della sua natura. Così, egli si irrobustirà e, diventando forte, farà più di quanto non osassimo sperare in lui”. Maria Montessori

     

    1. Nella relazione con i nostri figli, ogni occasione ci offre l’opportunità di riflettere su quanto spesso le nostre risposte ai loro comportamenti “irragionevoli” siano dettate dall’automatismo: “Lo faccio per il tuo bene!”, “I grandi hanno sempre ragione!”, “Deve ubbidirmi, è una questione di principio!”. Purtroppo un approccio automatico all’essere genitore può causare, nel tempo, ferite profonde ai nostri figli: sensi di colpa, disistima, rancore…Osservati quando tuo figlio ti fa perdere le staffe. Sappi che i suoi comportamenti sollecitano in te particolari emozioni. Non respingerle. Hanno qualcosa da dirti, sulla tua persona e sul modo in cui reagisci. Poi, prova a immaginare come ti vede tuo figlio. Come si sente ad averti come genitore in questi frangenti? Questa nuova consapevolezza in che modo riesce a modificare il tuo modo di rivolgerti a lui? “I genitori dovrebbero trattare diversamente i figli, cercando di non sopraffarli, di non obbligarli con la forza. È un modo di trattare i figli meno diretto e più delicato, diverso da quanto siamo solitamente abituati a concepire nei confronti dei bambini”. Maria Montessori

     

    S vuoi approfondire questo argomento ti suggerisco di leggere il mio libro Montessori è solo una moda se non diventi un genitore consapevole, dove troverai un capitolo intero dedicato a questo argomento https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/libro-montessori-solo-moda-se-non-diventi-genitore-consapevole/ 

    Se invece senti la necessità di una consulenza contattami direttamente scrivendo una mail a info@localhost

  • Perchè A Mio Figlio Piace Cosi’ Tanto Dire Le Parolacce?

    Perchè A Mio Figlio Piace Cosi’ Tanto Dire Le Parolacce?

    E’ indubbio. Anche se non ne comprendono il significato ai bambini piace molto dire le parolacce!

    Una predilezione molto accentuata soprattutto fra i 3 e i 7 anni circa.

    Si tratta di parole che hanno un loro fascino per le reazioni che provocano, per il loro effetto esplosivo e dissacrante, per la tonalità emotiva con cui vengono pronunciate. Ma c’è anche un altro aspetto che le rende interessanti: le parolacce sono “permesse” solo ai grandi. I bambini non possono dirle, sono brutte, cattive e soprattutto a loro sono vietate! E così, per il gusto del proibito, nel momento in cui mamma e papà esclamano: “Guai a te se la ripeti ancora!”, si può essere certi che un bambino comincerà a ripetere la parola sconveniente all’infinito.

    Per il piacere di giocare a “provocare” l’intervento dei suoi genitori,

    per cercare di capire con quali nuovi vocaboli può arricchire il suo vocabolario,

    perché quanto più insistente è la proibizione tanto più affascinante risulta la trasgressione.

     

    Una cosa è certa: se gli adulti non sussultano ogni volta che sentono i loro bambini dire parolacce, pian piano questa “passione” andrà scemando, tanto più se sono state apprese a scuola o al parco e in famiglia mamma e papà non le dicono.

     

    Cosa possiamo fare ancora?

    • Innanzitutto, siamo di esempio! Come possiamo pretendere che i nostri figli si esprimano sempre con un linguaggio appropriato se noi per primi ci lasciamo andare a imprecazioni e utilizziamo la parolaccia addirittura come abituale intercalare? Mai come in questi casi siamo per loro maestri di incoerenza e ipocrisia. I bambini sono frutto del loro contesto di vita. Leggi questo altro mio articolo per approfondire l’argomento https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/bambini-difficili-si-nasce-o-si-diventa/
    • Sdrammatizziamo queste manifestazioni e cerchiamo di considerarle per quello che effettivamente sono: un evento passeggero che deve fare il suo corso. Se non reagiamo con eccessive intolleranza e rigidità, il desiderio di ripetere le parolacce svanirà. Diversamente, i bambini tenderanno a parlare in modo sconveniente nei momenti meno opportuni, magari mettendoci in imbarazzo e questo contribuirà a creare un circolo vizioso da cui potrebbe essere difficile venirne fuori: più loro insisteranno, più noi rincareremo la nostra dose di rimproveri e punizioni. Non dimentichiamo che non conviene mai scivolare nella lotta e nella contrapposizione con il bambino, quel conflitto, di “montessoriana” memoria che senza tregua accompagna il piccolo dalla nascita e per tutto il suo sviluppo e che cela la grande fatica dell’adulto nel limitare il proprio potere nei confronti di un essere che viene ritenuto più debole.
    • Evitiamo di cercare il “colpevole”, sottoponendo i nostri bambini a domande inquisitorie quando dicono una parolaccia che in famiglia non hanno mai sentito pronunciare. Questo atteggiamento rischia di creare incomprensioni all’interno della cerchia di amicizie dei nostri figli, senza tralasciare il fatto che si sentiranno in colpa perché hanno fatto la spia.
    • Se ci accorgiamo che le nostre reazioni sono eccessive cerchiamo di controllarci e coltivare un atteggiamento di calma. Quando rimproveriamo duramente i nostri bambini il rischio è che questo atteggiamento provochi in loro un esagerato senso di colpa. Così, forse, non pronunceranno più parole sconvenienti, ma non si potranno sottrarre a quella che viene definita una sorta di “ruminazione mentale”. La parola scurrile, in questo caso, continua a presentarsi insistentemente nella loro testa, gli si fissa nella mente, senza che riescano a scacciarla. E questo può causare una terribile inquietudine.
    • Interveniamo per spiegare ai nostri figli perché certe parole è meglio non dirle, soprattutto in pubblico. Cerchiamo di fargli comprendere che provocano molto dispiacere negli altri, possono offendere e ferire. E se le usano per manifestare la loro rabbia possiamo indicargli altri modi, meno distruttivi, per esprimere e canalizzare le loro emozioni.
    • Infine, non dimentichiamo che i nostri bambini sono continuamente desiderosi di attenzioni affettuose da parte nostra. Non ne sono mai abbastanza sazi! Spesso la parolaccia non è altro che un modo con cui calamitare la nostra attenzione. Riflettiamo, e chiediamoci se siamo troppo concentrati su noi stessi e sulle nostre occupazioni, così tanto da non riuscire a cogliere il bisogno urgente del bambino di essere ascoltato quando vuole raccontarci qualcosa o quando vuole condividere con noi il piacere di aver appreso parole nuove, di voler giocare a trasformarle, a crearne altre ancora. Perché, allora, non provare a nutrire la loro curiosità inventando insieme una nuova terminologia linguistica, parole alternative che divertono, ma non offendono?                            

