• E se la protesta di tuo figlio non fosse un capriccio? 5 strategie utili per invogliare il tuo bambino a lavarsi i capelli

    E se la protesta di tuo figlio non fosse un capriccio? 5 strategie utili per invogliare il tuo bambino a lavarsi i capelli

    “Mio figlio ha quasi 4 anni ed è ancora un’impresa lavargli i capelli!

    Ha sempre avuto questa avversione verso lo shampoo, ma adesso è diventato un vero incubo!

    Ogni volta sono pianti inconsolabili e urla disperate. Abbiamo provato di tutto. Anche prenderlo di peso! Siamo persino arrivati a ricattarlo, dicendogli che se non si fosse fatto lavare i capelli non avremmo più invitato a casa il suo amico. Risultato…la situazione è peggiorata ulteriormente!”

    Mi accade spesso, nel lavoro con le famiglie, di incontrare genitori molto preoccupati e particolarmente esausti per le continue proteste dei loro figli che non ne vogliono sapere di lavarsi i capelli. Proprio come nella classica scena che hai appena letto.

    Ogni shampoo si trasforma in una vera tragedia, tra bambini che strillano come fossero sotto tortura e mamme e papà che dopo aver perso le staffe si ritrovano a fare i conti con fastidiosissimi sensi di colpa e di inadeguatezza. 

    È una situazione che ti risuona familiare?

    Allora devi sapere che si tratta di un’esperienza che accomuna molti genitori con bambini in età prescolare.

    Tuo figlio non è il solo ad avere un’avversione per il lavaggio dei capelli. 
    Molti bambini odiano lavarsi i capelli. 

    Anche chi è generalmente più collaborativo, spesso risulta particolarmente infastidito dall’acqua e dal sapone che scivolano sugli occhi. Magari accetta di fare il bagno, ma quando si tratta di passare allo shampoo è subito una levata di scudi.

    No, tuo figlio non te lo fa apposta. Non si tratta di capricci. 

    Ecco perché ai bambini non piacciono gli shampoo

    Per esempio, il tuo bambino potrebbe avere una sensibilità sensoriale particolarmente marcata che gli fa percepire in modo amplificato il profumo dello shampoo, il rumore dell’acqua che scorre, il fastidio nel sentirsi strofinare la testa, l’acqua potrebbe risultargli eccessivamente calda o fredda…

    Insomma le sue proteste potrebbe avere origine nel suo modo “differente” di reagire agli stimoli sensoriali e processarli, tanto da percepire come fastidioso ciò che ad altri bambini potrebbe risultare piacevole e divertente.

    A volte, invece, i bambini si rifiutano di lavarsi i capelli perché non avendo il controllo del percorso che compie l’acqua sulla loro testa e sul loro viso, hanno paura di soffocare o addirittura annegare! 

    Hai mai pensato che tuo figlio potrebbe protestare per questo motivo?

    D’altronde, se i capelli glieli lavi tu, tutto ciò che accade in quel momento è fuori dal suo controllo, ecco perché potrebbe essere così terrorizzato e reagire come se si trattasse di una questione di vita o di morte!

    Voglio, perciò, suggerirti alcune strategie che potrebbero far sentire tuo figlio un po’ più a suo agio durante il lavaggio dei capelli.

    Come convincere un bambino a lavare i capelli

    Lascia che sia tuo figlio a lavarsi

    Lo so, forse può sembrarti azzardato, ma lasciare acqua e shampoo nelle mani di tuo figlio può rappresentare il modo migliore per rassicurarlo e gestire in modo efficace questo delicato momento.

    Innanzitutto, se il problema dovesse riguardare la sua sensibilità sensoriale, versarsi lo shampoo da solo gli consentirebbe di esercitare sulla cute una pressione adeguata senza sentirsi infastidito.

    Inoltre, lavarsi i capelli autonomamente gli restituirebbe la sensazione di avere pieno controllo della situazione. Puoi fargli usare direttamente il doccino, oppure fornirgli un pentolino o un secchiello da riempire di acqua (come al mare!) per versarsela sulla testa.

    Dai diciotto mesi circa, in su, la voglia di un bambino di agire autonomamente si manifesta attraverso la forza esplorativa delle mani; prova a infilarsi le mutandine, mangia da solo, si leva le scarpe.

    Ed è proprio qui che si ingaggia una vera e propria lotta, impedendogli di provare, di sperimentare con i suoi tempi e le sue modalità: “Adesso sei piccolo, ti aiuto io, quando sarai più grande ti lascerò fare!”. Un aiuto che ha più il sapore della sostituzione, dell’aiuto inutile.

    Ma il rischio è che il “quando sarai più grande” non arrivi mai; nel frattempo avremo trattato il bambino da incapace.

    Prova con asciugamano, occhialini da nuoto o visiera

    Sono diversi gli oggetti che potresti proporre a tuo figlio per predisporlo favorevolmente al lavaggio dei capelli.  

    • Un asciugamano che possa tenere in mano per asciugarsi occhi e orecchie in tempo reale
    • una visiera anti lacrime da fargli indossare prima di entrare in vasca o in doccia che permetta di insaponare i capelli e risciacquarli evitando di irritare gli occhi.
    • Anche l’utilizzo di occhialini da nuoto rappresenta un modo rassicurante e allo stesso tempo divertente per lavare i capelli.

    Una volta trovata la strategia adatta al tuo bambino non ti resta che rendere lo shampoo un pretesto per fare bolle di sapone o un’occasione per provare “strane” acconciature.

    Lascia che tuo figlio ti lavi i capelli, per aiutarlo ad affrontare la sua paura

    Ecco un gioco che suggerisco spesso ai genitori che mi chiedono come riuscire a fare lo shampoo ai loro figli senza drammi.

    Entra anche tu nella vasca o sotto la doccia e fai finta di avere paura, in modo da fare ridere tuo figlio a crepapelle.

    L’inversione dei ruoli è un modo efficace con cui i bambini possono “giocare” le loro paure attraverso le risate. Inoltre, permette loro di assumere una posizione di controllo e potere rispetto a quella determinata situazione.

    Sfrutta il potere dell’inversione dei ruoli con il tuo bambino e lui si sentirà forte, competente e coraggioso. Pian piano si renderà conto che non esiste davvero nessun pericolo nel lavarsi i capelli.
    Proponi lo shampoo quando sia tu che tuo figlio siete riposati

    Evita di lavare i capelli a tuo figlio quando lo vedi troppo stanco o irrequieto.

    Ricorda: più i bambini sono piccoli più fanno fatica a gestire i loro comportamenti da soli. Se poi sono stanchi, hanno sonno, fame o sono annoiati tenderanno più facilmente a dis-organizzarsi e di conseguenza a comportarsi male.

    E fai attenzione che anche tu non sia in sovraccarico fisico ed emotivo. 

    A volte le reazioni dei nostri figli ci esasperano perché noi siamo stanchi come loro. Ma vogliamo sentirci “bravi genitori”, allora ci rifiutiamo di riconoscere che non sono loro a essere “insopportabili”, è la nostra pazienza che è al limite.

    Non insistere

    Lo so. Lo fai con le migliori intenzioni, perché ami profondamente tuo figlio. 

    Ma insistere nel ripetergli che non c’è niente di cui aver paura e “forzarlo” a fare ciò che lo spaventa, significa dargli il messaggio che le sue emozioni non contano e, soprattutto, che se le deve gestire da solo.

    Per aiutarlo, invece, occorre semplicemente mettersi al suo posto.

    Cerca di “sentire” ciò che sentiresti nella stessa circostanza.
    Anche tu sei stata/o bambina/o e puoi capire quello che avviene dentro di lui.

    “Ma se lo assecondo lui pensa che non sia necessario lavarsi i capelli. E chissà per quanto tempo andrà avanti così!” mi dicono spesso i genitori alle prese con l’oppositività dei loro figli.

    In realtà, quando incontriamo resistenza nei bambini è importante non insistere troppo. Se con il corpo esprimono intensi sentimenti di paura, per potersi rilassare hanno bisogno di una connessione profonda con l’adulto, attraverso le coccole e il gioco. 

    Vedrai.

    L’immedesimazione aiuterà te a comunicare con tuo figlio con amore e pazienza e lui ad affrontare con più coraggio ciò che gli fa paura.

    E se non funziona?

    È possibile, comunque, che nonostante i tuoi tentativi di gestire al meglio la situazione, il tuo bambino continui a opporre resistenza e a non volersi lavare i capelli.

    Non preoccuparti e non sentirti inadeguata/o.

    Non sempre con i figli si ottengono, in tempi brevi, i risultati desiderati. 

    Sappi che la maggior parte dei bambini supera la paura legata al lavaggio dei capelli diventando grande.

    Come ci ricorda Maria Montessori

    molto dipende da quanto è sviluppata la loro volontà, la loro personalità, da quanto sono padroni delle loro azioni, dei loro impulsi, delle loro emozioni. 

    Per quanto vorremmo che sin da piccoli si comportassero con razionalità e grande equilibrio emotivo dobbiamo sapere che questo non potrà ancora avvenire durante la loro infanzia.

    Sicuramente non sempre.

    “(…) se il bimbo non è ancora padrone delle sue azioni, se non riesce ad ubbidire alla sua propria volontà, tanto meno riuscirà ad ubbidire ad un’altra persona”. Maria Montessori

    Piuttosto che concentrarti sulla necessità o meno di fare lo shampoo, dai priorità al dialogo con tuo figlio, anche se è spaventato o arrabbiato.

    Fagli capire che lo ami e lo apprezzi comunque e continuerai ad aiutarlo a gestire le sue fatiche “So che sei spaventato. Lo capisco. Sono qui per aiutarti. Vedrai che troveremo una soluzione!”.

    A lungo termine, non solo avrai costruito una relazione di fiducia, ma lo avrai equipaggiato per la vita, perché avrà imparato

    • a non esigere risultati immediati
    • a sopportare le delusioni e i fallimenti
    • a esprimere i suoi sentimenti
    • a immedesimarsi negli altri
    • e soprattutto avrà sviluppato la sua “voce interiore”, rassicurante e calmante, che gli sarà di aiuto per affrontare le sfide della sua esistenza.

    Il modo in cui parli a tuo figlio, infatti, pone le basi per interiorizzare la modalità con cui nel tempo tratterà se stesso. Mi riferisco a quella voce che inizialmente ha ascoltato da te e che sarà una voce interiore sicura nella misura in cui sarà stato rassicurato, amato e coccolato.

    Certo, non è sempre facile mantenere con i nostri figli un dialogo calmo e compassionevole.

    Complici la stanchezza, la mancanza di tempo, le storie che ci raccontiamo per cercare di interpretare i loro comportamenti incomprensibili, il modo in cui siamo stati cresciuti e che replichiamo in automatico.

    E’ così che normali aspetti della vita dei nostri figli possono diventare per noi intollerabili.

    D’altronde, genitori non si nasce. Lo si diventa. 

    Un passo alla volta verso un cambiamento profondo e duraturo in cui crescono i nostri figli, ma anche noi diventiamo genitori migliori.

    Proprio per questo ho creato dei percorsi, sia di gruppo che individuali, durante i quali potrai modificare il tuo sguardo per vedere tuo figlio nella giusta prospettiva, senza rischiare di mal interpretare i suoi comportamenti, le sue ribellioni, le sue paure e avere un impatto positivo sulla sua vita.

    Compila il form qui sotto per concordare una videocall gratuita durante la quale potrai espormi le tue domande e io  ti aiuterò a capire se i miei percorsi sono adatti a te. 

  • Temi che la timidezza di tuo figlio sia un difetto? Ecco 4 suggerimenti per non viverla come un problema

    Temi che la timidezza di tuo figlio sia un difetto? Ecco 4 suggerimenti per non viverla come un problema

    Ti preoccupa il pensiero di avere un figlio timido perchè rimane in disparte alle feste di compleanno, ha solo due amici e anche i suoi insegnanti ti raccontano che in classe è spesso da solo?

    Forse pensi che ci sia in lui qualcosa che non va e che nella vita tutti gli metteranno i piedi in testa. 

    Voglio tranquillizzarti.

    La timidezza non sempre è un problema contro cui combattere o un difetto da correggere.

    Perciò, se ti rivedi in una di queste situazioni…

    “Mio figlio non sa difendersi, è sempre accondiscendente. Se gli prendono un gioco dalle mani, invece di arrabbiarsi, si mette a piangere. Se gli passano davanti, mentre aspetta il suo turno davanti allo scivolo, non si ribella”.

    “A differenza dei suoi compagni, quando arriva a una festa di compleanno mia figlia rimane per un po’ di tempo in disparte prima di interagire.  In generale, non ha molti amici e cerca sempre gli stessi. Vorrei fosse un po’ più spavalda e sicura di sè”…

    Allora stai leggendo l’articolo giusto.  

    Spesso nelle mie consulenze incontro genitori preoccupati per il carattere troppo arrendevole dei loro figli. Temono che da grandi saranno adulti fragili e poco sicuri di sé, facile bersaglio di ingiustizie e soprusi.

    Forse anche tu hai fatto questi pensieri a causa della timidezza di tuo figlio. 

    Magari credi di aver esagerato nell’incoraggiarlo a essere gentile con gli altri e ti chiedi se la sua passività sia colpa tua. Non sai bene che pesci prendere e rimani spesso indecisa/o su cosa fare in tante situazioni:

    “Devo spronarlo a reagire?” 

    “Meglio lasciarlo tranquillo nella speranza che con l’esperienza si “sveglierà” e imparerà a essere più intraprendente?”.

    “E se insistessi di più perché frequenti altri compagni, invece di rimanere sempre a casa?

     La timidezza di per sé non è una patologia

    Un concetto fondamentale che vorrei tu interiorizzassi è che la timidezza non è una patologia, quindi non allarmarti.

    È un tratto caratteriale che si manifesta, il più delle volte, con la tendenza ad essere molto riservati, poco reattivi, particolarmente osservatori e raramente propensi a far prevalere le proprie ragioni. 

    Comportamenti che, se ci pensi bene, in diversi casi sono molto apprezzati in un adulto. 

    Molto dipende dai significati che gli attribuisci.  

    Mi spiego.

    Non è detto che se tuo figlio non si butta subito nella “mischia” (che sia una festa di compleanno o una prova di basket), significa che non abbia voglia di partecipare o provi disagio. Probabilmente ha bisogno di osservare, analizzare e familiarizzare con quella nuova esperienza, prima di passare all’azione. 

    Come si suol dire… ha bisogno dei suoi tempi!

    Il bambino timido, o introverso, ci mette più tempo ad agire perché ha un modo diverso di processare le informazioni che gli arrivano da ciò che lo circonda.  

    Quindi, in tante situazioni, è più probabile che sia tu a vedere una difficoltà e non tuo figlio a viverla veramente. 

    Questo concetto magari ti confonde, ti faccio un esempio. 

    A volte, nel passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria, i bambini assumono un comportamento tendenzialmente remissivo con i nuovi compagni. Sono sempre molto disponibili e quindi accettano qualsiasi situazione senza esprimere i loro desideri – “per me è lo stesso”-, si comportano in modo eccessivamente “buono”, sempre pronti a compiacere gli altri e se viene fatto loro un torto non reagiscono.

    Con grande sofferenza di mamma e papà che pensano che il loro bambino sia vittima di prepotenze e soprusi! 

    In realtà, in questo caso l’evitamento dei conflitti rappresenta una strategia che i bambini utilizzano per farsi accettare nel nuovo ambiente. Ma anche una modalità che adottano per gestire meglio le loro energie e affrontare, in modo più rilassato, la fatica che comporta un cambiamento così importante come il passaggio da un ciclo scolastico all’altro.

    Una regola fondamentale da tenere sempre in mente per non andare nel panico, come a noi genitori spesso succede, è che un comportamento diventa problematico solo quando si ripete con frequenza e crea disagio e infelicità nel bambino.

    Cosa puoi fare, allora, per aiutare tuo figlio a vivere bene la sua timidezza?

    1. Evita le etichette

    Etichettare tuo figlio come “timido” potrebbe portarlo a credere che ci sia qualcosa di sbagliato in lui, che gli manchi qualcosa, che non sia abbastanza sicuro, intraprendente, entusiasta. 

    Evita di definirlo tale, soprattutto in presenza di estranei –“Non essere così timido!”.  

    Rischieresti di “cucirgli” addosso una caratteristica che tu fatichi a gestire, ma che di fatto non gli appartiene. In fondo è solo il suo modo di approcciarsi alla vita, che potrebbe risultare più “vincente” di quanto tu creda.

    Chi osserva molto prima di agire, ponderando bene le sue mosse, ha sicuramente più probabilità di prendere le giuste decisioni.

    2. Non sostituirti a lui

    Non intervenire per prendere le difese di tuo figlio nei confronti dei suoi compagni.

    A meno che non sia in serio pericolo, questo tuo comportamento risulterebbe solo controproducente.

    Potrebbe convincersi, infatti, di non sapercela fare da solo e questo lo farebbe sentire inadeguato.

    Piuttosto, osserva le sue reazioni e incoraggialo a trovare modi più efficaci per gestire autonomamente le relazioni, senza lasciarsi prevaricare.

    3. Non costringerlo a lanciarsi in nuove esperienze

    Obbligare tuo figlio a comportarsi in un modo a cui non è abituato lo spinge a chiudersi ancora di più. Non serve insistere perché interagisca con più bambini. Meglio esporlo gradualmente alle occasioni di gruppo (una festa di compleanno, uno sport di squadra…).

    Come?

    Potresti programmare alcune semplici attività, una merenda o una visita alla biblioteca. Inizialmente solo con il suo amico preferito e via via invitando qualche compagno in più.   

    4. Aiutalo a diventare consapevole del suo temperamento

    La timidezza è una caratteristica di alcune persone, così come l’avere i capelli biondi piuttosto che neri. Non c’è un colore migliore di un altro.

    Lo stesso vale per il temperamento. Ogni bambino nasce con le sue specifiche caratteristiche fisiche e di personalità che lo rendono originale e unico, differenziandolo da qualsiasi altro bambino.

    Fai in modo che tuo figlio ne sia pienamente consapevole.

    Prova ad elencargli tutti gli aspetti positivi legati alla timidezza: la calma, la capacità di ascoltare con grande attenzione e di mettersi nei panni degli altri, la sensibilità, la riservatezza.

    Si sentirà compreso, accolto e soprattutto questa consapevolezza, nel tempo, lo renderà sempre più sicuro di sé.

    La timidezza nei bambini (ma anche negli adulti) non è un difetto

    Per quanto tu possa ritenere utili questi suggerimenti, è anche vero che potresti ritrovarti ancora a considerare la timidezza di tuo figlio un “difetto” da correggere o sentirti infastidita/o dal suo “pessimo” carattere. 

    So quanto è difficile nella vita di tutti i giorni, fra i tuoi mille impegni e la costante pressione ad essere “un bravo genitore”, riuscire a tirare il fiato e ricordarsi di queste regole.  

    Non preoccuparti se quel mercoledì che torni a casa stanca/o dal lavoro e tuo figlio piangendo ti racconta che i suoi compagni l’hanno escluso e lui se n’è rimasto in disparte, tu ti senta agitata/o, preoccupata/o e pensi “Non potrebbe essere un po’ più deciso come suo fratello, suo cugino, il suo amico Marco?”.

    È assolutamente normale! 

    Non sentirti mai in colpa per questi pensieri. 

    La cultura in cui viviamo ritiene più simpatici i bambini e i ragazzi spigliati, disinvolti, che non hanno paura di niente e che accolgono subito e sempre con entusiasmo ogni nuova proposta, ed è perfettamente naturale che tu voglia questo per tuo figlio. 

    La timidezza però non è problematica come ce la dipingono o come puoi pensare.  

    L’importante è non far nascere una reazione a catena, che funziona più o meno così: 

    • quando valuti un comportamento di tuo figlio attraverso la lente del giudizio altrui ti senti frustrata/o.  
    • Allora pensi di non averlo educato bene o di aver sbagliato qualcosa. 
    • Così facendo ti focalizzi sulla sua “presunta” inadeguatezza.
    • Ignori dunque i suoi punti di forza e non riesci ad aiutarlo ad avere sempre più fiducia nelle sue capacità.
    • Quindi pensi ancora di aver sbagliato qualcosa e la catena ricomincia da capo in un loop che non fa bene a nessuno dei due. 

    Non sei un cattivo genitore, sei un genitore che vive in una società in cui il suo ruolo non è valorizzato quanto dovrebbe e a cui nessuno ha insegnato a fare il mestiere più importante di tutti: crescere le generazioni che verranno. 

    Proprio per questo da più di 20 anni aiuto le mamme e i papà a interpretare correttamente i comportamenti dei loro figli, senza lasciarsi confondere dai luoghi comuni e tanta psicologia spicciola di cui è impregnata la nostra società.

    Se anche tu sei stanca/o di sentirti sempre sotto accusa e non all’altezza del tuo compito educativo e vuoi impegnarti in un percorso che ti aiuti a diventare la mamma o il papà di cui tuo figlio ha bisogno per esprimere al meglio le potenzialità del suo temperamento,

    allora non esitare a contattarmi compilando il form qui sotto.

    Fisseremo subito una videocall gratuita durante la quale potrai condividere i tuoi bisogni e io ti spiegherò in che modo posso aiutarti a diventare un genitore migliore

  • Qual è il ruolo dei nonni? 3 utili strategie per evitare i conflitti

    Qual è il ruolo dei nonni? 3 utili strategie per evitare i conflitti

    “La stai rovinando! Io non ti ho mai permesso di rispondermi in questo modo!” dice tua madre con tono perentorio quando la tua bambina ti urla contro perché non le lasci guardare altri cartoni.

     “Ma cosa vuoi che gli faccia un biscotto in più! Non ti sembra di esagerare?” interviene tuo suocero, amplificando notevolmente la lamentela di tuo figlio che ti chiede ancora biscotti dopo averne già mangiato cinque!   

    Così, se inizialmente il pensiero che ci fossero i nonni a darvi una mano nel crescere i vostri figli vi era di grande conforto, adesso, man mano che emergono le differenze tra il vostro modo di fare e il loro, si fa tutto più complicato.

    E’ già abbastanza impegnativo fare i genitori, figuriamoci se i nonni cominciano a elargire consigli non richiesti e ad intromettersi nell’educazione dei vostri bambini, sminuendo il vostro ruolo genitoriale. 

    Le incomprensioni, i battibecchi, le insofferenze, i litigi sono a un tiro di schioppo!

    D’altronde, i nonni sono stati anche genitori ed è per questo che per loro diventa quasi automatico continuare ad esserlo anche per i nipoti.

    No, non voglio giustificarli. 

    Né tantomeno minimizzare la tua fatica nel gestire i loro sconfinamenti.

    Ma la verità è che una mamma e un papà non smettono di essere genitori quando i figli crescono. Soprattutto quando diventano nonni.

    Se è vero però, che avendo cresciuto uno o più figli, la loro esperienza rappresenta una grande risorsa per voi, questo non significa che hanno il diritto di interferire con il modo in cui crescete i vostri. 

    È una questione di delicato equilibrio che bisogna imparare a gestire con grande abilità.

    Provare a farlo senza avere gli strumenti giusti sarebbe come mettersi alla guida di un’automobile senza avere la patente.

    Ecco perché ho preparato alcuni suggerimenti che possono aiutarvi a prevenire potenziali disaccordi.  

    Come evitare le tensioni con i nonni? 3 consigli utili

    1. Esprimete in modo chiaro le vostre idee su come volete educare i vostri figli. 

    Al di là delle differenze di metodi e delle reciproche diffidenze è fondamentale chiarire in anticipo le vostre intenzioni. 

    Spiegate ai nonni come desiderate che vada fatta una cosa.  

    Questo per evitare possibili conflitti soprattutto per i vostri figli. 

    “I nonni si muovono sulle onde del passato, perfino della propria infanzia; i genitori guardano al futuro. In mezzo c’è il piccolo o la piccola. Per il loro bene è essenziale che tutti gli adulti che se ne occupano trovino tra loro un accordo, una modalità comune di intervento rispetto ai principali NO e SÍ”. 

    Grazia Honegger Fresco

    Soprattutto nei primi anni della sua vita un bambino ha bisogno di regolarità e continuità.

    Se deve rapportarsi con tante persone diverse, anche familiari, il rischio è che vada in confusione.

    Per esempio, quando i nonni sono più permissivi o utilizzano un approccio molto diverso dai genitori. Nel tempo, di fronte a chi gli proporrà la strada più facile, non esiterà a preferirlo, diventando oppositivo con chi, invece, stabilisce limiti fermi e invalicabili. 

    2.              Fate una lista delle regole imprescindibili. 

    Quando i genitori mi chiedono come gestire praticamente le divergenze sull’educazione dei figli, con i nonni, suggerisco sempre di creare un breve lista delle regole (due o tre, non di più) su cui non vogliono che si transiga. E di condividerla con loro.

    Per esempio:

    • non insistere se non vogliono mangiare;
    • non lasciare guardare la TV a oltranza (definire il numero di cartoni/programmi da vedere);
    • non promettere premi (“Se mangi tutte le verdure ti compro un gelato!”; “Se prendi buoni voti a scuola ti regalo soldi!”).

    In tutto questo, è importante mantenere una certa flessibilità.

    Mi spiego.

    Se i vostri figli vedono sporadicamente i nonni, allora non fatene un dramma se qualche regola viene “trasgredita”. Si può anche soprassedere e accettare con serenità che a volte il nonno faccia di testa sua. 

    E allora va bene che si guardi qualche cartone in più, va bene che si mangino le caramelle. Per il resto del tempo, i limiti li porrete voi. 

    I bambini saranno in grado di capire che certe cose potranno farle solo con i nonni, di tanto in tanto. 

    Si tratta di eccezioni.

    Diverso, se i vostri figli trascorrono maggior tempo con i nonni. In questo caso non si tratta della “trasgressione” una tantum, perciò, è fondamentale che i vostri genitori, così come i suoceri, siano coerenti con le vostre regole. Nella diversità dei due approcci è necessario che i bambini ritrovino molti punti in comune.

    In ogni caso, i nonni dovrebbero essere sempre dalla parte di mamma e papà. 

    Avere la percezione che gli adulti intorno a loro sono coerenti nell’educare con amorevole fermezza, fa bene ai bambini, li aiuta a crescere. Perciò, una volta stabilite certe regole, non bisogna cedere.

    I vostri figli devono sentire che tutti gli adulti sono d’accordo sulle questioni fondamentali.

    3.              Risolvete le divergenze in separata sede

    I nonni possono non concordare sulle vostre scelte (sonno, alimentazione, vaccinazioni…), ma le decisioni spettano a voi e loro non sono autorizzati a sminuirvi agli occhi dei vostri bambini, in alcun modo, né con le parole né con i fatti: “Te lo compro io altrimenti tuo papà non ci pensa!”. 

    “Sono i genitori al centro della vita dei figli; loro, il vero punto di riferimento. Quindi la loro immagine non deve essere in alcun modo demolita”.

    Grazia Honegger Fresco

    Le critiche destabilizzano i vostri figli rendendoli insicuri, ed esasperano i rapporti tra voi adulti. Il rischio che si corre in queste situazioni, più emotive che razionali, è di controbattere in presenza dei bambini.

    Niente di più sbagliato!

    Se proprio è necessario rispondere mentre sono presenti i vostri figli, evitate di aprire una discussione, mordetevi le labbra, fate qualche respiro lento e profondo, lasciando cadere l’argomento o minimizzandolo. Potete dire “Ti ringrazio, ci penserò”, “Cercherò di capire se mi può essere utile”.

    Non ribattete ad ogni cosa che non vi piace o da cui vi sentite provocati, perché così facendo amplificherete il disaccordo.

    Cercate invece di chiarirvi in privato, mantenendo sempre una modalità comunicativa rispettosa, che non metta l’altro sulla difensiva: “Tu hai fatto, hai detto che…” .

    Piuttosto esprimetevi in questo modo: “Forse sarebbe meglio fare così, non credi?”. 

    La giusta misura educativa

    Come nel caso delle divergenze tra mamma e papà https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/ti-scontri-continuamente-con-il-tuo-partner-per-divergenze-sulleducazione-dei-vostri-figli-non-preoccuparti-succede-in-tutte-le-famiglie/ anche tra genitori e nonni l’aspetto più difficile è trovare la giusta “misura” educativa, che non faccia sentire i nonni “indesiderati” né voi genitori frustrati e delusi.

    Ma soprattutto che abbia a cuore il bene dei vostri figli, al di là di regole e principi indiscutibili.

    Essere genitori è come fare l’equilibrista. 

    Dovete prestare sempre molta attenzione ad ogni singolo passo, per evitare di cadere.

    E se vi succede di non farcela è un attimo sentirvi inadeguata/o e non all’altezza della situazione.

    Ma come per un vero equilibrista, per raggiungere quella performance impeccabile che permette di non scivolare dalla corda, è necessaria tanta palestra, tanto allenamento. 