     

    In fondo, basta davvero poco per dirottare il loro interesse verso altro.

    “I bisogni dei bambini sono semplici, e un’infanzia felice necessita di un ambiente semplice”.

    Maria Montessori

     

    Puoi contattarmi direttamente scrivendo una mail a info@localhost se desideri approfondire questo argomento e richiedere una consulenza pedagogica.

  • Ho Scoperto Che Mia Figlia Dice Bugie. Posso Ancora Fidarmi Di Lei?

    Ho Scoperto Che Mia Figlia Dice Bugie. Posso Ancora Fidarmi Di Lei?

    Tutti i bambini prima o poi mentono, con grande sgomento da parte di noi genitori che spesso tendiamo a reagire in modo eccessivo a questi comportamenti, tra i più incomprensibili e difficili da gestire. Così partiamo in quarta con le prediche o addirittura con le punizioni che inevitabilmente spingono i nostri figli a diventare più abili nelle loro bugie, per evitare di essere scoperti.

     

    Ma si tratta di vere menzogne? Davvero i bambini mentono con l’intenzione di ingannare noi adulti e di “falsificare” la realtà?

    Prima di puntare il dito contro di loro, incolpandoli di essere bugiardi e mettendo in discussione la fiducia nei loro confronti, dovremmo sforzarci di comprendere perché dicono le bugie.

    Non sempre si tratta di vere menzogne.

     

    Fino ai 7 anni circa i bambini “giocano” con le parole. Dopo essere stati sorpresi a fare marachelle, il più delle volte, ci rispondono candidamente che non sono stati loro, magari puntando il dito contro la prima persona o il primo oggetto che si presenta sotto i loro occhi. È così forte il desiderio di non aver combinato quel disastro, che ha fatto arrabbiare così tanto la mamma, che basta far finta non sia accaduto, negando addirittura l’evidenza. È il pensiero magico in azione, una modalità di pensiero tipica del bambino fino ai 7 anni che non gli permette di distinguere i propri sentimenti e le proprie emozioni da quelle degli altri e che lo spinge a “buttare” sugli altri quella parte negativa di sé che lo ha fatto comportare male. La bugia, a questa età, rappresenta un vero e proprio tentativo di “salvare la propria reputazione” di fronte a mamma e papà, per timore di “perdere” il loro amore. È solo dopo, con il raggiungimento dell’”età della ragione” che il bambino acquisirà la capacità di ragionare sul piano astratto e differenziare le sue costruzioni mentali dal dato di realtà. È a questo punto che le sue bugie si fanno più intenzionali e verosimili.

     

    Intorno ai 6/7 anni il bambino riesce a guardare se stesso e quello che gli accade in modo più realistico. Anche i suoi errori: non gli sembrano così esagerati come quando era più piccolo. Perciò, riesce ad ammettere le sue responsabilità senza temere reazioni troppo severe da parte degli adulti. Non gli serve andare alla ricerca di un altro “colpevole”. Se, però, cercare di discolparsi diventa un’abitudine frequente è importante provare a capire che cosa lo spinge a ricorrere alla bugia, accusando per esempio gli amici, pur di non ammettere un errore.

    “Se la bugia di discolpa continua ad essere molto frequente, anche dopo i 7 anni, è perché il bambino ha paura delle punizioni, dei castighi, del giudizio severo dei genitori, della loro disapprovazione…La menzogna diventa così una difesa, una reazione all’atteggiamento intransigente dei genitori. Ammettere i propri errori, dai più banali ai più gravi, significherebbe infatti infrangere le loro aspettative, l’immagine del «bambino perfetto» al quale sembrano tenere tanto. Meglio mentire, quindi, piuttosto che deluderli”.  Silvia Vegetti Finzi

     

    Quasi sempre le bugie nascono dalla necessità di gestire, in modo ancora del tutto immaturo, le aspettative che i bambini sentono su di loro da parte degli adulti e che percepiscono come eccessive.

     

    Ma ci sono anche le bugie dette per “vantarsi”, per apparire più grandi, per “farsi belli” agli occhi degli altri. Un tentativo infantile di cambiare la realtà, ingigantendo ciò che magari è realmente accaduto, ricorrendo all’immaginazione per trasformare i propri desideri in un bel racconto. Così, con una bella dose di inventiva la macchina nuova acquistata da mamma e papà diventa una fiammeggiante Ferrari, anche se comunque si tratta di un’auto di grossa cilindrata. A volte le storie inventate corrispondono al bisogno di trovare un lieto fine a situazioni che creano sofferenza. Si tratta delle cosiddette bugie di “consolazione”. Bugie che il bambino racconta soprattutto a se stesso e a cui crede così tanto, da rimanerci male se qualcuno non gli dà credito. Si tratta di bambini che mentono perché si sentono insicuri, svalutati, non compresi, non riconosciuti. E questo genera in loro un’ansia esasperante che sfocia nelle bugie.