    Essere un buon genitore significa saper gestire con grande equilibrio il rapporto, non sempre semplice, con i nonni. A questo proposito è necessario un esercizio quotidiano di consapevolezza che vi aiuti a riflettere su ciò che state facendo e come lo state facendo.

    Senza lasciare spazio a reazioni impulsive e improvvisazioni che creerebbero soltanto dispiaceri e risentimenti tali da “intossicare” i rapporti e rendere infelici soprattutto i vostri figli.

    Meglio lavorare sulla vostra capacità di accettazione delle divergenze e provare a gestirle in modo diverso: quello che fanno i nonni è davvero così grave? Mette in pericolo la crescita dei vostri figli?

    In fondo, non è loro compito educarli.

    Questo tocca a voi.

    I nonni svolgono un altro ruolo, più leggero e giocoso. È “fisiologico” che di tanto in tanto vizino i nipoti e “trasgrediscano” qualche regola.

    “I genitori guidano, insegnano. Sono la protezione e la legge, l’apprendimento quotidiano e la palestra per conquistare l’indipendenza”. I nonni, al contrario, rappresentano l’indulgenza”.

    Grazia Honegger Fresco

    Negare l’importanza della relazione tra nonni e nipoti. Quali le conseguenze?

    Che vi piaccia o meno i nonni svolgono una funzione importantissima nella vita dei loro nipoti.

    Negarlo significherebbe privare i vostri figli di un’esperienza fondamentale per la loro crescita.

    È grazie ai nonni che i bambini scoprono che il mondo non è cominciato con la loro nascita o con quella dei genitori. I nonni rappresentano il legame con la storia, con le origini. Un punto di riferimento necessario della loro storia familiare.

    Ma anche un grande supporto emotivo per i nipoti che crescendo possono trovare in loro ascolto, consolazione, complicità, risposte e soluzioni diverse ai loro bisogni.

    Persone speciali a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà, soprattutto nel periodo turbolento dell’adolescenza in cui i ragazzi hanno la “necessità” di allontanarsi fisicamente e psichicamente dai genitori.

    Inoltre, proprio per la loro matura esperienza di vita i nonni possono insegnare ai nipoti come affrontare le sfide della vita in modo resiliente e saggio.

    Grazie a loro i nipoti hanno anche l’opportunità di comprendere che i cambiamenti dovuti all’età o la malattia fanno parte inevitabile della vita.

    Una vera e propria risorsa!

     Nonostante questo, non sempre la relazione con i nonni sarà impeccabile.

    Anche nel caso in cui nutrono un immenso affetto per voi e per i vostri figli; i nonni prima o poi vi daranno fastidio. 

    È la natura umana! Ci si ama, ma ci si infastidisce anche.

    In quanto genitori, però, è importante far comprendere ai vostri figli come si risolvono i conflitti familiari. Altrimenti offrirete loro un esempio di intolleranza e insofferenza da cui impareranno che l’essere anziani è solo un peso.

    Sappiate che un giorno i nonni sarete voi.

    E avrete voglia di essere presenti con i vostri nipoti tanto quanto lo desiderano i vostri genitori adesso.

    I “conflitti” con i nonni, per così dire, a volte sono dettati dalla difficoltà nostra come genitori, in primis, di avere chiare in mente le regole da stabilire con i nostri figli, è perfettamente normale che sia così. 

    D’altronde se non c’è una chiara mappa davanti a noi, quando agiremo sarà difficile spiegare agli altri la strada da seguire. 

    Spesso il problema quindi non sono i nonni in sè, ma il sistema di “regole” e principi che ci siamo o non ci siamo dati. 

    La confusione che attanaglia un genitore si riflette immediatamente su qualsiasi aspetto della crescita del figlio. 

    Per questo dopo aver insegnato nelle scuole, dopo essermi occupata di formazione pedagogica, ho deciso di mettermi al servizio dei genitori per aiutarli nel lavoro più difficile del mondo, essere, appunto, genitori. 

    Ho creato dei percorsi appositi di gruppo e individuali per chi vuole imparare a diventare un genitore fermo, autorevole, ma sempre calmo e dolce. 

    Se vuoi sapere se uno di questi percorsi fa al caso tuo, lasciami i dati, ti contatterò senza impegno alcuno e capiremo se posso aiutarti.

  • Tua figlia non vuole condividere i suoi giochi con nessuno? Non preoccuparti, è tutto ok!

    Tua figlia non vuole condividere i suoi giochi con nessuno? Non preoccuparti, è tutto ok!

    Giada ha 4 anni e, come spesso accade, quando arrivano a casa le sue amiche, di punto in bianco non vuole più che tocchino i suoi giochi.

    Se qualcuna di loro prova a prenderne uno, lei glielo strappa di mano, urlando “NON TOCCARLO, È MIO!”.

    La mamma di Giada cerca allora di spiegare a sua figlia che non succede nulla se le sue amiche usano per un po’ i suoi giochi. Non vogliono portarglieli via. Sono solo molto curiose perché loro, quei giochi, non li hanno a casa. Lei li ha sempre e ci potrà giocare anche dopo. 

    A quel punto Giada scoppia in lacrime.

    Il suo pianto inconsolabile fa andare su tutte le furie la mamma che, sfinita dall’ennesimo rifiuto di sua figlia di condividere i giochi, le dice che se non la smetterà di comportarsi in quel modo con le sue amiche, non le inviterà più!

    Una scena ricorrente nelle case dove ci sono bambini. 

    Forse sarà successo anche a te. 

    E magari avrai pensato che stai sbagliando tutto, che non sai educare tua/o figlia/o, che diventerà una persona egoista, antipatica, con cui nessuno vorrà avere a che fare!

    Tua figlia non crescerà egoista se non presta le sue cose

    Se questo è quello che pensi ti chiedo di fermare per un attimo l’onda dei tuoi pensieri, per seguirmi nel resto dell’articolo che ho scritto proprio per te.

    In primo luogo, devi sapere che prestare qualcosa a cui si tiene in modo particolare è molto difficile per chiunque. 

    Immagina che all’improvviso, mentre stai camminando con un amico, lui ti sfili di mano il tuo cellulare. Saresti felice di condividerlo?

    Non credo!

    Anzi, è probabile che gliene “canteresti quattro”!

    E comunque, anche quando siamo disponibili a prestare qualcosa – un libro, un utensile, la macchina, un pc …– si tratta sempre di qualcosa che a noi non serve in quel preciso momento e soprattutto è chiaro che quell’oggetto appartiene a noi e deve tornare indietro in perfetto stato.  

    Per i bambini in età prescolare questi passaggi non sono così scontati. 

    Si trovano, infatti, in una fase della loro crescita in cui sono molto concentrati su se stessi, sui propri bisogni, ma non perché siano egoisti o antisociali. Il senso della proprietà (che non ha a che vedere con il nostro!) è molto spiccato!

    Sai perché?

    La parte del cervello deputata all’empatia, alla capacità cioè di considerare il punto di vista dell’altro, di mettersi nei suoi panni e capire i suoi desideri, è ancora poco sviluppata, immatura.

    Quindi è assolutamente normale che in questi primi anni della sua vita, tua/o figlia/o pensi innanzitutto a se stessa/o. È la sua modalità di proteggere il proprio territorio, non solo in senso fisico, tenendo per sé gli oggetti, ma anche in senso psichico.

    Marca i confini della sua identità e nella misura in cui potrà fare esperienza del “mio”, sarà in grado di comprende il “tuo”

    Ecco perché i bambini che si rifiutano di condividere non vanno forzati, né tantomeno rimproverati.

    Sarebbe come sgridarli perché non camminano, quando stanno ancora gattonando!

    Anzi, ti dirò di più.

    Solo quando non si sentirà forzata/o a condividere, ma rispettata/o nel suo bisogno di proteggere ciò che è suo, tua/o figlia/o sarà in grado di acquisire una serie di abilità che la/o porteranno a diventare più empatica/o e propensa/o a saper rinunciare per condividere con gli altri.

    .

    Cosa puoi fare allora se tua figlia non vuole condividere i suoi giochi?

    La prima cosa da fare è lasciare che lo sviluppo faccia il suo corso.

    Nel frattempo, ecco alcuni suggerimenti che possono esserti utili per gestire efficacemente questo passaggio fisiologico, ma impegnativo, della crescita di tua/o figlia/o.

    • Crea delle opportunità che favoriscano lo sviluppo dell’empatia e dell’altruismo in tua/o figlia/o.

    Se da una parte è importante rispettare questo processo di crescita e di costruzione della sua personalità che porta la/il tua/o bambina/o a difendere tutto ciò che è “suo”, è altresì necessario sostenere il suo senso di altruismo innato. Proprio così! Oggi gli studi sullo sviluppo infantile ci confermano che non dobbiamo creare nei bambini la bontà, il senso morale, l’empatia, la gentilezza, la calma. Dobbiamo solo nutrire e sostenere queste qualità perché “se queste non hanno la possibilità di stabilirsi, non le ritroveremo più tardi e sarà inutile predicare e dare buon esempi per suscitarle”. Maria Montessori https://maccom-danielascandurra.rrulb.com/bambini-difficili-si-nasce-o-si-diventa/

    Come?

    Ecco alcuni esempi pratici su come farlo

    1 dai l’esempio

    2 prendi in considerazione il suo punto di vista

    3 mostragli come ci si prende cura di un’altra persona (per esempio, offrendoti per gettare le immondizie della vostra vicina di casa molto anziana)

    4 leggi una storia con lui ponendo spunti di riflessione del tipo: “Chissà come si sentirà triste Michele perché suo fratello gli ha strappato di mano la sua macchinina!”.

    In questo modo coltiverai nel cervello della/del tua/o bambina/o quelle connessioni che la/o predisporranno favorevolmente nei confronti degli altri.

    • Quando invitate a casa un amichetto chiedi prima a tua/o figlia/o quali giochi è disposta/o a condividere e quali no.

    Quelli che non desidera condividere si mettono via. È importante che senta di poter “gestire” le sue cose.

    In alternativa chiedete ai piccoli ospiti di arrivare a casa vostra muniti di un paio di giochi e proponete poi degli scambi in modo che la condivisione sia reciproca.

    • Stabilisci delle regole chiare.

    Tipo: “Potrai usare questo gioco fino a quando avrai finito di giocarci” è una frase molto rassicurante.

    Intanto, il messaggio che arriva ai bambini è che tutti alla fine avranno la stessa opportunità!

    Ma soprattutto, sapere che potrà giocare fino a quando si esaurirà il suo bisogno di “possedere” quel gioco, renderà un bambino molto più disponibile a condividere.

    Più invece si insiste nel chiedergli di prestare i suoi giochi più opporrà resistenza!

    Una volta che avrà finito di giocare accertati che il gioco passi al suo amico “Adesso che hai finito è il turno di Federico”.

    Questi concetti valgono sempre 

    A conclusione di questo articolo, forse ti è più chiaro il motivo per cui tua/o figlia/o fatica a condividere.

    È importante capire che dietro ai suoi comportamenti apparentemente incomprensibili spesso si celano motivazioni diverse da quelle che immagini.

    Quando non conosci i meccanismi “fisiologici” che spingono tua/o figlia/o a comportarsi in un certo modo, rischi di scontrarti con ciò che invece è naturale per il suo sviluppo, con la conseguenza che faticherai il doppio, come il criceto che dentro la sua ruota corre come un matto senza avanzare di un centimetro.

    Purtroppo, spesso, sono le nostre convinzioni che ci fanno travisare quanto invece è più che naturale.

    Abbiamo paura che i nostri figli possano sembrare maleducati e noi dei pessimi genitori.

    Non è, perciò, sui bambini che dobbiamo lavorare, ma sul nostro modo di entrare in relazione con loro, per avere una chiave di lettura chiara che ci permetta di capirli e interpretarli. 

    Si tratta di lavorare con impegno e pazienza su di sé, mettere in stand-by le nostre aspettative, e non solo per quello che riguarda la condivisione dei giochi.

    Sappi che per molto tempo tua/o figlia/o vivrà le situazioni più con l’immediatezza delle emozioni che con la razionalità, pensando in modo diametralmente opposto a te.

    Per evitare di fraintendere e banalizzare i suoi comportamenti non può bastarti solo qualche strategia. Hai bisogno di un’intera cassetta di strumenti da utilizzare all’occorrenza per saper rispondere al suo bisogno di sentirsi ascoltata/o e compresa/o e non essere un ostacolo alla sua crescita.

    Non ci sono altre piste da percorrere.

    Questo è esattamente il motivo per cui ho creato un percorso che può aiutarti a comprendere come funziona la mente della/del tua/o bambina/o e gestire con sicurezza e serenità anche le situazioni più complicate. 

    Tutto quello che devi fare è compilare il form qui sotto e fissare una consulenza gratuita e senza impegno, capiremo insieme quali sono le difficoltà di tua/o figlia/o e se posso esserti utile. 

    Non esistono cattivi genitori, solo genitori impreparati. 

  • È giusto dare la paghetta ai bambini? A che età iniziare? Ecco tutte le risposte

    È giusto dare la paghetta ai bambini? A che età iniziare? Ecco tutte le risposte

    Non di rado i genitori con cui lavoro mi raccontano che una delle questioni su cui non riescono a trovare un’idea condivisa riguarda la gestione del denaro da dare ai figli. 

    Probabilmente succede anche a te.

    Tuo figlio non fa altro che chiederti soldi per comprarsi le figurine, le carte pokemon, il fumetto. 

    Tua figlia esce con le amiche e te li chiede per prendersi il gelato o acquistare quei cargo all’ultima moda che tanto desidera. 

    Poi ci sono le feste di compleanno dei compagni, e allora bisogna tirar fuori anche quelli per i regali.

    Puntualmente, di fronte a queste richieste si accende la stessa discussione. 

    Tu saresti dell’idea di dare i soldi ai tuoi figli di volta in volta, mentre il tuo partner opterebbe per una paghetta mensile da far gestire loro in autonomia. 

    Chi ha ragione tra voi due?

    E poi. 

    Se decidete di dare una paghetta

    • quando dovreste darla?
    • A che età è giusto cominciare?
    • La proponete come premio per aver svolto alcuni lavoretti in casa o quando i vostri figli ottengono buoni voti a scuola?

    Insomma, le domande e i dubbi che ruotano intorno al tema “figli e soldi” sono innumerevoli.

    Se anche tu, come i tanti genitori che si rivolgono a me, hai bisogno di trovare risposte a queste domande, allora sei nel posto giusto!

    Intanto vorrei cominciare col chiarire che la paghetta NON è denaro guadagnato!

    Si, hai letto bene. 

    La paghetta non va corrisposta ai tuoi figli come un compenso per aver studiato o per i “lavori” che svolgono in casa.

    Si tratta di un’abitudine molto praticata nelle famiglie, ma che rischia nel tempo di trasformarsi in una lezione negativa, in quanto spinge i bambini a ragionare in termini 

    Studio, rifaccio il letto, porto fuori le immondizie… per avere i soldi”. 

    Niente di più diseducativo!

    La famiglia non è un’azienda, bensì un luogo dove ognuno, dal più piccolo al più grande, come in uno sport di squadra, contribuisce al buon andamento familiare.

    Pagare i tuoi figli perché facciano la “loro parte” non è una buona regola. 

    Un conto è educare a essere collaborativi e responsabili in casa. Un altro discorso è aiutarli a sviluppare delle buone abitudini e competenze finanziarie.

    Ecco perché la paghetta deve essere assolutamente svincolata dalla collaborazione in famiglia o dall’impegno scolastico.

    Il suo unico obiettivo consiste nell’aiutare i tuoi figli

    • a comprendere il valore delle cose
    • a gestire il denaro – “Non posso comprare tutto quello che desidero altrimenti i soldi finiscono!” –
    • a risparmiarlo
    • a non sprecare
    • a porsi degli obiettivi e a mettere da parte i soldi necessari per raggiungerli.

    Ciò non toglie che a fronte dello svolgimento di attività “straordinarie”, come potrebbero essere tagliare l’erba o pulire le finestre, i bambini possano ricevere un compenso “extra”. 

    Purtroppo ad oggi manca ancora la consapevolezza del fine educativo della paghetta e di quanto sia importante insegnare ai nostri figli il valore della responsabilità economica

    Sin da piccoli, in modo che da grandi non si trovino facilmente in difficoltà finanziarie. 

    Quanti adulti di oggi avrebbero potuto evitare di indebitarsi se qualcuno avesse insegnato loro a gestire bene i soldi, a risparmiare e a utilizzare gli strumenti adeguati per evitare di complicarsi la vita!

    Sono certa che tu, come qualsiasi genitore, desideri un futuro più promettente per i tuoi figli!

    Perciò, non fartene una colpa se, involontariamente, hai commesso l’errore di introdurre la paghetta sulla spinta del semplice pensiero “lo fanno anche altri genitori” oppure “la ricevevo da piccola e allora lo faccio anch’io con i miei figli”, senza soffermarti a ragionare sulla sua utilità ai fini educativi.

    Ho scritto questo articolo proprio per aiutarti a realizzare questo necessario cambiamento di mentalità.

    Ecco cosa puoi fare concretamente:

    1. Stabilisci un importo fisso che sia adeguato all’età e alle esigenze dei tuoi figli.

    Puoi cominciare quando hanno 4/5 anni. Anche se non capiscono ancora come si utilizzano i soldi per acquistare le cose, non è mai troppo presto per iniziare a imparare.  

    Lo diceva già Maria Montessori: 

    Bisogna quindi che i bambini ne facciano personalmente esperienza, acquistando essi stessi alcuni oggetti, e si rendano conto di ciò che possono acquistare con l’unità monetaria del loro paese”. 

    Ovviamente, a questa età non hanno necessità di essere indipendenti nel comprarsi qualcosa, ma potranno usare quei soldi nel momento in cui desiderano un piccolo gadget o un dolcetto. 

    In questo modo impareranno presto che se vogliono qualcosa devono risparmiare per ottenerla. Che grande apprendimento, in un’epoca in cui i bambini faticano a tollerare l’attesa, tendendo a voler soddisfare immediatamente ogni loro desiderio! 

    Come ho già scritto altre volte i tempi di attesa sono necessari per lo sviluppo del pensiero. I bambini che riescono a tollerare l’attesa saranno in futuro dei ragazzi che supereranno le crisi adolescenziali meno faticosamente.

    Man mano che i tuoi figli cresceranno e padroneggeranno concetti e abilità di calcolo potranno comprenderne meglio l’utilizzo.

    1. Definisci insieme ai tuoi figli le regole di base per l’utilizzo della paghetta, mettendole anche per iscritto. 

    Quali sono le spese che possono gestirsi in autonomia? 

    Cosa possono comprarsi con quei soldi e cosa no? Per esempio con figli adolescenti potreste concordare che non si acquistano sigarette o che non si fanno spese oltre un certo importo. 

    1. Lascia che sperimentino sia i benefici di una buona gestione del denaro che le conseguenze di una sbagliata. 

    Mi spiego.

    È possibile che inizialmente i tuoi figli non siano abili nel gestire i soldi. Potrebbero spenderli tutti prima di ricevere la paghetta successiva.

    È normale che succeda. Devono imparare a regolarsi.

    Proprio per questo non è opportuno dare denaro in più, anticiparlo prima del tempo, diminuire l’importo fissato o addirittura togliere del tutto la paghetta. È più saggio lasciare che commettano degli errori e sperimentino le naturali conseguenze di una scarsa pianificazione del budget.

    Sicuramente faranno meglio la volta dopo.

    Piuttosto cogli l’occasione per far riflettere insieme a loro su come evitare di “sperperare” e amministrare meglio il denaro. In questo modo gli errori di trasformeranno in preziose esperienze educative.

    La paghetta rappresenta un vero e proprio strumento educativo con cui puoi aiutare i tuoi figli a diventare persone responsabili.

    Infatti permette loro di comprendere cosa desiderano e di cosa hanno bisogno.

    Ma anche di acquisire maggiore fiducia in se stessi, per esempio, nel momento in cui sono in grado di soddisfare alcune delle loro esigenze da soli.

    Inoltre, avendo la possibilità di gestire denaro in autonomia, imparano a dare il giusto valore alle cose e a consolidare comportamenti virtuosi.

    Così come ti preoccupi che i tuoi figli seguano una sana alimentazione, che ricevano un’ottima educazione scolastica, che abbiano relazioni soddisfacenti, è importante, perciò, che ti preoccupi anche della loro educazione finanziaria. 

    Come avrai compreso leggendo questo articolo non si tratta solo questione di soldi, perché nell’educare i tuoi figli a una buona gestione del denaro trasmetti anche dei valori.

    Ecco perché è fondamentale avere gli strumenti e la formazione giusta per non rischiare di scivolare in atteggiamenti e comportamenti scorretti. Se ad esempio il denaro viene utilizzato come un fine e non come un mezzo, può diventare facilmente molto pericoloso.  

    Sottovalutare l’importanza di una buona educazione finanziaria è un grave errore. Per evitarlo è necessario un approccio consapevole alla gestione dei soldi, basato su conoscenze approfondite e non su modalità apprese da altri o guidate più dall’istinto. 

    Non è però l’unico aspetto in cui aiutare i nostri figli a crescere e farli migliorare di giorno in giorno e non è l’unico ambito dove potresti commettere errori. 

    Se vuoi sentirti più preparata/o nel guidare i tuoi figli e avere degli strumenti chiari per gestire il vostro rapporto, contattami. 

    Ho aiutato centinaia di genitori ad approcciarsi in modo consapevole non solo al tema “soldi e figli” ma a tanti altri aspetti che hanno a che vedere con l’educazione dei bambini e dei ragazzi.

     Posso farlo anche per te!

    Compila il form qui sotto per prenotare una videocall senza impegno.

    Scopriremo quale difficoltà stai affrontando in questo momento, in cosa ti senti di aver bisogno di aiuto e come posso effettivamente essere al tuo fianco. 

  • Ti scontri continuamente con il tuo partner per divergenze sull’educazione dei vostri figli? Non preoccuparti, succede in tutte le famiglie

    Ti scontri continuamente con il tuo partner per divergenze sull’educazione dei vostri figli? Non preoccuparti, succede in tutte le famiglie

    Diventare genitori e occuparsi della crescita dei propri figli è sicuramente una delle esperienze più coinvolgenti ed emozionanti che un uomo e una donna possano vivere! 

    Ma è anche vero che niente fa saltare gli equilibri di una coppia come il disaccordo sulle questioni educative.

    Sarà capitato anche a te, come a tanti genitori, di trovarti a discutere con il tuo partner perché le vostre idee su come crescere i vostri figli, a un certo punto, si sono rivelate profondamente diverse. Come il giorno e la notte!

    Alcuni esempi: 

    1. Tu ritieni importante fissare delle regole su quanto tempo la vostra bambina potrà trascorrere davanti alla TV, ma per la/il tua/o compagna/o non è necessario. In fondo sono solo cartoni, che male potrebbero farle?!
    2. Per te sarebbe ora di spostare il vostro piccolo nella sua cameretta, tua moglie/tuo marito continuerebbe, invece, a tenerla nel lettone. Non ci rimarrà mica fino all’università!
    3. Alla fine della primaria, tuo figlio chiede ancora di essere aiutato a prepararsi lo zaino per il giorno dopo. Tu vorresti che a 10 anni fosse un po’ più autonomo, mentre per la/il tua/o compagna/o è il caso di soprassedere. Non gli rovinerete di certo la vita se qualche volta gli preparerete lo zaino. Le questioni importanti su cui concentrare le vostre energie sono altre!

    Ti suona familiare quello che hai appena letto?

    Non ti preoccupare. Succede in tutte le famiglie!

    Cerchiamo di ragionare insieme.

    Innanzitutto, devi sapere che il passaggio da coppia a famiglia, non è dei più semplici. 

    Bisogna ricercare un nuovo equilibrio. 

    Se prima si trattava “soltanto” di trovare un compromesso tra i tuoi bisogni e quelli del tuo partner, da quando ci sono i figli sono le loro necessità a passare in primo piano. Un cambiamento nel vostro rapporto che può facilmente sfociare in malumori e disaccordi. 

    Del tutto normale!

    Seppur affiatati siete sempre due persone distinte, con due caratteri e due modi differenti di intendere la genitorialità. 

    Non solo.

    Tra i motivi per cui spesso l’educazione dei figli divide la coppia, fa la sua parte anche la quotidianità.

    Mi spiego.

    Tanti genitori che si rivolgono a me raccontano, per esempio, che ce la mettono tutta per stabilire regole precise in casa con i bambini:

    • i giochi che non si usano più si rimettono a posto
    • non si salta sul divano
    • non si mangia davanti alla TV

    ma poi rientra il partner e rende vani tutti gli sforzi, lasciando che i figli facciano quello che vogliono. 

    Non per cattiveria, sia chiaro! 

    Dopo una giornata lontano dalla famiglia un genitore non ha voglia di fare il guastafeste: “Metti a posto!”, “Non correre!”, “Non urlare!”, “Smettila di guardare il cellulare!”. 

    Vuole solo recuperare il tempo “perso” e godersi i figli!  

    Ma c’è un altro motivo che mette in disaccordo le mamme e i papà sulle questioni educative e va rintracciato nella storia d’infanzia di ciascuno. Cresciamo i figli in base a come siamo stati educati. Indipendentemente da quanto vogliamo discostarci dall’approccio che abbiamo sperimentato o replicarlo, il nostro ruolo di genitori è contrassegnato da questo “bagaglio”.

    Purtroppo sono rare le volte in cui i modelli educativi interiorizzati dai due partner si allineano perfettamente.

    Il più delle volte succede che tu sei il genitore severo che fa rispettare le regole e pretendi l’ubbidienza e il tuo partner è quello buono, che lascia correre, che non alza mai la voce ed è persino più divertente!

    O viceversa.

    Risultato?

    Di fronte ai malumori causati dalle vostre divergenze i vostri figli penseranno di essere la causa di queste tensioni. 

    Devi sapere che, per molto tempo (indicativamente fino ai 9/10 anni), i bambini non hanno ancora sviluppato le competenze per valutare “obiettivamente” il comportamento altrui. Perciò, nel bel mezzo di una situazione conflittuale tra mamma e papà, se ne sentono responsabili. Credono che tutto ciò accade perché loro sono stati cattivi.

    Non solo.

    Senza una linea educativa condivisa i vostri figli si sentiranno insicuri e confusi: “Chi ha ragione, mamma o papà?”, “Chi devo ascoltare tra loro due?”. 

    A questo punto, non faranno altro che trarre vantaggio dalle situazioni che corrispondono di più a ciò che vogliono. E senza esserne consapevoli, si schiereranno dalla parte del genitore più accondiscendente.

    Certo, è normale che i genitori discutano tra loro di tanto in tanto. Anzi, sarebbe davvero strano se una coppia non avesse mai opinioni divergenti su come educare i bambini.

    Non è affatto una brutta cosa se qualche volta non ti trovi d’accordo con il tuo partner sulle questioni educative. 

    Piuttosto 

    • Dedicate il vostro tempo, soprattutto se ne avete poco, a parlare tra di voi più che a giocare con i vostri figli (si hai letto bene!). Raccontatevi come siete stati educati, cosa vorreste mantenere di quell’approccio e cosa invece vorreste cambiare. Condividete le vostre preoccupazioni senza timori. È solo parlandone che eviterete ulteriori scontri.
    • Non date spazio alla logica del “vinco io perdi tu”. Non c’è un approccio migliore e uno peggiore. Invece di concentrare le vostre energie su chi ha torto e chi ha ragione, accusandovi reciprocamente di non essere in grado di educare i figli, focalizzatevi sui loro bisogni. Cosa vi stanno dicendo con il loro comportamento? Cosa potete fare insieme per aiutarli ad affrontare e gestire al meglio quella determinata situazione? In fondo il tuo partner ama i tuoi figli, così come te. Anche se il suo stile educativo differisce dal tuo, nasce comunque da un intento amorevole.
    • “Sedendovi a tavolino”, pianificate una formula educativa adatta alla vostra coppia, da mantenere anche nelle situazioni più complesse e faticose. Iniziate identificando gli aspetti educativi su cui siete d’accordo, per ridurre al minimo la possibilità di screditarvi davanti ai vostri figli. Potreste partire da regole che entrambi ritenete imprescindibili. Come quelle, per esempio, che hanno a che vedere con la loro sicurezza – non si corre per casa, si usa il casco per andare in bicicletta… Fino a comprenderne altre che per voi sono assolutamente indiscutibili: quanto tempo possono dedicare ai videogiochi, quando devono essere svolti i compiti…. La coerenza delle vostre strategie è indispensabile perché i vostri figli sappiano cosa aspettarsi da entrambi.

    Attenzione però. 

    Rispetto a questo ultimo punto sappi che non si tratta di un semplice scambio di opinioni. 

    Dovete essere disponibili a lasciare andare le vostre convinzioni su come dovrebbero essere educati i bambini, per fare spazio all’altro punto di vista. 

    Occorre che siate disponibili a cambiare, a lasciare la vostra zona di confort, abbandonando comportamenti conosciuti e padroneggiati che condizionano l’efficacia del vostro stile educativo. 