    “Le reazioni infantili – timidezza, bugie, capricci, pianti senza causa apparente, insonnie, timori eccessivi – rappresentano un inconscio stato di difesa del bambino stesso, la cui intelligenza non riesce a determinare la causa effettiva, nelle sue relazioni con l’adulto”.

    Maria Montessori

     

    Sono davvero infiniti i motivi per cui un bambino arriva a mentire.

    Oltre alle bugie appena elencate ci sono anche quelle che i nostri figli dicono per compiacerci. Sanno quanto ci teniamo che si comportino educatamente, perciò, anche non hanno voglia di abbracciare la nonna lo fanno solo per renderci contenti. Non vogliono addolorarci e si comportano in modo da non crearci dispiaceri. Il rischio, in questo caso, è che nel tempo non saranno in grado di distinguere tra vero amore e compiacenza. Non dimentichiamo che l’ambiente della prima infanzia influisce significativamente sulle esperienze che i nostri figli vivranno nel corso della loro vita. Come ho già scritto in un altro articolo https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/montessori-per-genitori-consapevoli/  Maria Montessori ci invita costantemente a liberarci dalle nostre convinzioni educative “implicite” perchè influenzano la relazione con i nostri figli.

    Una di queste è ritenerci i loro creatori.

    È vero, scrive nel suo testo Il bambino in famiglia, il bambino è come “cera molle”, ma è a lui stesso che spetta il compito di “plasmarsi”, di formarsi sapientemente uomo.

    “Quando essi (i genitori) si persuaderanno di non essere i costruttori, ma semplicemente i collaboratori della costruzione, tanto meglio potranno compiere il proprio dovere e aiuteranno il bambino con una più vasta visione. Soltanto se questo aiuto è dato convenientemente il bambino realizzerà una buona costruzione”.

    Maria Montessori

     

    Infine, i nostri figli possono arrivare a mentirci per il bisogno di sperimentare che noi genitori non sempre riusciamo a leggere la loro mente. Non siamo onniscienti come hanno creduto per tanto tempo e, a un certo punto, hanno bisogno di percepirsi come distinti e separati da noi genitori, di avere un’identità e una mente propria. Nasconderci qualcosa equivale a proteggere uno spazio intimo. Ci sono parti di sé che si possono condividere con gli altri, ma altre così intime che sono riservate solo a se stessi.

     

    In ogni caso, mentire significa possedere competenze comunicative complesse, sapersi mettere nei panni dell’altro, comprendendo come potrebbe reagire; mentire vuol dire avere l’intenzione di ingannare. Tutte abilità che cominciano ad essere padroneggiate con l’adolescenza.

     

    È fondamentale, perciò, come genitori assumere comportamenti corretti in risposta alle bugie dei nostri bambini.

     

    Cosa possiamo fare?

     

    Di seguito alcuni suggerimenti:

     

    • Innanzitutto non facciamone un dramma. Sarebbe strano, alla luce delle consapevolezze appena condivise, che un bambino non mentisse mai. Significherebbe che non riesce a darsi il permesso, qualche volta, di trasgredire, tanto è forte l’intransigenza verso se stesso.

     

    • Evitiamo di reagire con rabbia. Questo tipo di reazione induce i nostri figli ad affinare la capacità di mentire invece che spronarli ad essere sinceri. Nel palesare le loro menzogne c’è in gioco una posta molto alta: il senso di vergogna, la stima di sé, il timore del giudizio altrui, il senso di colpa. Possiamo dire loro: “Capisco che eri spaventata all’idea che scoprissi cosa è successo, ma non è una tragedia. Può capitare, anch’io mi sono ritrovata nella tua stessa situazione quando avevo la tua età”. In questo modo è più facile che la volta successiva i nostri figli si sentano più coraggiosi nel dirci chiaramente cosa è successo, senza inutili sotterfugi.

     

    • Riflettiamo sulle nostre credenze “implicite”. Chiediamoci, di fronte alle bugie dei nostri bambini, se la nostra reazione è dettata dalla convinzione che vogliano prenderci in giro, o sminuire l’autorevolezza del nostro ruolo oppure abusare della nostra fiducia e del nostro amore. E quanto questo ha a che fare con la nostra storia d’infanzia e non con quello che stanno cercando di esprimere i nostri figli. Serve domandarsi, soprattutto se le bugie diventano frequenti, che cosa li spinga a mentire pur di non ammettere i propri errori o cosa li induce a costruirsi un mondo “finto”, zeppo di illusioni e desideri di grandezza che non hanno nessun riscontro con la realtà. Entriamo in contatto con le loro fatiche, i loro disagi, le loro paure.

     

    • Evitiamo di accusarli di essere bugiardi. Etichettare i nostri figli equivale a realizzare profezie che si autoavverano. Nel tempo i bambini crederanno di essere esattamente come li definiamo, pertanto, si comporteranno di conseguenza. Focalizziamoci, invece, su ciò che è successo, sul perchè e su come possiamo essere di aiuto perché rimedino ai loro errori. Facciamo di tutto per mettere i nostri figli nelle condizioni favorevoli affinchè l’errore possa diventare un vero amico, un’opportunità per correggere e migliorare se stessi.

     

    • Assumiamo per primi comportamenti corretti, evitando di mentire (piuttosto cerchiamo di tacere), ammettendo i nostri errori quando ci accorgiamo di non essere stati sinceri, mantenendo le promesse fatte, altrimenti i nostri figli si sentiranno delusi e penseranno che non possono fidarsi di quello che dicono i loro genitori.