    Se in questo momento per te e il tuo partner è difficile trovare un terreno comune in alcune aree e scendere a compromessi in altre, potrebbe esservi di aiuto un professionista che vi guidi nella giusta direzione, verso una soluzione in cui entrambi possiate sentirvi soddisfatti.

    Un po’ come fa una guida di montagna: non si sostituisce, non elimina la fatica, ma conosce il sentiero e sa quando è opportuno fermarsi, dove ci si può dissetare e qual è il percorso meno impervio.

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    Ti contatterò e fisseremo una call gratuita durante la quale potrai espormi i tuoi bisogni. Sarà mia premura capire se i miei percorsi sono adatti a te

  • Provi frustrazione e ti senti un pessimo genitore quando tuo figlio si arrabbia perché gli dici di NO? E’ assolutamente normale

    Provi frustrazione e ti senti un pessimo genitore quando tuo figlio si arrabbia perché gli dici di NO? E’ assolutamente normale

    Simone ha due anni. Urla disperatamente perchè il papà l’ha fermato mentre si “accingeva” ad attraversare la strada da solo.

    Giovanni di anni ne ha quattro e picchia la mamma quando è ora di tornare a casa dal parco.

    Poi c’è Giada di otto anni che continua a reagire con molta rabbia e maleducazione ad ogni richiesta che le rivolgono i genitori, si offende per tutto e dice loro che sono la mamma e il papà peggiori del mondo.

    Simone, Giovanni e Giada sono un po’ i figli di tutti e probabilmente anche tu ti sei ritrovata/o ad essere il “loro” genitore.  

    La mamma e il papà di Simone, Giovanni e Giada si sentono molto frustrati dalle reazioni dei loro figli. Non capiscono da dove abbiano origine. 

    Sono sempre stati gentili, premurosi, calmi, hanno cercato quanto possibile di non alzare la voce, di non urlare (praticamente mai)…

    Perché i loro figli si comportano in questo modo?

    E perché anche il tuo magari ha gli stessi comportamenti?

    Innanzitutto lascia che ti dica che è perfettamente normale e naturale e non c’è nulla di cui preoccuparti. 

    Non solo a due anni, ma fino all’adolescenza l’opposizione fa parte del normale percorso di crescita di tuo figlio.

    È proprio opponendosi, esprimendo in maniera “spettacolare” la sua frustrazione quando lo limiti nel fare qualcosa, che pezzo dopo pezzo costruisce la sua personalità, differenziandosi in questo modo da mamma e papà. 

    Non ce l’ha con te

    • quando continua a dirti di “No!”
    • quando piange perché vuole attraversare la strada da solo
    • quando si rifiuta di mettere il pigiama
    • o urla perché non vuole andare via da casa del suo migliore amico
    • quando non vuole salire in macchina e ti dice “non me ne frega niente di te!”. 

    In realtà non fa altro che reclamare la sua autonomia! 

    Anche se ti può sembrare strano, tuo figlio ha tutto il diritto di protestare e tu non devi fare altro che accogliere la sua frustrazione senza prendertela sul personale, ma riportandola in una cornice di normalità.

    Il fatto che si contrapponga sempre e comunque non significa che ci sia in lui qualcosa che non va né tantomeno che tu sia sbagliato.

    Pensaci un attimo.

    Se eseguisse tutto quello che gli chiedi senza fiatare, come potrebbe capire chi è? Come riuscirebbe a costruirsi un carattere e una volontà? I nostri figli non sono robot che possiamo programmare a nostro piacimento. Non possiamo aspettarci che si comportino sempre e comunque con impeccabile self-control come fossero adulti (a volte neanche noi adulti ne siamo in grado!).

    Sicuramente, oggi più che mai, non è un compito facile per un genitore dare limiti. 

    Tante volte le mamme e i papà che vedo in consulenza mi dicono: “Quel poco tempo che riesco a passare con i miei figli dopo una giornata di lavoro mi dispiace passarlo a dire continuamente di no!”.

    Capisco.

    Anch’io sono una mamma.

    Desidereremmo che i nostri figli avessero sempre quello che chiedono e non darglielo ci sembra di farli soffrire. 

    Non solo. 

    A volte, un genitore cede perché sa molto bene con quanta rapidità una situazione può trasformarsi in una escalation senza tregua, quando il proprio figlio si sente contrariato.

    Il problema, in realtà, è che pur sapendo che è abbastanza normale sentirsi frustrati, mamma e papà non riescono a reggere questa fonte di stress. 

    Sappi però che cercare di evitare che tuo figlio sperimenti la frustrazione significa non fare il suo bene e danneggiare notevolmente il suo sviluppo. 

    Cosa ne sarà di lui quando si troverà a dover gestire le attese e gli insuccessi che la vita inevitabilmente gli metterà davanti?

    Spesso dire NO è la scelta più amorevole che puoi compiere!

    Perciò, se ritieni che la richiesta di tuo figlio sia inaccettabile, non aver paura a farlo, anche se ciò scatenerà un fiume di pianti e urla. 

    L’importante è che il no sia fermo e sicuro, in modo che tuo figlio senta che sei una guida per lui, capace di proteggerlo anche con i tuoi divieti. “So che vorresti attraversare da solo la strada, ma non posso permettertelo adesso. Quando sarai più grande sarai pronto per farlo. Capisco comunque perché piangi e urli così forte. Rimarrò vicino a te fino a quando ti calmerai”. 

    Se ci si comporta così, il bambino si esprimerà liberamente e saprà prendere iniziative via vi più complesse; soprattutto imparerà a correggere da solo ciò che sta facendo. Chi tenta di correggere il bambino con la forza e con il peso della propria autorità, si accorge ben presto di aver fallito nel suo intento: il bambino risponderà in modo forte, esplicito, perfino violento”.

    Maria Montessori

    Se invece il no è incerto (perché sei stanca/o, perché alla fine della giornata hai finito la pazienza, perché ti spiace troppo) allora comincerà un crescendo di rabbia, pianti e strilli che sfiniranno sia te che tuo figlio e ti costringeranno a dire di sì anche se non avresti voluto, con il risultato che vi sentirete entrambi infelici. 

    Tu perché ti renderai conto di non aver aiutato tuo figlio a tollerare la sua frustrazione e a interiorizzare un limite necessario. 

    Tuo figlio perché non si sarà sentito contenuto, rassicurato e confortato dalla tua fermezza.

    Che cosa puoi fare in pratica nella vita di tutti i giorni? 

    • Cerca di dire pochi no (altrimenti ti complichi la vita!), riservati ai casi veramente importanti come quando si tratta di proteggere tuo figlio dai pericoli. Soprattutto nei primi anni della sua vita.
    • Dai limiti chiari. Se a volte ci sono e a volte no, a seconda del tuo umore del momento, in tuo figlio aumenteranno la confusione e l’incertezza. Non saprà mai, in questo modo, quali saranno le conseguenze dei suoi comportamenti, perché alla stessa azione possono far seguito diverse tue reazioni. 

    Perciò, poche parole, che non lascino spazi a fraintendimenti e che mostrino chiaramente il “qui” e “non lì”, il “non adesso” ma “dopo”, il “non questo” ma “quello.

    • Utilizza sempre un tono gentile e una comunicazione amorevole anche quando devi ricorrere a un “no” deciso. Meno tuo figlio si sentirà prevaricato, più sarà disposto a eseguire quello che gli chiedi.

    In ogni caso, ricorda che per quanto cercherai di migliorare il tuo approccio questo non significa che tuo figlio farà sempre quello che gli chiedi o che non manifesterà il suo disappunto quando non otterrà ciò che desidera.

    La frustrazione continuerà a essere un elemento “naturale” del suo percorso di crescita. E’ normale che ci sia, è giusto che ci sia e non puoi e non devi evitarla. 


    Quelli che ti ho dato sono sicuramente consigli preziosi che ti raccomando di testare in prima persona, ma so che comprenderai bene che la crescita e l’educazione di tuo figlio non posso basarsi su una singola strategia. 

    È la totalità delle tue azioni che fa la differenza, imparare a osservare, ascoltare, comprendere, interpretare, avere una chiave di lettura dei comportamenti di tuo figlio… 

    E’ questo che cambia completamente il vostro rapporto. 

    Come dire di no, perché farlo e perché non farlo è uno degli strumenti della cassetta degli attrezzi di un genitore, MA non è il solo. 

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    Ti contatterò per organizzare una chiamata senza alcun impegno, in cui capirò le tue esigenze e comprenderò se i miei percorsi per genitori sono adatti a te. 

  • Troppo spesso ti trovi a perdere la pazienza con i tuoi bambini anche se non vorresti? Ecco chi può aiutarti…

    Troppo spesso ti trovi a perdere la pazienza con i tuoi bambini anche se non vorresti? Ecco chi può aiutarti…

    Tua figlia continua a dire di no di fronte qualsiasi tua richiesta. 

    I suoi pianti e le sue urla sono incessanti. 

    Non le va mai bene niente, si lamenta per ogni cosa. 

    Litiga di continuo con il fratello più piccolo arrivando a mettergli le mani addosso…

    Teoricamente sai cosa bisognerebbe fare. Continui a leggere i migliori manuali sull’educazione, cerchi video a tema su Youtube, ti confronti con altri genitori nei gruppi fb dove vengono trattati questi argomenti.

    Ciononostante la situazione sta diventando sempre più complicata da gestire. 

    Non hai idea di come prendere tua figlia, come arginare le sue crisi, come insegnarle a essere una bambina educata e se pensi a come le cose andranno avanti c’è un solo scenario che ti sembra concretizzarsi: questo circolo vizioso continuerà a ripetersi. 

    È del tutto normale che a questo punto ti chieda: “Perché è tutto così difficile?”, “Perché mio figlia non mi ascolta?”, “Dove sto sbagliando?”.

    Quando diventiamo genitori non ci viene consegnato un libretto delle istruzioni. 

    Mentre se acquistiamo una nuova lavatrice riceviamo in dotazione un piccolo manuale che ci spiega in modo dettagliato cosa dobbiamo fare per farla funzionare al meglio, quando diventiamo mamma e papà, per il solo fatto di essere diventati genitori crediamo (erroneamente!) di poterlo fare di default!

    Eppure, tua figlia vale molto di più di una lavatrice!

    E nemmeno ci viene detto che si tratta di un “lavoro” impegnativo e a tratti snervante. 

    Basti pensare alla fatica che si prova ripetutamente nel farli uscire di casa la mattina, nel farli andare a letto, nel gestire i loro pianti infiniti, i loro continui risvegli durante la notte, la gelosia esasperante verso la sorellina, il tempo davanti alla TV…

    Ecco perché, per nulla al mondo, un genitore può affidarsi al caso, all’istinto o al buon senso mentre è impegnato a crescere un figlio.

    Il rischio di peggiorare le cose entrando in una spirale in cui si ripete lo stesso copione è molto alto: 

    tua figlia fa per l’ennesima volta qualcosa che non dovrebbe fare, tu perdi la lucidità mentale che ti servirebbe per arginare quel comportamento scorretto e vai su tutte le furie, gliene dici di tutti i colori, lei comincia a piangere e a urlare più di te, tu ti senti in colpa e allora ti penti e chiedi scusa…

    ma a quel punto il danno è fatto!

    Avresti voluto abbassare la tensione e invece l’hai portata alle stelle…

    Si impara a fare i genitori. 

    E lo si impara non solo guardando come fanno gli altri o semplicemente adottando gli stessi comportamenti che i nostri genitori hanno messo in atto con noi, ma riconoscendo con coraggio che si tratta di un compito che va “appreso”, per poterlo svolgere in maniera efficace. 

    Sì, ti ci vuole tanto coraggio a riconoscere che non basta solo l’amore, ma è necessario che qualcuno, non l’amico o il parente di turno, ti aiuti a “funzionare” in modo ragionato più che impulsivo, per diventare un genitore più sicuro di te e competente ed evitare di causare sofferenza ai tuoi figli.

    Ma qual è il professionista corretto da cui farti guidare per imboccare la strada giusta quando, nonostante tu le abbia provate tutte, i tuoi figli continuano a darti filo da torcere e hai la sensazione che niente potrà mai cambiare?

    Ecco, in questi casi, rivolgerti a un pedagogista è la scelta migliore che tu possa fare.

    Forse prima che tu leggessi il mio articolo non avevi chiaro il ruolo del pedagogista come consulente per i genitori. 

    Capisco. 

    C’è tanta disinformazione che circola soprattutto in rete e districarsi tra farlocche definizioni della figura del pedagogista e i mille esperti che si propongono come gli specialisti familiari di turno è davvero difficile.

    Per non parlare di quanto spesso il ruolo del pedagogista venga confuso con quello dello psicologo, due professioni che hanno una formazione e competenze completamente diverse.

    Mi spiego.

    • Se a tuo figlio non è stato diagnosticato un particolare disturbo e tu hai solo necessità di acquisire una chiave di lettura diversa per comprendere e gestire efficacemente i suoi comportamenti incomprensibili e snervanti
    • Se hai la sensazione che invece di migliorare le cose le tue reazioni rinforzano i comportamenti oppositivi dei tuoi figli
    • Se ti senti confusa/o perché non sai se certi atteggiamenti dei tuoi figli sono “fisiologici” per la loro età oppure intenzionali
    • se vuoi migliorare la tua capacità di ascolto e comprensione e non continuare ad avere un tono nervoso e arrabbiato
    • se non vuoi agire d’istinto, condizionata/o dai tuoi automatismi
    • se hai bisogno di strumenti e strategie utili per gestire con calma e fermezza i momenti di grande tensione tra te e i tuoi figli
    • se vuoi sentirti rafforzata/o nel tuo ruolo educativo e comprendere come svolgerlo al meglio 

    non ti serve uno psicologo. 

    Hai bisogno, invece, di un professionista che ti aiuti a prevenire la possibilità che certe situazioni diventino “patologiche”.

    Questo professionista è il pedagogista.

    Sappi che lo psicologo occorre solo quando certi comportamenti faticosi da gestire si sono “cristallizzati” a tal punto da richiedere un intervento clinico.  Spesso, quelli che vengono interpretati come patologie vere e proprie sono aspetti legati a una “fisiologica” immaturità infantile che vanno “curati” con l’educazione e non con un approccio sanitario. 

    Ecco perché ho scritto questo articolo. 

    Esistono ancora molte idee prive di fondamento su chi è un pedagogista e vorrei che tu non le ignorassi più, per non rischiare di perdere tempo, energie e soldi.

    Sapevi, per esempio, che l’approccio pedagogico non tratta esclusivamente problematiche legate all’apprendimento?

    Il pedagogista non si occupa solamente di bambini, ma anche di adulti e in modo particolare di genitori. 

    Della loro educazione e della loro formazione per tutto l’arco della vita.

    È infatti lo specialista dei processi educativi e formativi. 

    In particolare, un pedagogista

    • non fa diagnosi né terapia, ma insieme ai genitori definisce un progetto educativo per aiutarli a ottenere i cambiamenti desiderati.
    • non si occupa di patologie o traumi del passato. Parte dalle fatiche legate alla quotidianità che impediscono ai genitori di vivere una relazione serena con i propri figli
    • lavora in un arco temporale più breve di quanto solitamente propone uno psicologo 
    • non fornisce soluzioni preconfezionate ma mira a far emergere e valorizzare le potenzialità e le competenze di ciascuno in modo che le soluzioni vengano individuate dallo stesso genitore
    • favorisce l’autonomia dei genitori che acquisendo fiducia nelle proprie capacità, nel tempo, saranno in grado di affrontare autonomamente le situazioni faticose che si presenteranno nella vita di tutti i giorni.

    Ecco, questo è esattamente il modo in cui io lavoro con i genitori.

    Per me la loro educazione, la loro formazione e soprattutto il loro benessere rappresentano il cuore del mio lavoro. 

    Sono centinaia i genitori che ho accompagnato perché riuscissero ad essere una guida autorevole per i propri figli e a svolgere nel migliore dei modi la loro funzione educativa.

    In tanti hanno compreso che a volte le situazioni che possono sembrare così problematiche da richiedere una diagnosi oppure una terapia, sono solo dei passaggi fisiologici della crescita dei propri figli.

    Hanno avuto solo bisogno di qualcuno che li aiutasse a prendere consapevolezza delle loro capacità e delle loro risorse e che lavorasse insieme a loro per trovare gli strumenti giusti con cui poter gestire efficacemente quelle particolare difficoltà.

    Prova anche tu una consulenza (gratuita!) di 30 minuti con me cliccando compilando il form qui sotto e inviandomi il tuo messaggio.

    Sarò a tua disposizione per ascoltare i tuoi dubbi e le tue domande. 

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  • Cosa fare se il tuo bambino non vuole lavarsi i denti

    Cosa fare se il tuo bambino non vuole lavarsi i denti

    Una delle fatiche che sfiancano più i genitori, già di prima mattina, è sicuramente cercare di convincere i propri figli a lavarsi i denti.

    Bambini che corrono per casa, che rispondono in modo categorico “NO”, che ripetono a pappagallo “Lavati i denti” e poi cominciano a ridere, che chiedono se prima gli si legge una storia…

    Insomma, tutto fuorché lavarsi i denti!

    Forse anche tu stai vivendo una situazione simile, caro genitore.

    Sei affaticato tantissimo dal fatto di doverglielo ripetere mille volte ogni mattina… e ogni sera. 

    Le hai provate tutte, le hai inventate tutte, fino a ricorrere ai ricatti: “Se ti lavi i denti, domani potrai guardare due cartoni invece che uno solo!”.

    Finché, di fronte al suo ennesimo rifiuto, cacci l’urlo. 

    “Non so più come fare con te!”

    “Adesso fili in bagno e non esci fino a quando non avrai fatto quello che dico io!”. 

    Sai benissimo che reagire in questo modo lo mortifica e ti procura un enorme dispiacere e tanti, tanti sensi di colpa.

    Forse pensi che stai sbagliando tutto, e vorresti un metodo, una tecnica, un manuale da seguire che ti aiutino a uscire da questo circolo vizioso che non riesci più ad interrompere e in cui tu e tuo figlio non fate altro che buttarvi addosso tutta la vostra frustrazione.

    Ti sei sempre ritenuto un genitore abbastanza “zen”, ma in questo ultimo periodo il tuo bambino ti fa perdere facilmente la pazienza, fino a farti urlare e strepitare come non vorresti.

    Cara mamma, caro papà, innanzitutto sappi che tuo figlio non lo sta facendo apposta per provocarti e farti arrabbiare, e soprattutto non è colpa tua se si comporta in questo modo.

    I motivi che stanno dietro a questo comportamento, “apparentemente” scorretto e snervante di tuo figlio, possono essere davvero tanti e non hanno a che fare con l’essere testardo o capriccioso. 

    Spesso, quando un bambino rifiuta di lavarsi i denti, soprattutto se è ancora piccolo, il motivo può essere ricercato in quella tipica e “normale” fase di crescita in cui realizza di essere altro e distinto dal resto del mondo, soprattutto da mamma e papà. 

    Ogni esperienza che vive nel quotidiano gli offre l’opportunità di affermare la propria individualità ed esprimere la volontà di decidere personalmente cosa fare. 

    Ti dirò di più. 

    Spesso, in questa fase il “no” dei bambini è del tutto slegato dalle circostanze e pronunciato per il puro piacere di opporsi e decidere in autonomia.

    Ma è anche possibile che il suo rifiuto abbia a che vedere con il fatto che non ha voglia di interrompere quello che sta facendo.

    Per esempio, quando la sera bisogna prepararsi per andare a dormire e lavarsi i denti significa smettere di giocare per impegnarsi in un’altra attività (meno gratificante!). 

    D’altronde dover interrompere qualcosa di divertente non è piacevole per nessuno. 

    Neanche per noi adulti! 

    Come fare a superare il problema, allora? 

    Innanzitutto, devi sapere che più insisti con tuo figlio nel fargli fare qualcosa, più lui si ostinerà nel rifiuto e in un attimo casa vostra si trasformerà in un campo di battaglia senza vincitori!

    Trasformare, invece, questi momenti in un gioco rappresenta una strategia sempre vincente. 

    Per esempio, potresti caricare un timer e dire a tuo figlio: “Dai, vediamo se riusciamo a finire prima che suoni!”.

    In questo modo, oltre al divertimento assicurato, con l’utilizzo del timer hai spostato sul tuo bambino il controllo della situazione. 

    E hai soddisfatto i bisogni di entrambi. 

    Quello di tuo figlio che ha necessità di “controllare” il suo mondo, ma anche il tuo bisogno di aiutarlo ad acquisire buone abitudini.

    Sappi, inoltre, che i bambini sono grandi conservatori.

    Per molto tempo oppongono un’incrollabile resistenza ai cambiamenti.

    Anche a quelli che a uno sguardo adulto potrebbero sembrare insignificanti, come il momento che precede la messa a nanna e che richiede ai bambini di “traghettare” da una situazione di “piacere” a una di “dovere”.

    Diventa, perciò, estremamente importante facilitare al massimo le transizioni da un momento all’altro della giornata perché la quotidianità non diventi sfiancante, non solo per i bambini, ma anche per mamma e papà. 

    Ecco che entra in gioco l’empatia. 

    Mi spiego.

    Se tuo figlio non vuole lasciare la sua stanza, dove sta giocando, per andare a lavarsi i denti a nulla serviranno gli spiegoni “Se non te li lavi ti verranno le carie!”.

    È importante invece agganciarlo, cercando di sintonizzarsi con il suo stato d’animo.

    Se comincia a urlare dicendo che lui i denti non se li lava, non lo convincerai sgridandolo perché urla e ricordandogli che in questo modo gli verranno le carie.

    Per aiutarlo ad “abbandonare” il suo gioco e andare in bagno potresti dirgli: “Ti stai proprio divertendo a giocare e ti dispiace dover interrompere, vero? Sai cosa possiamo fare? Lasciamo questa bella costruzione così com’è e domani potrai riprendere a giocare dal punto in cui ti sei fermato! Adesso dammi la tua mano e andiamo insieme in bagno a lavarci i denti!”.

    La migliore strategia per aiutare un bambino sopraffatto dalle emozioni, a “ragionare”, è la risposta empatica, la capacità, cioè, di mettersi nei suoi panni, provare a “sentire ciò che sente”, resistendo all’impulso di arrabbiarci o fare la cosa più facile e veloce.

    Solo in questo modo riusciremo a catturare la sua attenzione, riducendo in modo significativo il suo nervosismo. 

    Di fronte alle resistenze dei nostri figli diventa importante ammorbidirle con un atteggiamento di collaborazione.

    I loro dinieghi, le loro oppositività non devo in nessun modo intaccare il nostro compito genitoriale che è quello di essere gli adulti della relazione, mantenendo un buon autocontrollo anche nel mezzo delle loro tempeste emotive.

    Forzare la mano, pretendere la collaborazione non fa altro che incoraggiare maggiore resistenza.

    Il tuo obiettivo, cara mamma, caro papà, non è tanto fare in modo che tuo figlio si lavi assolutamente i denti, quanto costruire una relazione di fiducia con lui, fargli capire che nonostante la sua opposizione, rimani comunque interessato a lui, a ciò che è meglio per lui.

    Ovviamente questa è solo una strategia che può aiutarti nell’immediato, ma che deve far parte di un piano più grande.  

    Un vero e proprio sistema di miglioramento genitoriale molto più complesso e necessario per ottenere i risultati che desideri e diventare sempre di più il genitore di cui hanno bisogno i tuoi figli.

    Ovviamente, non è sempre facile mantenere un atteggiamento empatico. Soprattutto quando i comportamenti oppositivi e di rifiuto dei nostri figli fanno risuonare dentro di noi emozioni intense. 

    Perciò, non dobbiamo sentirci in colpa se a volte non riusciamo a sintonizzarsi con i loro stati emotivi e tantomeno se abbiamo bisogno di “imparare” ad essere genitori. 

    Non si nasce genitori.

    Diventare madri e padri non ci rende automaticamente empatici, in grado di capire sempre e in modo adeguato cosa provano i nostri figli. 

    Essere genitori significa continuare ad affinare la capacità di agire con saggezza. 

    Questo è il lavoro nel quale i genitori che si rivolgono a me diventano competenti nel tempo.

    Non ci si può affidare all’improvvisazione o al “si è sempre fatto così!” e rischiare di educare i nostri figli senza nessuna guida e preparazione e non ci deve essere vergogna o imbarazzo perché tutti l’hanno sempre fatto senza l’aiuto di nessuno. 

    Sono anni che, proprio per quei genitori che vogliono migliorare il loro rapporto con il bimbo e non vogliono ricorrere a rimproveri e urla, ho ideato un percorso che li aiuti a capire cosa stanno comunicando i loro figli quando sono continuamente oppositivi, piangono per un nonnulla, si lamentano, si rifiutano di ascoltare qualunque cosa gli si chieda, esplodono in crisi di rabbia, per rispondere in modo efficace ai loro veri bisogni senza dover ricorrere a urla, ultimatum e altri stratagemmi assolutamente inutili di cui sentirsi in colpa e diventare la mamma e il papà che hanno sempre desiderato essere. 

    Grazie a uno nuovo sguardo, i genitori che si rivolgono a me cominciano a vedere i loro figli nella giusta prospettiva, evitando di lottarci quotidianamente e riuscendo, invece, a costruire, nel tempo una relazione basata sulla fiducia e il rispetto reciproco.

    È un viaggio che hanno già intrapreso in molti in questi anni e che parte sempre con una videocall conoscitiva gratuita durante la quale potrai espormi i tuoi dubbi e io ti aiuterò a capire se sono la professionista adatta a te.

    Compila il form che trovi qui sotto

    Ti aspetto!

  • Hai un figlio in età scolare che ti dice spesso di aver paura? È assolutamente normale, scopri perché e come aiutarlo

    Hai un figlio in età scolare che ti dice spesso di aver paura? È assolutamente normale, scopri perché e come aiutarlo

    Molti dei genitori che si rivolgono a me raccontano di rimanere spiazzati quando i loro figli, non più piccoli, ma in età scolare, cominciano ad aver una serie di paure, per esempio dei ladri, temendo che qualcuno li porti via o addirittura faccia del male a mamma e papà. Non solo…non vogliono più dormire da soli, chiedono che gli si lasci la luce accesa e qualsiasi tentativo di rassicurazione sembra risultare vano.

    Forse anche tu stai vivendo la stessa situazione, cara mamma, caro papà, e magari provi un senso di frustrazione e di impotenza nel gestire questa inaspettata “regressione”.

    “Com’è possibile che un bambino in età scolare torni ad avere paure tipiche di un bambino molto più piccolo?”.

    Non preoccuparti, è una situazione comune a tanti genitori con bambini dai 6 agli 11.

    Non sei tu che hai sbagliato qualcosa.

    Ti servono solo gli strumenti giusti per interpretare in modo corretto il comportamento di tuo figlio.

    Ho già aiutato tanti genitori ad affrontare con calma e serenità questa delicata fase di crescita e ho scritto questo articolo perché voglio che anche tu possa trasformare questo momento faticoso in un’opportunità di crescita per te e per il tuo bambino.

    Devi sapere che dietro all’apparente sicurezza che i bambini di questa età manifestano, sembrando più intraprendenti e determinati, molto spesso si nasconde una grande fragilità.

    La consapevolezza che piano piano si stanno avvicinando al mondo degli adulti, anche se da una parte li entusiasma, dall’altra è fonte di grande timore e incertezza, tanto da fargli desiderare ardentemente di tornare piccoli quando “diventare grandi” può sembrare loro troppo faticoso.

    E allora il pensiero ricorrente è: “essere o non essere un bambino più grande?”, “Andare avanti o tornare indietro?“.

    In questo periodo di grande sconvolgimento emotivo compaiono, dunque, molte paure tra cui quella della morte, di eventi atmosferici catastrofici, dei ladri, dei rapitori, persino dei germi.

    Sarà solo la capacità dell’adulto di accogliere senza giudizio i timori che caratterizzano questa sensibile fase di crescita a rendere più facile ad un bambino il suo percorso verso l’autonomia.

    A volte però, i genitori pur nell’intento di aiutare i loro figli, ma non sapendo come fare, commettono due particolari errori:

    • li trattano come fossero ancora piccoli cercando, per esempio, di proteggerli eccessivamente da queste paure “Non preoccuparti, c’è la mamma con te. Non devi aver paura!”
    • li considerano già “grandi”, perciò, si aspettano comportamenti da piccoli adulti “Su, dai! Oramai sei grande! Cerca di essere più coraggioso!”

    In realtà, entrambi questi atteggiamenti sono molto rischiosi perché non tengono conto dei veri bisogni di un bambino di questa età che sta vivendo un periodo delicato e di grande cambiamento.

    E siccome le questioni che rimangono irrisolte rischiano di ripresentarsi più tardi e precisamente nell’adolescenza, in modo più amplificato, è meglio affrontarle in tempo prima che diventi troppo tardi.

    Perciò, tornando alla paura dei ladri, una strategia molto utile e che tanti dei genitori che si rivolgono a me hanno trovato vincente è quella di soddisfare il bisogno di saperne di più, tipico di questa età.