     

    Se desideri approfondire questo tema o richiedere una consulenza contattami direttamente scrivendo una mail a info@localhost

     

     

  • I Bambini E Il Loro Irresistibile Bisogno Di Movimento

    I Bambini E Il Loro Irresistibile Bisogno Di Movimento

    Oggi, voglio condividere con te alcune riflessioni sul bisogno di movimento dei bambini, un bisogno molto importante ai fini di un loro sano sviluppo.

    Per Maria Montessori il bambino è geneticamente “programmato” per muoversi, proprio per questo la Dottoressa usa parole molto significative al riguardo. Sostiene che dentro il bambino esiste una spinta che lo porta irrefrenabilmente e veementemente a muoversi. Il bisogno di muoversi nell’infanzia è irresistibile. Perciò, il movimento è essenziale alla vita.

    È quanto ci confermano gli studi oggi, i bambini che “funzionano” bene sono quelli che fanno veramente i bambini, non quelli che si comportano come adulti in miniatura.

    Un bambino per definizione non sta fermo, non sta seduto, non cammina. Corre.

    I bambini normali sono quelli che vogliono muoversi, saltare, rotolare.

    Ecco perché, nei primi anni di vita continuano a ricercare e prediligere tutte quelle esperienze motorie che danno loro la sensazione di sentirsi “sballottati”, girati, capovolti, “centrifugati” e che sono in presa diretta con le loro emozioni e con la loro psiche. L’emozione che provano durante queste esperienze è così forte che percepiscono il loro corpo come un “contenitore” di cose buone, di parti buone di sé.

    Cara mamma, caro papà, devi sapere che attraverso queste esperienze motorie, che potrebbero sembrarti addirittura “sconfinanti”, il bambino manifesta la sua l’intelligenza senso -motoria. Si tratta una modalità di movimento tipica e caratteristica di tutta l’infanzia attraverso cui il bambino fa esperienza di tutti gli usi possibili del corpo, vissuti con potente intensità non solo fisica, ma anche emotiva: rotolamenti, cadute, salti spinte, arrampicate, scivolate, giri vorticosi su se stessi, contatti molto forti, dirompenti. Esperienze da cui il bambino ricava un piacere intenso e per le quali non ha uno scopo da raggiungere, ma

     

    “(…) lo scopo è lo sforzo compiuto (…) il bambino ubbidisce a uno stimolo interno”.

    Maria Montessori

     

     Il centro di interesse è, infatti, dentro al movimento stesso, la sua attenzione ancora per molto tempo (fino ai 9/10 anni circa!) non è al risultato, alla performance, ma nell’attività in sé, sia essa una corsa, un salto, il “semplice” salire e scendere le scale. Il piacere e l’emozione stanno nell’usare le potenzialità del proprio corpo, senza un obiettivo misurabile o un controllo.

     

    “Un altro sforzo che il bambino è portato a compiere è quello di salire le scale; per noi ciò ha uno scopo, per lui non lo ha. Una volta arrivato in cima egli non sarà soddisfatto, ma tornerà al punto di partenza per completare il suo ciclo, e lo ripeterà molte volte”, perché ciò che importa è “la gioia di risalire, la gioia dello sforzo”.

    Maria Montessori

     

    Il movimento è uno strumento importante messo a disposizione del bambino dalla natura perché possa crescere ed evolversi nel suo percorso di vita.

    A noi adulti sta il compito di non diventare di ostacolo: “Stai attento!”, “Non correre!”, “Non saltare perché rischi di farti male!”. Dobbiamo invece favorire e incoraggiare il movimento anche quando l’attività motoria dei nostri bambini sembra al limite del rischio, perché si tratta di esperienze che aumentano la loro sicurezza nelle proprie competenze motorie, ma soprattutto risultano importanti per l’”allenamento psichico-emozionale” che offrono. Nel mio articolo https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/a-caccia-di-pericoli-o-alla-ricerca-di-occasioni-di-crescita/ trovi un approfondimento di questa tematica.

    Attraverso il movimento, ci dice Maria Montessori, i bambini lavorano per costruire la loro mente, la loro psiche, l’uomo e la donna che saranno domani.

    Sono molto tristi le conseguenze a lungo termine che possono essere causate dall’aver ostacolato la libera espressione corporea dei bambini che, in questo modo diventeranno inibiti, bloccati, impacciati nei movimenti. Magari “sfoggeranno” un linguaggio sofisticato, evoluto, ricercheranno prevalentemente attività più “intellettive” e meno coinvolgenti sul piano corporeo. A uno sguardo poco attento potrebbero sembrare bambini molto maturi, degli adulti in miniatura. Ma i bambini “reali” sono quelli che fanno i bambini, non quelli che si comportano come gli adulti.

    Dall’altra parte, se non li aiutiamo a incanalare in giuste modalità espressive il movimento, avremo bambini ipereccitati, incontenibili, incontrollabili che rischieranno continuamente di farsi male o di fare male agli altri, incapaci di vedere o prevedere eventuali pericoli.

    Sia nell’uno che nell’altro caso si manifesta la difficoltà a vivere una tappa fondamentale della propria crescita che viene letteralmente “saltata”, perché non esistono le condizioni necessarie al soddisfacimento del bisogno di movimento del bambino. Si va a creare, in questo modo, un “buco” nel percorso evolutivo che può impedire uno sviluppo armonioso.

     

    Il movimento è vita per i bambini. Stiamo attenti a non imporre le “nostre” regole sull’uso del loro corpo. Permettiamogli, invece, di sviluppare la loro intelligenza entrando in contatto con la realtà attraverso il movimento, per trovare quelle risposte sensoriali che possono guidarli nel loro sviluppo psichico.

     

    “Qualunque attività d’intelligenza ci avvenga di osservare nel bambino, anche se ci sembra assurda o contraria ai nostri desideri (purchè, naturalmente, non dannosa per lui), noi non dobbiamo intrometterci, perché il bambino deve completare il ciclo della propria attività”.