    Mi spiego.

    Dai 6 agli 11 anni la ragione comincia ad avere il sopravvento sui sentimenti. 

    In questo periodo della sua vita un bambino ha fame di conoscenza e desiderio di capire. Proprio per questo, di fronte ai suoi timori è importante non solo rassicurarlo, ma anche informarlo.

    Le sue paure, meritano una risposta “scientifica”.

    Ovviamente, sempre e solo dopo aver ascoltato e validato le sue emozioni in modo da trasmettergli un messaggio di conforto:”Sono qui, ti ascolto e non ti lascio da solo con la tua paura!”.

    Puoi aiutare tuo figlio a riflettere, intanto proponendogli un giro in casa vostra in modo che si renda conto di trovarsi in un luogo sicuro. Le finestre, e il portoncino di casa con la sua robusta serratura, non permetteranno ai ladri di entrarvi.

    Considerando che il rischio di un’intrusione può essere reale, è bene comunque spiegare che mamma e papà sanno come ci si deve comportare in questi casi. Per esempio sapete quale numero per le emergenze chiamare in caso di necessità.

    E poi avete provveduto a mettere la vostra casa in sicurezza con alcuni “accorgimenti” che possono scoraggiare i ladri – un sistema di allarme, le inferriate, l’illuminazione all’esterno…

    I bambini dai 6 agli 11 anni, hanno bisogno di informazioni chiare e concrete. È molto più facile tenere sotto controllo ciò che conoscono in modo accurato.

    Non è, però, sempre facile rispondere a questo bisogno. Soprattutto quando in ballo ci sono le paure dei nostri bambini che fanno risuonare le nostre.

    Come si fa a tranquillizzare i propri figli quando provano una paura che noi per primi abbiamo provato da bambini e non abbiamo risolto?

    Essere genitori è uno dei compiti più impegnativi della terra.

    E anche uno dei più importanti perché il modo in cui lo si svolge influenza ogni aspetto della vita dei figli.

    Eppure, il più delle volte, coloro che lo diventano lo fanno senza avere un’idea chiara di quello che li aspetta.

    Con il rischio di crearsi aspettative irrealistiche e trovarsi a sentirsi pessimi genitori di fronte alle prime e inevitabili difficoltà che crescere figli comporta.

    D’altronde la nostra cultura non dà molto valore al ruolo del genitore.

    Basti pensare che è necessario studiare, e non poco, per imparare a guidare la macchina mentre nessuna preparazione è prevista per accompagnare un genitore a svolgere nel migliore dei modi il suo compito educativo. Ci si affida allora ai consigli dispensati in rete e si consultano i migliori manuali su come diventare “bravi” genitori.

    Niente di male, per carità!

    Anzi, un ottimo modo per scoprire nuovi punti di vista sulle situazioni che si vivono quotidianamente con i bambini.

    Ma tutto questo non si occupa dell’esperienza interiore dell’essere genitori, di come gestire, per esempio, i dubbi, le insicurezze, le paure, da cui veniamo spesso sopraffatti nella relazione con i nostri figli, che ci fanno perdere il controllo delle situazioni e ci fanno comportare in modo inefficace e controproducente.

    “Sarò all’altezza di questo ruolo?”

    “Riuscirò ad essere un buon genitore?”

    “E se fossi di cattivo esempio?”

    “Avrò fatto/detto la cosa giusta?”

    “Ho preso la giusta decisione?”

    “Come faccio a farmi ascoltare senza alzare la voce?”   

    “E se gli altri pensano che sia un cattivo genitore?”

    Proprio per questo ho ideato i percorsi di Scuola Genitori e di accompagnamento individuale per aiutare le mamme e i papà che vogliono avere informazioni corrette e realistiche su come essere buoni genitori.

  • Time Out. Indicazioni Montessoriane

    Time Out. Indicazioni Montessoriane

    Se ti ritrovi ancora a invitare tuo figlio a “filare in camera” quando per l’ennesima volta non ne vuole sapere di ascoltarti, per poi renderti conto che questo metodo (che tu hai sempre ritenuto efficace!), invece di insegnare al tuo bambino a ritrovare le calma e a riflettere sul suo comportamento sbagliato lo rende più agitato o, ancora peggio, gli consente di riuscire nel suo intento di non farsi “beccare” la volta dopo, allora devo darti una spiacevole notizia: non stai adottando un approccio efficace.

    Non solo.

    Ci si mette anche il Consiglio d’Europa che sembra stia facendo marcia indietro sul cosiddetto “time out” (in precedenza considerato dalla stessa organizzazione internazionale come strumento di “genitorialità non violenta”), in quanto ritenuto controproducente e diseducativo.

    Il rischio è che al pari delle sculacciate, degli schiaffi e delle urla anche questo metodo si caratterizzi come una violenza socialmente accettata e usata contro i bambini, mascherata da buon strumento educativo.

    Certo, detta così è proprio una doccia fredda… ma se mi segui da un po’ sai che non è nel mio stile darti informazioni senza offrirti spunti di riflessione.

    Infatti, ho pensato di scrivere questo articolo per darti la via d’uscita all’impasse in cui ti trovi.

    Anzi, la soluzione te la darà Maria Montessori, colei che ha rivoluzionato il mondo dell’educazione e a cui sono debitrice per aver fatto nascere dentro di me una nuova coscienza educativa, come mamma e come pedagogista.

    L’approccio montessoriano è ricco di insegnamenti in grado di trasformarti in un genitore migliore.

    E può aiutarti e darti indicazioni molto pratiche e precise anche in tema di time out!

    Devi sapere che anche Maria Montessori riteneva utile isolare i bambini che disturbavano gli altri e non prestavano ascolto alle “esortazioni” degli adulti.

    Ma il modo in cui utilizzava questa “strategia” si discosta molto dalla maniera in cui tanti genitori, oggi, seppur amorevoli, si servono di questa pratica.

    Ecco come la stessa Montessori, durante le sue visite nelle Case dei Bambini, descrive questo approccio, che “è riuscito sempre a calmare il fanciullo”.

    Al bambino “ribelle” veniva riservato “un tavolino in un angolo della sala” e lo si faceva sedere in una poltroncina di fronte ai suoi compagni che fungevano da esempio per il buon comportamento, in modo ancora più efficace “come non potevano esserlo le parole della maestra”.

    Poi continua: “Il fanciullo isolato era per lo più oggetto di cure speciali, come se fosse un bisognoso o un malato: io stessa quando entravo, andavo prima di tutti dritta a lui, facendogli carezze (…) dopo mi rivolgevo agli altri interessandomi al loro lavoro (…). Non so cosa avvenisse nella loro anima: ma certo fu sempre definitiva e profonda la «conversione» degli isolati. Essi diventavano poi orgogliosi di avere un contegno dignitoso, e per lo più serbavano un tenero affetto per la maestra e per me”.

    Maria Montessori, più di 100 anni fa, applica un’idea che oggi viene confermata dalle moderne neuroscienze: la “cura”, il rimedio, la soluzione alle difficoltà comportamentali dei bambini è nella relazione.

    Ecco cosa scrivono D. J. Siegel e T. P. Bryson, noti per il loro lavoro nel campo della neurobiologia interpersonale e tra i miei riferimenti neuroscientifici più significativi nell’ambito dell’età evolutiva riguardo al time out: “ Questa misura può essere utile, se impiegata in modo adeguato, con un senso di affettuosa sintonia nei confronti dei bisogni del bambino; per esempio, possiamo sederci con lui e parlargli o consolarlo, non considerando quindi il «time out» come un «tempo fuori» dalla relazione (letteralmente «time out» significa «tempo fuori»), ma come un «time in», ossia un tempo per stare «dentro» se stessi, per guardarsi dentro, ma comunque insieme a noi, con il nostro aiuto”.

    Ci sono almeno 3 indicazioni che si possono ricavare da quanto ci riporta Maria Montessori ne La scoperta del bambino.

    1. TIME OUT – Un bambino lasciato da solo difficilmente imparerà l’autocontrollo

    Per Montessori non è l’essere lasciato da solo ciò di cui ha bisogno il bambino quando fatica a regolare le proprie emozioni. Si tratterebbe di una condizione che verrebbe vissuta come un rifiuto, un abbandono e che, diversamente da come immaginiamo, farebbe aumentare ancora di più la sua collera e la mancanza di autocontrollo.

    Essere costretto a rimanere in un angolo a “riflettere” per un bambino significa solamente rimuginare su quanto mamma e papà sono stati ingiusti nei suoi confronti.

    È proprio nei momenti di crisi, quando si comportano male che i nostri figli hanno più bisogno della nostra presenza, del nostro aiuto per calmarsi, delle nostre “cure speciali”.

    Certo, con amore e fermezza, e non sull’onda della rabbia, dobbiamo allontanarli tempestivamente dalle situazioni critiche e nocive per loro stessi e per gli altri. Ma poi, per fare in modo che riacquistino la calma e imparino modalità idonee per affrontare le loro frustrazioni, è necessario fermarci con loro, ascoltare i loro sentimenti e le loro parole, cercare di capire le loro ragioni facendo presente, brevemente, le nostre.

    Dobbiamo sforzarci di leggere il loro comportamento sbagliato da una prospettiva diversa, non come una sfida o una provocazione, ma come un modo “irrazionale” con cui ci informano che sono emotivamente stremati. Non è questione di cattiva volontà, ci ricorda Montessori, ma di immaturità, di un livello della coscienza, del controllo di sé e dei propri impulsi non ancora ottimale. “Se il bimbo non è ancora padrone delle sue azioni, se non riesce a ubbidire alla sua propria volontà, tanto meno riuscirà ad ubbidire ad un’altra persona. Ecco perché può accadere che riesca una volta ad ubbidire e non un’altra. E non solo nell’infanzia questo può accadere: quante volte un principiante che suona un qualunque strumento, eseguirà bene un pezzo la prima volta e se il giorno dopo gli chiederanno di suonarlo ancora non saprà farlo altrettanto bene; non gli manca la volontà, bensì l’abilità consumata e sicura”. Maria Montessori

    Ricorda: occorre molto tempo perché il cervello dei nostri figli si sviluppi sufficientemente da consentirgli di esprimersi in modo ragionevole.

    2. TIME OUT – La causa del comportamento sbagliato è da ricercare nel sovraccarico emotivo

    Devi sapere che spesso il “cattivo” comportamento è causato da un sovraccarico emotivo che induce un bambino a esprimere i suoi bisogni o le sue emozioni in modo esagerato, impetuoso. C’entrano spesso la fame, la stanchezza, la noia.

    Perciò, quando  per esempio tuo figlio è nel pieno di una crisi di rabbia e si butta a terra piangendo o ti urla parole pesanti – “Sei una pessima mamma!” -, è come se ti stesse dicendo che è esausto, che ha oltrepassato la soglia che lo porta fuori dalla sua “gamma ottimale” ed è per questo che si lascia andare a quella reazione “ingiustificata”.

    Non è più in grado di regolare le sue emozioni, ne è sopraffatto. Ha bisogno, perciò, che gliele rendi più sopportabili: “Ti capisco, non è facile”, “Anch’io al tuo posto mi sentirei così arrabbiata”.

    Resisti all’impulso di lasciarti prendere dalla rabbia o di fare la cosa più facile e veloce.

    È solo entrando in sintonia e cercando di metterti in ascolto del suo stato d’animo che metti tuo figlio nelle condizioni di imparare a “comportarsi bene”. Certo, è fondamentale insegnargli il comportamento corretto, ma prima devi fargli “sfiatare” il carico emotivo in eccesso. Ecco perché è del tutto inutile spiegare a un bambino come esprimere la rabbia senza dover prendere a calci qualcuno o insistere con un preadolescente per fargli svolgere i compiti, se sono sopraffatti dalla loro emotività. La loro mente non sarà pronta ad aprirsi alla risoluzione dei problemi nel primo caso e all’apprendimento nel secondo.  Se invece, quando sono “persi” nelle loro tempeste emotive, dimostriamo ai nostri figli che comprendiamo come si sentono, li aiutiamo a ritrovare l’autocontrollo, ad essere più flessibili e maggiormente capaci di adattarsi.

    “Prima di essere in grado di darci autonomamente conforto o di calmarci, noi abbiamo bisogno dell’esperienza di un’altra persona che ci segua, dandoci un feedback sui nostri pensieri e sulle nostre emozioni. Questo processo segna l’inizio della nostra alfabetizzazione sensoriale ed emotiva. In seguito, saremo nella condizione di costruire la consapevolezza di noi stessi e degli altri, e di diventare capaci di autoregolarci”. P. Fonagy

    3. TIME OUT – È all’interno della relazione che il bambino sviluppa abilità autoriflessive

    La capacità del bambino di riflettere su se stesso, su cosa prova, di capire se si sta comportando in modo appropriato o meno, di pianificare i suoi comportamenti, di prevedere e riconoscere le conseguenze delle sue azioni…ecco, tutto questo e altro ancora non nasce nel completo isolamento, ma all’interno della relazione con un adulto capace di connettersi con il suo stato d’animo e aiutarlo a comprendere cosa succede.

    È questa la lezione di Maria Montessori, costantemente attenta alla cura della vita interiore del bambino.

    La sua è una pedagogia che valorizza il tempo dell’interiorità, quel tempo necessario per fermare il comportamento scorretto e in grado di stimolare una riflessione interiore che favorisca lo sviluppo delle cosiddette funzioni esecutive che risiedono nella corteccia pre-frontale e che rendono i bambini capaci di controllarsi senza dare in escandescenze, di prevedere le conseguenze dei propri comportamenti, di tollerare l’attesa e la frustrazione che segue a un mancato e immediato soddisfacimento dei propri desideri.

    È un “tempo” in cui si offre al bambino la grande opportunità di familiarizzare con la propria anima, per imparare, un po’ alla volta, a guardare dentro di sé, a conoscersi a fondo e sviluppare un atteggiamento empatico che tenga conto dei sentimenti degli altri e che sappia prendere in considerazione un punto di vista diverso dal suo.

    “Dovremmo insegnare ai bambini a «scrutarsi» dentro e poi a cercare di risolvere gli eventuali problemi basandosi sulla consapevolezza del proprio stato interiore”.  D. J. Siegel e T. P. Bryson

    Con grande anticipo rispetto alle recenti scoperte neuroscientifiche, Maria Montessori ci presenta un altro modo di affrontare le “turbolenze” dei nostri bambini che tiene conto del loro profondo bisogno di relazione e che invita l’adulto a collaborare affinchè possano riacquistare la calma.

    Come?

    Quando tuo figlio sta male, dopo averlo allontanato dalla situazione critica, portalo in un luogo dove, con te vicino, possa esprimere in tutta sicurezza le emozioni intense e i pensieri che lo turbano e lo fanno agire con irruenza. È proprio in questo momento che ha più bisogno del tuo aiuto, delle tue “cure speciali”, per ritrovare la calma.

    Sai,

    non dovremmo mai comunicare ai nostri bambini che desideriamo stare con loro solo quando sono di buon umore e ubbidienti.

    Tu accetteresti di stare in una relazione di questo tipo?

    No, non sto dicendo che devi concedergli tutto quello che vuole.

    Confortare non vuol dire viziare.

    Puoi dire no ai suoi comportamenti scorretti, ma dire si alle sue emozioni, al suo stato d’animo. E allora, non lasci che morda la sorellina o che ti prenda a calci perché non gli hai permesso di mangiare il biscotto prima di sedersi a tavola per cena.

    Per Maria Montessori educare significa occuparsi della crescita spirituale del bambino, cioè, aiutarlo a svilupparsi affinchè diventi una persona consapevole e responsabile.

    Cara mamma, caro papà, ciò a cui devi dare importanza è la relazione,

    anche quando tuo figlio non si comporta bene. Si può essere emotivamente presenti per i nostri bambini e allo stesso tempo rimanere coerenti e fermi nella regola e nel limite posto: “So che ti piacerebbe attraversare da solo la strada, ma non posso permettertelo adesso. Tra un po’ di tempo sarai più grande e pronto per poterlo fare. Capisco comunque perché piangi e urli così forte. Rimarrò vicino a te fino a quando ti calmerai”.

    Certo, restare calmi durante le tempeste emotive del tuo bambino è sicuramente uno degli aspetti più difficili del tuo essere genitore. Non perdere le staffe in quei frangenti è una vera sfida!

    Ma sono quelli i momenti in cui ti serve di più ricordare che l’adulto della relazione sei tu.

    Sappi che quanto più riuscirai ad essere di esempio per tuo figlio nel modo in cui esprimi i tuoi stati d’animo senza perdere il controllo, tanto più lui imparerà a regolare le sue emozioni.

    Inoltre, nel fare ripetuta esperienza di conforto il tuo bambino interiorizzerà la capacità di calmarsi e di confortarsi da solo in futuro, quando ne avrà bisogno e tu non ci sarai.

    “La coscienza di sé si forma man mano che si susseguono le esperienze, e nella misura in cui le emozioni sono capite, approvate ed espresse”. I. Filliozat

    Ho scritto questo articolo non per fornirti una ricetta che curi i comportamenti scorretti del tuo bambino, quanto piuttosto per farti capire qual è l’atteggiamento giusto per far si che, nel bel mezzo di una situazione conflittuale, tuo figlio senta che sei in connessione con il suo stato d’animo e che, anche se ti ha fatto arrabbiare, lo ami e ti prenderai cura di lui.

    Se vuoi conoscere un approccio scientifico che ti aiuti a crescere bambini gentili e autonomi e capace di trasformarti in un genitore meno stressato e più sereno , non devi fare che richiedere una consulenza o iscriverti alla mia Scuola Genitori in partenza nei prossimi mesi

  • “Mamma, Ma Io Non La Volevo Giulia In Famiglia!” La Gelosia Tra Fratelli E Sorelle

    “Mamma, Ma Io Non La Volevo Giulia In Famiglia!” La Gelosia Tra Fratelli E Sorelle


    “Non mi piace quella sorellina. Perché non la riportiamo indietro?”.

    Te l’ha detto davvero. Con quella sincerità che solo un bambino può avere.

    E tu sei rimasta senza parole.

    Hai cercato di sorridere, di minimizzare, ma dentro… dentro ti sei sentita come se ti avessero dato un pugno nello stomaco. E poi, il pensiero che non ti molla: “Ho sbagliato qualcosa? L’ho trascurato? Come glielo faccio capire che lo amiamo ancora, anche se adesso siamo in quattro?”


    La realtà che nessuno ti racconta


    Sì, lo sapevi che sarebbe arrivata la gelosia. Ti eri preparata: avevi letto libri, ripetuto a tutti:“Certo, un po’ di gelosia ci sarà, è normale”. 


    Ma la verità? Nessuno ti prepara a questa roba.
    Perché una cosa è la teoria. Un’altra è trovarti in salotto, con il grande che urla, il piccolo che piange e tu che non sai più nemmeno chi guardare per primo.


    E non è solo qualche dispetto qua e là. È lo sguardo arrabbiato del primogenito. Quella frase tagliente e secca che non ti aspetti “Stai sempre con lui!” oppure: “A me non mi guardi più!” detta con un tono da grande, anche se ha solo 3, 4, 5 anni. È vederlo tornare a comportamenti che credevi superati.

    Vuole il ciuccio. Bagna il letto. Vuole essere imboccato.
    Si butta a terra quando è ora di uscire di casa.
    Morde. Spinge. Colpisce.


    E tu non lo riconosci più.


    Vorresti urlargli “Che ti succede?”, ma nello stesso istante vorresti solo stringerlo forte e dirgli che andrà tutto bene.
    Solo che non lo sai nemmeno tu, se andrà tutto bene. Perché nel frattempo… c’è il piccolo che piange, ha fame, si sveglia mille volte e ti chiede tutto: seno, braccia, tempo, energia, attenzione.


    E in mezzo ci sei tu.
    Sfinita, confusa, col cuore spaccato in due.


    E proprio quando credi di aver trovato un pò di equilibrio… lui fa o dice qualcosa che ti spiazza di nuovo. E allora dentro ti esplodono le domande che ti tormentano più di tutte:


    “Ormai è grande, dovrebbe capire!”
    “Sono passati mesi, ancora così?”
    “Ma è possibile che sia diventato così aggressivo?”


    La risposta che nessuno ti dà mai è questa:
    No, non è una fase qualsiasi. E no, non passa da sola. Perché tuo figlio non è un robot che si adatta ai cambiamenti senza battere ciglio.

    È un bambino.
    Che prova emozioni troppo grandi per lui. E quello che tu vedi come capricci, rabbia o regressioni… in realtà è solo la superficie.
    Il vero nodo è un altro.

    Non è la gelosia il problema. Ma quello che c’è sotto.

    Tuo figlio non è geloso perché è cattivo.
    È geloso perché ha paura.
    Paura che non ci sia più posto per lui. Paura di non contare come prima, di essere stato sostituito.

    Ma non ha le parole, né la maturità emotiva per dire: “Ho paura che tu non mi ami più come prima’“. Così quell’emozione trova altre vie d’uscita e si trasforma in: 

    • improvvise scenate per una sciocchezza
    • richieste continue
    • gelidi rifiuti quando cerchi di abbracciarlo
    • comportamenti che spiazzano perfino te. 

    Ma sappi che non lo fa per farti impazzire.

    Sono solo richieste di aiuto.


    Prova a vederla così

    Tuo figlio era un re.

    Regnava da solo nel tuo cuore, senza rivali. Ogni tuo sguardo, ogni tuo gesto, ogni tua parola erano suoi.

    Poi un giorno arriva qualcuno. Più piccolo, più fragile, ma con un superpotere: “ruba” tutta la tua attenzione.

    E il re cosa fa? Si ribella.
    Con le uniche armi che conosce: i morsi, le urla, i capricci, le regressioni.

    Non sta “facendo il difficile”. E’ il suo modo impacciato di gestire quello che sente.

    “La gelosia non è una colpa da punire, né un difetto da correggere. È una ferita che fa soffrire, proprio come succede da adulti. E a volte anche di più”. Silvia Vegetti Finzi 

    Vedi, se tuo figlio è geloso, è perché ti ama troppo per accettare di perderti.
    La sua gelosia è una prova d’amore. Se non ci fosse amore, non ci sarebbe gelosia.

    “La gelosia nasce dal fatto che i bambini amano. Se non sono capaci di amore, non dimostrano nemmeno gelosia”. D. Winnicott 

    Ecco perché non funziona ignorarla o minimizzarla, né tantomeno punirla. Anzi questo è il modo più efficace per alimentarla.  La gelosia, se non viene accolta col tempo diventa rancore. Competizione tossica. Chiusura.

    E una relazione fraterna che parte male rischia di non guarire mai del tutto.

    Quindi cosa puoi fare? Non servono superpoteri

    La soluzione non è far sparire la gelosia, ma viverla insieme a tuo figlio. Offrirgli un posto sicuro dove esprimersi e trasformare questa emozione in un’occasione per rafforzare il vostro legame. Invece di diventare un muro che vi separa, può diventare un ponte che vi avvicina di più.

    Ecco alcune piccole cose che puoi fare:


    Prima della nascita

    • Parlagli di quello che succederà. Non serve un discorso complicato: basta dirgli che presto arriverà un neonato che avrà bisogno di essere allattato, cullato e cambiato diverse volte durante la giornata. Così potrà “prevedere” cosa accadrà e non sentirsi spiazzato.
    • Coinvolgilo nei preparativi. Sistemare i vestitini, preparare il fasciatoio, scegliere insieme un giochino per il piccolo. Anche questo lo aiuta a sentirsi parte del cambiamento.
    • Crea uno spazio tutto suo. Pensa a dei contenitori o a un angolo in cameretta che sia “inviolabile”: lì può tenere i suoi giochi al sicuro per quando il piccolo inizierà a gattonare e a prendere tutto in mano. Eviterai tanti litigi futuri.


    Dopo la nascita

    • Non perderlo di vista. Anche se il fratellino o la sorellina richiederanno attenzioni costanti, trova il modo di ricordargli che resta importante: chiedigli un piccolo aiuto facendolo, per esempio, partecipare al cambio, al bagnetto, oppure fagli “lavare” il suo bambolotto mentre tu ti occupi del piccolo.
    • Tempo solo per lui. Non serve un pomeriggio intero: anche dieci minuti di merenda o un libro letto insieme bastano per passargli il messaggio che si può sperimentare l’amore e l’attenzione dei genitori anche in modalità diverse da quelle che si riservano ai piccolissimi.
    • Accogli le regressioni. Anche se ti sembra che sia un tornare indietro a traguardi di crescita da tempo superati (vuole essere imboccato, bagna il letto di notte, chiede aiuto per vestirsi). – non sgridarlo. Lasciaglielo fare. Si tratta di bisogni temporanei, non di capricci. Passeranno.  E, soprattutto, non cedere all’impulso di sgridarlo o ironizzare sulle sue reazioni. “Non chiedergli di «essere bravo», di «fare silenzio», ma piuttosto, dopo una crisi di rabbia o dopo un pianto inaspettato, digli frasi come: «Forse sei molto triste perché c’è lui, ma io ti voglio tanto bene, sei il mio amore grande!…». Grazia Honegger Fresco
    • Ricorda la sua storia. Sfogliate insieme l’album delle sue foto da neonato. Raccontagli com’era quando era lui piccolo. Così capirà che non ha perso il suo posto nel tuo cuore.
    • Valorizza il suo essere più “grande”. Sottolinea quello che sa fare e che il piccolo non può: apparecchiare, colorare bene, lavarsi i denti da solo. Questo lo aiuta a percepire il piacere e il “vantaggio” di essere “grande”.
    • Rimanda, se puoi, altri grandi cambiamenti. Il periodo che precede il parto e i primi mesi dopo la nascita non sono il momento giusto per traslochi, cambi di scuola o separazioni prolungate dal nucleo familiare. Evitali per quanto ti è possibile. Diversamente, si confermerebbe in tuo figlio l’idea che mamma e papà vogliono sbarazzarsi di lui.


    In ogni momento

    1. Parla con lui, non di lui. Non aspettare che esploda con un capriccio per ascoltarlo. Ritagliati momenti in cui potete parlare insieme, solo voi due. Anche solo cinque minuti per chiedergli: “Com’è stata la tua giornata?” e lasciare che si sfoghi senza interromperlo.
    2. Riconosci la sua sofferenza. Digli: “Capisco che ti mancano i momenti solo con me.”
    3. Mai paragoni. Evita frasi che lo mettono in competizione col fratellino (o la sorellina). “Guarda tuo fratello com’è bravo, ed è più piccolo di te!”. Valorizza invece ciò che fa bene lui, senza tirare in ballo l’altro.


    Non è facile. Ma è possibile.
    Questi piccoli gesti non cancellano la gelosia, ma la rendono vivibile.
    E soprattutto, aiutano tuo figlio a crescere dentro quel legame fraterno che si sta costruendo.


    Non serve fare tutto perfetto. Serve fare le cose giuste

    No, non devi essere un genitore perfetto.
    Devi essere un genitore presente.

    Puoi perdere la pazienza. Puoi non avere sempre la risposta giusta.
    Non è questo che rovinerà un figlio.

    Ma se dentro casa tua senti crescere la tensione, i conflitti, i sensi di colpa…allora ignorare il problema non è un’opzione.

    Perché la gelosia non sparisce da sola. Può restare silenziosa per un po’, e poi riemergere. Può attenuarsi, ma continuare a lavorare sotto la superficie. E allora il rischio è che dentro casa cresca un muro invisibile. Un mattone dopo l’altro.
    Tra te e tuo figlio. Tra i fratelli.

    E se oggi sembra “solo” un capriccio o un dispetto, domani sarà freddezza. Poi distanza. Poi silenzi.

    La buona notizia è che non deve andare così.

    Hai ancora la possibilità di intervenire. Di trasformare questo passaggio momentaneo in un’occasione per rafforzare il legame con tuo figlio e costruire una base solida per il rapporto tra fratelli.

    Ed è qui che posso aiutarti.
    Da oltre 20 anni affianco genitori come te per trasformare tensioni e conflitti in legami più forti.
    Ho visto cosa funziona davvero e cosa, invece, rischia solo di peggiorare la situazione.


    Perché non posso seguire tutti

    Ogni famiglia che mi affida la propria storia merita il meglio: tempo, ascolto, presenza reale.

    Per questo scelgo di seguire un numero limitato di genitori ogni mese.
    Perché credo che il cambiamento vero nasca solo dentro a una relazione curata, non in una catena di appuntamenti uno dietro l’altro.

    La qualità viene prima della quantità. Sempre.

    Se sei un genitore che:

    • si sente sopraffatto
    • ha provato a gestire tutto da solo, ma si sente al limite
    • vuole proteggere il legame tra fratelli, prima che sia troppo tardi

    Allora questa è la tua occasione.

    Compila il form qui sotto e prenota la tua videocall gratuita di 30 minuti. Parleremo della tua situazione. Mi racconterai cosa sta succedendo. E io cercherò di capire in che modo aiutarti.

    Fallo oggi.
    Per tuo figlio.
    Per te.
    Per la serenità della tua famiglia.