    Maria Montessori

     

    Se desideri approfondire questo argomento o richiedere una consulenza scrivimi direttamente inviando una mail a info@localhost

     

  • Dall’Inizio Della Quarantena La Mia Bambina Balbetta. Cosa Devo Fare?

    Dall’Inizio Della Quarantena La Mia Bambina Balbetta. Cosa Devo Fare?

    “Dall’inizio della quarantena mia figlia sembra regredita nel linguaggio. Continua a balbettare e fatica ad esprimersi con parole e frasi che fino a qualche giorno prima pronunciava con grande scioltezza”.

    Cara mamma, caro papà, se ti trovi anche tu alle prese con questa preoccupazione,

    allora leggi attentamente questo mio articolo.

    Devi sapere che la balbuzie infantile può far parte del normale processo di sviluppo e di maturazione del linguaggio.

    In particolare, in età prescolare, esattamente intorno e a partire dai due anni circa, c’è un periodo in cui il cervello del bambino è in grado di di elaborare un pensiero più complesso che si traduce, a livello linguistico, con la capacità di esprimersi utilizzando frasi più lunghe. A questa età, scrive Maria Montessori, il bambino, quasi muto nei primi mesi,

    “impara a usare con facilità tutte le complicate forme dei nomi, suffissi, prefissi e verbi”.

    Può, succedere, però, che pur essendo capace di esprimersi in modo più complesso, il bambino non è ancora maturo, sul piano “muscolare”, per farlo adeguatamente. Ecco che comincia a balbettare, a esitare quando inizia una frase, a ripeterne in modo convulso le prime sillabe o addirittura bloccandosi su queste, senza riuscire ad andare avanti con il suo discorso.

    Siamo in un periodo in cui vi è una notevole sproporzione fra l’attività interiore (nella mente del bimbo esistono idee e concetti complessi), e le possibilità di espressione/organizzazione esterna.

     

    Maria Montessori, ne “La mente del bambino” scrive:

    ”Si verificano quindi periodi diversi di acquisizione e corrispondenti periodi di regressione”.

    In queste regressioni, per la Dottoressa rientrano, appunto, la balbuzie e l’esitazione nella formulazione delle frasi.

     

    Ma un bambino, potrebbe anche cominciare a balbettare per uno spavento improvviso, a causa di una situazione traumatica, di fronte a rimproveri e punizioni da parte dell’adulto, perché assorbe particolari tensioni emotive dal suo ambiente familiare o, come sta avvedendo di frequente in questo periodo di emergenza sanitaria, perché gli viene  richiesto di cambiare drasticamente la sua rassicurante routine di vita.

    In ogni caso, è di fondamentale importanza l’atteggiamento che assumono adulti di fronte alla fatica del bambino ad esprimersi “correttamente”.

    Per Maria Montessori, dobbiamo fare molta attenzione a non urtare la sensibilità del bambino perché essa

    “è maggiore assai di quanto noi possiamo immaginare”.

    Questo sguardo molto attento alla dimensione psichica del bambino la porta a sostenere che, se noi grandi non assumiamo un atteggiamento di profonda comprensione e amorevolezza nei confronti di queste manifestazioni infantili, rischiamo di trasformarle in ostacoli, in impedimenti psichici che

    “si fissano come un difetto per il resto della vita”.

     

    Tralasciando reali difetti organici, la balbuzie è molto frequente in età prescolare e può essere facilmente scatenata da situazioni che sovraccaricano emotivamente il bambino. Se non ne abbiamo consapevolezza tenderemo ad assumere atteggiamenti che fisseranno nel bambino un’ incapacità che non ha niente a che vedere con la sua volontà; sarà, perciò, molto probabile che peggiori o si stabilizzi, diventando un disturbo permanente.

     Cosa dobbiamo fare allora?

    Di seguito alcuni suggerimenti pratici:

    • NON diciamo al nostro bambino che sta “parlando male”. Evitiamo di mettere l’accento sulle difficoltà
    • Sorvoliamo su questi “intoppi” linguistici, senza prestarvi molta attenzione. Se insistiamo, chiedendo al bambino di ripetere bene la parola balbettata, non facciamo altro che creargli uno stato di tensione che lo rende ancora più insicuro
    • NON serve correggerlo, piuttosto restituiamogli la parola, la frase in modo corretto, parlando fluidamente e lentamente. Così facendo, gli forniamo un esatto modello linguistico
    • NON interrompiamolo mentre tenta di parlare, né anticipiamo la frase che non riesce a concludere. Armiamoci di pazienza e senza fargli fretta aspettiamo fin quando riesce a finire di parlare
    • NON mostriamoci ansiosi e preoccupati del “come” il nostro bambino comunica con noi, ma valorizziamo “cosa” ci dice. Diamo valore ai contenuti dei suoi discorsi

     

    E soprattutto,

    accogliamo con serenità questa fatica passeggera, rispondiamo al bisogno dei nostri bambini di essere rassicurati in un momento della loro vita in cui rischiano di sentirsi “frastornati” emotivamente.

     

    Teniamo a mente il monito montessoriano:

    “Il trattamento verso il bambino dev’essere quanto è possibile mite e schivo da ogni violenza perché sovente noi non ci rendiamo conto della nostra durezza e violenza”.  

     

    Diventiamo interpreti dei bisogni dei nostri bambini. Sforziamoci di ascoltarli in profondità, per rispondere alle loro necessità senza fare pressione emotiva, mortificarli, aggredirli, ma intervenendo in maniera coerente.

    E i bambini ci sorprenderanno.

    Loro “corrono verso chi è loro interprete, perché capiscono che lì vi è qualcuno che può aiutarli”.

    Maria Montessori

     

    P.S. Se desideri approfondire quanto hai appena letto o richiedere una consulenza pedagogica (in questo periodo sono disponibile su Skype) contattami scrivendo a info@localhost

  • BAMBINI DIFFICILI. SI NASCE O SI DIVENTA?

    BAMBINI DIFFICILI.  SI NASCE O SI DIVENTA?

    “Mio figlio non sta mai fermo, anche da seduto!”,

    “Siamo sfiniti, la nostra bambina continua a sfidarci. Dice che non dobbiamo comandarla!”,

    “Non mi ascolta!”,

    “Quando qualcosa non gli garba comincia a lanciare tutto quello che gli passa tra le mani!”,

    “Da un po’ di tempo non sopporta che gli dica di no e mi prende a calci!”

     

    Bambini sempre più irrequieti, impulsivi, inclini agli scatti d’ira, incapaci di aderire a semplici regole sociali, con in corpo una dose di energia “eccessiva” tale, da impregnare tutto il loro essere, i gesti, il tono di voce, il modo mangiare, di parlare e persino di camminare.

    Bambini facilmente irritabili e soprattutto molto irritanti che mettono a “dura prova” la pazienza dei genitori provocando in loro sentimenti di rabbia, di impotenza, di grande frustrazione e sfinimento.

    Se a tutto questo si aggiungono i dati allarmanti riportati da riviste autorevoli, non c’è di certo da stare tranquilli.

     

    “Crescono le emergenze neuropsichiatriche nei bambini e negli adolescenti” titolava qualche anno fa il numero estivo della rivista SIP (Società Italiana di Pediatria).

    L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nel 2018 stimava che nel mondo dal 10 al 20% di bambini e adolescenti soffre di disturbi mentali. La stessa rivista sostiene che, in Italia, l’aumento complessivo degli utenti di neuropsichiatria infantile negli ultimi 5 anni è stato pari al 45%.

    Tra i disturbi psichiatrici rientrano i disturbi della condotta, i disturbi da deficit di attenzione e l’iperattività.

     

    Non intendo mettere in dubbio la scientificità di questi dati, sia chiaro!

     

    Ciò che, a mio parere, risulta ancora più preoccupante è la “spinta diagnostica” che sta pervadendo il nostro paese e non solo, e che rischia, laddove i contorni di gran parte di queste problematiche non sono netti, di confondere comportamenti faticosi da gestire con patologie vere e proprie.

    Così, per esempio, “tutti” i bambini agitati, vivaci e distratti diventano “iperattivi” o con “deficit dell’attenzione”, aumentando in questo modo e in tanti casi la facilità ad affrontare le inevitabili fatiche relazionali in un’ottica sanitaria, credendo che ci sia una malattia che deve essere curata e in tanti casi e sin dalla più tenera età, con l’assunzione di psicofarmaci.

     

    Quando la Dottoressa Montessori – che dopo la laurea in Medicina partecipa attivamente alla nascente psichiatria in Italia – comincia a occuparsi insieme a un gruppo di giovani colleghi di bambini allora definiti “frenastenici” e considerati irrecuperabili, “deboli di mente”, “ritardati”, si rende conto che la cura per la guarigione di questi bambini non sta nell’intervento medico, ma è di natura pedagogica,

    la soluzione è nella relazione, nel lavoro educativo!

     

    Questa straordinaria e rivoluzionaria intuizione di Maria Montessori è paradossalmente più vera ed utile ai nostri giorni, che non ieri, ai suoi tempi.

     

    Hai mai riflettuto su come sono cambiati i nostri comportamenti nel corso degli anni e su quali ricadute hanno sui nostri figli?

     

    I bambini non vengono al mondo “difficili”.

    Lo diventano man mano che crescono, se non trovano un ambiente di vita che sostiene lo sviluppo delle loro capacità sociali, morali, empatiche innate!

    “Durante i primi due o tre anni operano sul bimbo influenze che possono alterare il carattere nella vita avvenire: se il bambino ha avuto qualche trauma o esperienza violenta o ha incontrato considerevoli ostacoli durante questo periodo, ne possono risultare deviazioni. Il carattere perciò si sviluppa in rapporto agli ostacoli incontrati o alla libertà che ne ha favorito lo sviluppo”. Maria Montessori

     

    Il bambino è frutto del suo contesto di vita.

     

    A quale ambiente stai esponendo tuo figlio?

     

    L’aumento spropositato di situazioni “difficili” non ci sta forse dicendo che sarebbe necessario esercitare con i nostri bambini un ascolto paziente, che bisognerebbe trascorrere maggior tempo con loro e osservarli di più per capire di che cosa hanno veramente bisogno, invece di affermare con rassegnazione “E’ il suo carattere!”?

     

    Il bambino è programmato fin dalla nascita a comportarsi in modo giusto ed etico.

    Non dobbiamo creare in lui la bontà, il senso morale, l’empatia, la gentilezza, la calma.

    Dobbiamo solo nutrire e sostenere queste qualità perché “se queste non hanno la possibilità di stabilirsi, non le ritroveremo più tardi e sarà inutile predicare e dare buone esempi per suscitarle”. Maria Montessori

     

    La ricerca scientifica oggi ci avverte che le situazioni ambientali di scarso ascolto e attenzione, prive di amore e aggressive – “Se continui a spingere tuo fratello ti taglio le mani”, “Sei lento come una lumaca! Sbrigati!”, “Chiudi quella bocca!”, “Hai visto cosa hai combinato? Se un disastro!” – possono alterare fortemente le tendenze prosociali innate dei bambini, sia nell’immediato presente che nel futuro.

     

    Se durante l’infanzia è costantemente questo il clima in cui sono immersi “come aspettare che la gente cresciuta in tale atmosfera sia buona a venti o trent’anni, solo perché qualcuno predica la bontà? Io dico che è impossibile, poiché nessuna preparazione è stata fatta alla vita dello spirito”. Maria Montessori

     

    Caro genitore che mi leggi, in che modo stai preparando tuo figlio a diventare quell’adulto che sarà domani?

     

    Sei consapevole che quando umili il tuo bambino non fai altro che insegnarli a umiliare? Lo stesso vale quando lo tratti con durezza, gli fai fretta, lo ricatti, non lo ascolti, lo deridi, ironizzi su di lui, gli urli contro!

     

    So molto bene quanto spesso sia faticoso prendersi cura di un figlio, anch’io sono madre e genitore come te. E l’epoca in cui viviamo, con i suoi ritmi incessanti e frenetici, non ci aiuta a stare sereni. Non è sempre semplice affrontare con la calma tutti i momenti che compongono la quotidianità con i nostri bambini.

     

    Ma voglio essere sincera, soprattutto con te che ti trovi a gestire la relazione con un figlio “difficile”: non esistono formule magiche o una bacchetta fatata che possa risolvere qualsiasi problema, di tutte le famiglie, nello stesso momento e nella stessa maniera per ciascun genitore!

     

    Ogni famiglia ha la sua storia e vissuto, ma esiste un Approccio, quello Montessori, le cui intuizioni risalgono a più di un secolo fa e oggi vengono continuamente sostenute dalla ricerca Psicopedagogica e dalle Neuroscienze, che può fare la differenza nel tuo rapporto con tuo figlio e può aiutarti ad accorgerti che il bambino che sei abituato a conoscere, quello che fa tanti capricci, che pretende un giocattolo dietro l’altro, che urla per ottenere qualcosa o che non riesce a stare fermo, non è il vero bambino, ma un bambino le cui energie sono state dirette altrove, proprio come all’acqua di un fiume possono frapporsi ostacoli che ne impediscono il normale scorrimento.

     

    E’ un bambino che necessita di un ambiente che aiuti e sostenga il suo sviluppo e dove può trovare le condizioni necessarie per sentirsi più rilassato e più disposto ad ascoltare.

     

    “Se c’è un problema” – suggeriva la Dottoressa alla sua allieva Adele Costa Gnocchi, – “non mettere il dito sulla piaga. Se un bambino dice una bugia, non metterlo in rilievo; piuttosto capire cosa non va nell’insieme. Non è dicendogli: «Saluta!» o «Non fare i capricci!» che un bambino cambia, ma rendendo armoniose le sue giornate”.

     

    Un invito, quello di Montessori, a porci le giuste domande.

     

    E allora, invece di chiederci cosa possiamo fare per cambiare i nostri bambini, dovremmo domandarci quali sono le condizioni di vita che fanno risaltare in loro solo caratteri di stanchezza, difesa o disagio. E poi, su quali aspetti della nostra modalità di entrare in relazione con loro dovremmo lavorare, per consentirgli di svilupparsi in modo armonioso ed equilibrato?

     

    Riflettiamo dunque sui nostri comportamenti, sui nostri gesti, sui nostri atteggiamenti, sul modo in cui parliamo.

     

    La nostra responsabilità è enorme!

     

    Se desideriamo che i nostri figli si esprimano in maniera armoniosa, delicata, appropriata non esiste alternativa: per prima cosa dobbiamo farlo noi stessi!

     

     

    Se desideri migliorare la relazione con i tuoi figli e richiedere una consulenza pedagogica contattami scrivendo a info@localhost

     

  • MAMMA, HO MAL DI TESTA. LE EMOZIONI DEI NOSTRI BAMBINI

    MAMMA, HO MAL DI TESTA.  LE EMOZIONI DEI NOSTRI BAMBINI

    Caterina, otto anni, per un lungo periodo riferisce alla mamma di aver mal di testa.

    In quello stesso periodo la bambina comincia a non andare più volentieri a scuola. Chiede spesso di poter rimanere a casa, richiesta che mamma e papà, pur vedendola affaticata, non riescono a soddisfare se non per poche volte, imbrigliati nei loro impegni di lavoro da cui non riescono a districarsi.

    Caterina è molto seria nel comunicare ai genitori questo malessere, non sembra una “scusa” per non andare a scuola.

    Comincia, così, anche su suggerimento della pediatra, una serie di controlli medici; a partire dalla visita oculistica e arrivando fino al controllo neurologico.

    Dopo un lungo ed estenuante periodo, l’esito di tutti gli esami svolti risulta negativo!

    I genitori di Caterina decidono allora di contattarmi per avviare con me un percorso di consulenza educativa, con l’intento di capire di più questa situazione, da cui sembra non riescano a venirne a capo. Se il mal di testa non ha niente a che vedere con particolari patologie a livello fisico – di cosa si tratta? – si chiedono mamma e papà.

    Il percorso di consulenza offre ai genitori di Caterina l’opportunità di comprendere che molto spesso i disagi dei bambini si traducono in malesseri fisici (mal di pancia, mal di testa, vertigini, tachicardia…).

    Per tanto tempo, fino a nove/dieci anni circa, il canale preferenziale dei bambini per esprimere pensieri, emozioni, sentimenti rimane quello corporeo, pertanto, espressioni come “mamma ho mal di testa” potrebbero tradursi in “mamma ho paura di non essere all’altezza di quanto mi si chiede a scuola” oppure “mamma, sono arrabbiata perché la nonna si è ammalata  gravemente” o ancora “mamma, è troppa la tristezza che provo nel pensare che Sofia, la mia amica del cuore, si è trasferita in un’altra città”.

    In effetti, erano proprio queste alcune delle situazioni che Caterina si era trovata a vivere negli ultimi mesi. La nonna, a cui Caterina era molto legata, si era ammalata in modo grave improvvisamente. A scuola le maestre facevano pressione perché Caterina si impegnasse di più, non comprendendo appieno la natura flemmatica che contrassegna da sempre la bambina e, in aggiunta a tutto questo, la sua amica del cuore si era trasferita con la famiglia in un’altra città!

    Quante volte dietro a tanti “disturbi” fisici dei nostri bambini ci sta un’emozione non compresa, un bisogno non soddisfatto, un pensiero non dichiarato che, se non riconosciuti ed accolti, generano in loro un’ansia esasperante.

    Ancora una volta la Dottoressa ci illumina con le sue profonde “intuizioni”!

    “Le reazioni infantili – timidezza, bugie, capricci, pianti senza causa apparente, insonnie, timori eccessivi – rappresentano un inconscio stato di difesa del bambino stesso, la cui intelligenza non riesce a determinare la causa effettiva, nelle sue relazioni con l’adulto”.

    (Maria Montessori) 

     

    Fino a quando un bambino non sarà in grado di comunicare con le parole il proprio vissuto, lo farà sicuramente attraverso comportamenti che potremmo ritenere “sconvenienti”, si esprimerà con il pianto, con il malessere fisico perché non comprende ciò che gli accade e, perciò, non può spiegarlo con il linguaggio verbale.

    “Un’otite dietro l’altra, eczemi, allergie, rifiuto di mangiare, enuresi, in seguito difficoltà scolastiche, aggressività…sono (…) richieste di aiuto. Il bambino è pronto a sacrificare la sua crescita, la sua salute fisica e psichica per essere finalmente ascoltato”.

    (I. Filliozat) 

     

    Ci vogliono tanta pazienza, fiducia e la consapevolezza che il bambino è psichicamente diverso da noi:

    “La mente infantile è diversa dalla nostra, che non possiamo raggiungerla con l’insegnamento verbale”.

    (Maria Montessori)

    Tutta l’opera montessoriana, ci ricorda Raniero Regni in Maria Montessori e le Neuroscienze, è tesa a

    “mostrare la verità del bambino come essere molto diverso dall’adulto”.

    Il bambino è un essere diverso da noi, ha pensieri ed emozioni diverse da noi. 

    Una diversità che si presta a una grande incomprensione.

    La Dottoressa non si stanca di ricordarcelo:

    ”ciò che avviene ai fanciulli di tutto il mondo, i migliori e i più amati. Essi non sono compresi perché l’adulto li giudica alla propria stregua”. 

    Un’incomprensione che rischia di ostacolare la crescita dei nostri bambini.

    Il bambino è una persona che esprime le sue emozioni in modo differente da noi adulti, con una intensità di fronte alla quale ci sentiamo il più delle volte spiazzati, inadeguati tanto da indurci a banalizzare o ironizzare invece che ascoltare:

    “La coscienza di sé si forma man mano che si susseguono le esperienze, e nella misura in cui le emozioni sono capite, approvate ed espresse. Al contrario, quando l’ambiente (genitori, insegnanti…) si rifiuta di capire, ridicolizza le emozioni, il bambino si convince che ciò che sente, pensa e fa non è conforme a ciò che gli altri si aspettano da lui”.

    (I. Filliozat) 

    Maria Montessori parla di deviazioni del carattere che

    “si sviluppa in rapporto agli ostacoli incontrati o alla libertà che ne ha favorito lo sviluppo”.

     

    Quando siamo poco sensibili di fronte alle emozioni dei nostri figli non facciamo altro che lasciarli nella disperazione. I neuroscienziati sostengono che l’indifferenza e l’abbandono nei confronti di ciò che provano i bambini – “Vai a piangere in camera tua, mi hai stancato!” – hanno il potere di ferire, se non danneggiare, il loro cervello che, invece, è programmato per avere legami positivi con gli altri.

    A lungo andare la percezione del mondo risulterà alterata e ciò impedirà loro di diventare adulti sensibili nei confronti dei loro stessi figli.

    “Aiutare i bambini a capire ciò che sentono non li aiuta solo a calmarsi, ma anche a sviluppare grandi capacità empatiche. La ricerca dimostra infatti che le attitudini empatiche sono innanzitutto fondate su una conoscenza di sé e delle proprie emozioni: essere capaci di identificare ciò che si sente permette di capire più facilmente ciò che sentono gli altri”.

    (C. Alvarez) 

    Abbiamo bisogno di re-imparare la “grammatica” delle emozioni per non lasciarci smarrire da quelle dei nostri figli.

    COME?

    Ve lo spiego con la metafora dei “calli” utilizzata dal noto psicologo Harold Bessell.

    Ci sono determinati lavori manuali che, se svolti con una certa regolarità, è facile che provochino lo spuntare di callosità. Queste hanno la funzione di proteggere le mani, evitando che si coprano di piaghe e vesciche. Bene, allo stesso modo, quando durante la nostra vita, in modo particolare la nostra infanzia, veniamo feriti nelle nostre emozioni, si forma qualcosa che assomiglia a un callo, ciò che H. Bessell chiama “callo affettivo”. Questo “callo” emotivo ha lo scopo di proteggerci da ciò che ci ha ferito, ma nello stesso tempo altera la nostra reale percezione del mondo. Quando diventiamo genitori questo ci impedisce di essere, sensibili, empatici nei confronti delle emozioni che provano i nostri figli.

    Cosa possiamo fare perché questo non accada?

    “L’adulto deve essere consapevole dei suoi «calli psichici», in modo da potersi mettere al posto del bambino e percepire i suoi sentimenti senza filtrarli o interpretarli”.

    (I. Filliozat)

    Non dimentichiamo che il significato che attribuiamo alle esperienze della nostra infanzia impatta prepotentemente sul nostro modo di essere genitori. Solo una conoscenza più profonda di noi stessi e della nostra storia può aiutarci a entrare in risonanza con tutte le emozioni espresse dai nostri figli, per accoglierle senza rigidità e pregiudizi e aiutare i nostri bambini a sviluppare il loro potenziale emotivo.

     

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